Il “prete di strada” mons. Battaglia è il nuovo Arcivescovo di Napoli

Chiesa italiana – Il 12 dicembre Papa Francesco ha nominato mons. Domenico Battaglia, finora Vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti (Benevento), Arcivescovo di Napoli, successore del cardinale Crescenzio Sepe. Da Torino i rallegramenti del Gruppo Abele, di Libera e del Cottolengo

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mons. Domenico Battaglia

«Domenico Battaglia è un autentico pastore», dice don Luigi Ciotti, fondatore e presidente del Gruppo Abele e di Libera. E la Piccola Casa della Divina Provvidenza esprime a mons. Battaglia la vicinanza nel ministero episcopale a servizio della Chiesa e dei poveri.

Due testimonianze torinesi di peso sul nuovo arcivescovo di Napoli nominato da Papa Francesco il 12 dicembre 2020: è mons. Domenico Battaglia, finora vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti in Campania. Subentra al cardinale Crescenzio Sepe, sostituto della Segreteria di Stato e poi prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli prima di approdare nel 2006 a Napoli.

Mons. Domenico Battaglia davanti all’urna del Santo Cottolengo nella Piccola Casa di Torino

Calabrese, nato a Satriano, provincia e diocesi di Catanzaro, il 20 gennaio 1963, Battaglia ha 57 anni. Dopo gli studi filosofici e teologici nel Seminario San Pio X di Catanzaro, è ordinato sacerdote il 6 febbraio 1988. Rettore del Seminario liceale, parroco della Madonna del Carmine a Catanzaro, direttore dell’Ufficio per la Cooperazione missionaria tra le Chiese, parroco a Satriano. «Prete di strada» – espressione imprecisa ma molto in voga – per 24 anni (1992-2006) è presidente del Centro calabrese di solidarietà, legato al Ceis (Centro italiano di solidarietà) le comunità terapeutiche di don Mario Picchi, pavese di nascita e sacerdote della diocesi di Tortona, per il quale è in corso la causa di beatificazione; vicepresidente (2000-2006) della Fondazione Betania di Catanzaro; presidente nazionale (2006-2015) della Federazione italiana delle comunità terapeutiche.

Nel 2016 Papa Bergoglio lo sceglie come vescovo di Cerreto Sannita: in questi quattro anni non muta la sua vicinanza agli ultimi, in particolare ai tossicodipendenti. Lo chiamano un po’ enfaticamente «Bergoglio del Sud». Chi lo conosce, lo definisce «tutt’altro che carrierista, fuori da ogni cordata, non ha mai aspirato né all’episcopato né a guidare la terza diocesi d’Italia» bisognosa di nuovo slancio. Una missione da realizzare sulla base dell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium» (24 novembre 2013) di Francesco: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».

Sul suo profilo mons. Battaglia scrive: «Sogno una speranza vestita di stracci perché il Signore si serve di vecchie ciabatte per farne calzari di angeli». Il suo motto episcopale è «Confide, surge, vocat te. Coraggio, alzati, ti chiama» – parole segnalate da Marco 10,49 e rivolte al cieco Bartimeo – che è il titolo della sua prima lettera pastorale. Nell’aprile scorso la lettera pastorale del vescovo di Cerreto Sannita sulle conseguenze del coronavirus colpisce l’opinione pubblica: «La pandemia ha messo a nudo la fragilità di questo nostro mondo, l’inconsistenza di ciò in cui pensavamo di aver trovato la chiave risolutiva di tutti i nostri problemi, la gracilità di quell’economia che, sia a livello locale e sia a livello globale, è stata ritenuta l’unica meta ed è stata vista e osannata come l’unica via, che al di fuori di ogni regola, porta l’umanità verso la felicità sulla terra». Rileva che il Covid-19 ha provocato molta sofferenza «e messo tutti in esilio a casa propria, anche i dirigenti e i detentori delle grandi finanziarie internazionali, quelle che vedono oggi morire migliaia di uomini e pur tremando per il futuro dei propri profitti, non vogliono allargare i cordoni della borsa. Non lo sanno fare: hanno finora vissuto solo per sé stessi e per il loro denaro. La statua d’oro è preziosa ma dura e insensibile come il loro cuore». Una vera e propria invettiva contro il capitalismo selvaggio e i suoi guasti.

Quest’uomo ora guiderà la Chiesa i Napoli, la capitale del Sud impoverita dalla crisi, una città in perenne lotta contro camorra e disoccupazione, sfida in un tempo di pandemia e con un tessuto sociale fortemente provato dal notevole aumento della povertà. Un pastore giovane, capace di vicinanza ai più fragili e noto per la sua solida spiritualità e l’ancoraggio alla radicalità del Vangelo. Ed è ciò che sottolinea don Ciotti: «Una guida spirituale capace di immergersi nella storia delle persone, a cominciare dalle più fragili, povere, dimenticate. Un pastore anche per molti giovani, di cui sa intercettare bisogni, aspirazioni, inquietudini. Un punto di riferimento e un testimone concreto e coerente del Vangelo: poche parole e tanti fatti incarnati nella Parola di Dio».

La Piccola Casa ricorda la visita di mons. Battaglia al «Cottolengo» di Torino il 4 aprile 2019. Disse: «Fino a quando la fede resta nelle sacrestie la Chiesa rischia di perdere. Dovremmo prendere più sul serio gli insegnamenti di Papa Francesco. Non ci si fa prete una volta sola ma ogni giorno bisogna “lasciarsi fare” dal Signore e dalle situazioni che ci troviamo a vivere. Non so quanti ragazzi ho convertito, ma so che ognuno di quei ragazzi ha convertito me. Conosco bene il senso della speranza che si vive qui al ‘Cottolengo’. Dove c’è vita c’è speranza e in questo luogo si celebra la speranza».

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