Il prete bergamasco Antonio Seghezzi è venerabile

Cause dei Santi – Il 21 dicembre Papa Francesco ha autorizzato il decreto sull’eroicità delle virtù del bergamasco don Antonio Seghezzi (1906-1945), che diventa venerabile, assistente di Azione Cattolica seguì i suoi giovani anche nella Resistenza pagando un prezzo altissimo: lavori forzati, campo di concentramento e morte per emotisi

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Don Antonio Seghezzi - foto L'Eco di Bergamo

«La più bella azione cattolica che io farò…sarà donarmi tutto», scrive don Antonio Seghezzi, assistente dei giovani di Azione Cattolica, quando mons. Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo, gli affida l’incarico. Effettivamente si dona tutto e, come tanti altri preti in Italia, segue i suoi giovani anche nella Resistenza e ne paga  un prezzo altissimo: lavori forzati, campo di concentramento morte per emotisi. Il 21 dicembre 2020 Papa Francesco autorizza il decreto sull’eroicità delle virtù del bergamasco don Antonio Seghezzi, che diventa venerabile, un prete capace di seguire e mettersi al fianco dei suoi ragazzi anche nelle scelte difficili.

Nello stesso giorno due esponenti di spicco dell’Azione Cattolica – il giudice-ragazzino» siciliano Rosario Angelo Livatino e il sacerdote bergamasco Antonio Seghezzi – fanno un grande passo avanti nel riconoscimento della santità: il primo sarà beatificato; il secondo è venerabile. Da Nord a Sud sono i «santi della porta accanto», espressione che piace molto a Papa Bergoglio.

«L’Azione Cattolica italiana accoglie con gioia e gratitudine la notizia che Rosario Livatino sarà beato e don Antonio Seghezzi è venerabile» dichiara Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana. Nell’associazione «Livatino è cresciuto e si è formato alla fede e ai principi di responsabilità, coerenza e sacrificio che l’hanno portato a compiere il proprio dovere fino al martirio. Il “giudice ragazzino” è un saldo punto di riferimento, un esempio di cosa significhi mettere la propria fede a servizio del tempo in cui abitiamo. Il suo impegno per la giustizia e la sua dedizione al bene e alla verità rappresentano un modello straordinario». Accanto a Livatino l’Azione Cattolica è felice che «siano riconosciute le virtù eroiche di don Antonio Seghezzi, assistente dell’AC bergamasca, morto a Dachau per aver seguito i propri giovani in montagna, nei giorni bui dell’occupazione nazifascista. La vita di don Antonio racconta un modo di essere Chiesa dentro le pieghe della storia, a servizio dell’umanità, radicati nel Signore». Rosario e don Antonio: due figure che fanno la grande storia dell’Azione Cattolica.

Secondo di 10 figli, nasce a Premolo (Bergamo) il 26 agosto 1906, Antonio Seghezzi  entra in Seminario; nel 1926 in Scienze sociali all’Istituto cattolico di Studi sociali di Bergamo con la tesi «L’enciclica sulla Regalità di Cristo in contraddittorio». Ordinato sacerdote il 23 febbraio 1929 dal vescovo Luigi Maria Marelli, è viceparroco ad Almenno San Bartolomeo, poi insegnante di lettere in Seminario. Cappellano militare in Eritrea nell’ospedale da campo 430. Nel 1937 torna e il vescovo Adriano Bernareggi lo nomina assistente della Gioventù maschile di Azione Cattolica dove cresce il suo impegno spirituale e la sua generosità pastorale. Non le smentisce per niente nel nuovo incarico, che svolge con la consueta passione e con l’identico slancio missionario, girando la diocesi per contattare le varie sezioni e dimostrando come gli stiano a cuore i contatti personali e le relazioni umane e spirituali. Passa di parrocchia in parrocchia, cercando ospitalità notturna nelle varie canoniche, per essere presente ad ogni adunanza e ad ogni riunione di sezione, raggiungendo solo all’alba del mattino dopo il suo ufficio in curia, con la gioia di aver stabilito qualche contatto in più e di aver suscitato qua e là nuovo entusiasmo, attingendo alla sua inesauribile passione per Cristo e per le anime. Il suo stile pastorale privilegia “la promozione delle idee ai programmi d’azione, la direzione spirituale all’organizzazione, la cura del singolo giovane all’intervento sulla massa”. A tutti propone una radicalità evangelica che lui stesso ha sperimentato e si sforza di vivere in prima persona, una misura alta di vita cristiana basata su grandi ideali e contraddistinta da uno stile di vita povero ed austero. I giovani apprezzano la sua direzione spirituale, illuminata e forte, che prosegue anche per via epistolare, arrivando al punto di scrivere cento lettere al giorno per seguire anche  da lontano i suoi “figli”.  Proprio negli anni dell’onnipotenza hitleriana, ha il coraggio di predicare l’umiltà e la coscienza del proprio limite, l’abbandono fiducioso in Dio e la precedenza delle leggi divine su qualsiasi disposizione umana ad esse contraria. Logico, per un prete così, incitare alla disobbedienza civile dopo l’8 settembre 1943, quando scegliere “la strada dei monti” al posto dell’arruolamento è ben più che una scelta ideologica, perché diventa un atto di coscienza pienamente in linea con il Vangelo. “Che assistente sarei se non li assistessi proprio ora?”, dice a se stesso e così continua a seguirli, “per corrispondenza”, con i suoi consigli, i suoi inviti, i suoi insegnamenti. È cosciente di rischiare Una vita fatta di radicalità evangelica che impatta con la violenza nazifascista.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 sceglie «la strada della montagna» per stare accanto ai tanti ragazzi cattolici. «Non incitò alla resistenza attiva ma alla resistenza passiva» spiega don Mario Benigni, suo compagno di prigionia in Germania. I nazifascisti minacciano rappresaglie contro il clero e l’Azione Cattolica. Su consiglio del vescovo Bernareggi, si consegna spontaneamente. Arrestato il 4 novembre 1943, è malmentao e torturato e rinchiuso nel carcere di Sant’Agata a Bergamo. Processato e condannato a cinque anni di lavoro coatto, è deportato in Germania e costretto ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni a Löpsingen. Malato di emottisi, il 23 aprile 1945 è trasferito nel lager di Dachau, a causa dell’avanzata degli Alleati. Peggiora e il 21 maggio 1945, a campo ormai liberato e alla vigilia del rientro in Italia, don Antonio muore di Tbc. I suoi resti sono sepolti nel cimitero di Dachau e se ne perdono le tracce fino a quando nel 1952 quando il parroco di Dachau annuncia il rinvenimento della tomba. Nel centenario della nascita le spoglie di don Seghezzi sono traslate nella sua Premolo che, con Bergamo, Sabbio di Dalmine e Cisano Bergamasco intitolano delle vie a don Antonio Seghezzi.

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