«Superiamo lo scandalo delle divisioni e alimentiamo l’unità». «Respingiamo l’uso della religione per giustificare guerre e violenze, fondamentalismo e fanatismo». «In Medio Oriente due popoli e due Stati». «La pace è la somma aspirazione degli uomini e dei popoli». Sono i caposaldi illustrati da Leone XIV nel primo viaggio internazionale (Turchia e Libano, 27 novembre-2 dicembre 2025).
DOVE NASCE LA FEDE
A İznik (Nicea), 70 chilometri a sud di Istanbul, il Vescovo di Roma, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e i capi delle Chiese cristiane celebrano i 1700 anni del primo Concilio ecumenico. Nacque qui, dove l’«oikouméne» si riunì nel 325, la formula di fede che accomuna più di due miliardi e mezzo di cristiani nel mondo: ortodossi, cattolici, evangelici-riformati, anglicani. Recitano il «Credo» niceno-costantinopolitano e così – dice Papa Leone – «si ribadisce il messaggio di fratellanza e sorellanza universale; si respinge l’uso della religione per giustificare guerre e violenza, fondamentalismo e fanatismo». Pregano presso i resti della basilica intitolata al martire San Neofito (IV secolo), distrutta da un terremoto e riemersa nel 2014.
Un momento storico: i successori dei fratelli Pietro e Andrea camminano, pregano e benedicono insieme. Il Patriarca spiega che Nicea deriva dalla parola greca «vittoria» e «il segno cristiano della vittoria è l’inespugnabile segno della Croce, “stoltezza” e segno di sconfitta, per noi manifestazione suprema della saggezza e della potenza di Dio». Per il Vescovo di Roma «occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, non un “capo” carismatico o un “superuomo”»: 1700 anni fa l’eretico Ario di Alessandria d’Egitto «ridusse Cristo a un semplice intermediario tra Dio e gli uomini, ignorando l’Incarnazione, anche oggi è in gioco la fede in Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina. Dobbiamo superare lo scandalo delle divisioni».
L’ESEMPIO DI RONCALLI
La cultura dell’incontro e l’impegno per la fraternità sono la trama del discorso del Papa alle autorità, ai rappresentanti della società civile e al corpo diplomatico ad Ankara. Il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, al terzo mandato come capo di Stato, sostiene che «abbiamo la pace nel cuore»; ricorda che ha dato aiuto ai profughi, soprattutto siriani; menziona il massacro, da parte di Israele, di 70 mila palestinesi; dice che la Turchia il rispetto alle minoranze politico-religiose: ma evidentemente le migliaia di armeni massacrati a inizio Novecento e i curdi, oggi tenacemente perseguitati, non rientrano nelle minoranze.
Il Papa gli ricorda la ricchezza spirituale sedimentata nei secoli in una terra «legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo». Usa la metafora del ponte per indicare la necessaria cucitura delle diversità in un crocevia tra Oriente e Occidente: «Una società è viva se è plurale e sono i ponti fra le sue anime a renderla una società civile». La presenza cristiana «è importante» secondo gli avvertimenti di Angelo Giuseppe Roncalli – futuro Giovanni XXIII – che fu delegato apostolico in Turchia e Grecia (1935-1944). Tutti – dice Leone – siamo «invitati a superare lo scandalo delle divisioni e ad alimentare il desiderio di unità che proviene dall’umanità».
Alla «piccola comunità cristiana», nell’omelia della Messa chiede di «coltivare il seme della fede e di perseverare nella testimonianza». Nella Cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul rammenta che i discepoli «ad Antiochia vennero chiamati per la prima volta “cristiani» e che «Dio ha scelto la via della piccolezza per discendere in mezzo a noi. Questo è lo stile del Signore. La logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa». Tre le sfide che ne scaturiscono: «Cogliere l’essenza dell’essere cristiani; riscoprire in Cristo il volto del Padre; la mediare tra la fede e la dottrina». Il «Credo» è «criterio per il discernimento, bussola di orientamento, perno attorno a cui devono ruotare il credere e l’agire».
L’ARIANESIMO DI RITORNO
A chi «guarda a Gesù con ammirazione solo umana, come un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, senza considerarlo come il Dio vivo e vero», il Concilio di Nicea rammenta che «è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia».
Visita la casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei poveri, che ospita anziani disabili e non autosufficienti. Osserva: «Piccole Sorelle dei poveri, nome bellissimo che fa pensare». Cita l’espressione amata da Papa Francesco: «La Sacra Scrittura e la tradizione ci insegnano che gli anziani sono la saggezza di un popolo, una ricchezza per i nipoti, per le famiglie e la società».
Nella settecentesca chiesa di San Giorgio al Fanar di Istanbul, sede del patriarcato cumenico, auspica «la piena comunione fra i cristiani» e invoca Dio «perché esaudisca la supplica per l’unità di tutti». Bartolomeo lo saluta «amatissimo fratello in Cristo, come i predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco che hanno contribuito al riavvicinamento delle Chiese sorelle».
Nella chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem a Istanbul, la prima e finora unica chiesa cristiana costruita in Turchia dalla fondazione della Repubblica 102 anni fa, Leone XIV invita a percorrere insieme il viaggio spirituale che conduce al Giubileo della Redenzione, nel 2033, «nella prospettiva di un ritorno a Gerusalemme, un viaggio che porti alla piena unità».
NELLA MOSCHEA BLU
Scalzo, in silenzio, con le mani lungo i fianchi e il capo rivolto verso l’alto, «in spirito di raccoglimento e ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti vi si raccolgono in preghiera» visita la «Sultan Ahmed, Moschea blu». Il successore di Pietro presenzia alla Divina Liturgia, celebrata dal patriarca ecumenico: Paolo VI e Athenagoras 61 anni fa, nel gennaio 1964, si incontrarono e si abbracciarono a Gerusalemme: la riconciliazione tra cattolici e ortodossi portò come primo risultato alla cancellazione, il 7 dicembre 1965, delle reciproche scomuniche. «Ci sono stati – ammette Papa Leone – molti malintesi e conflitti tra cristiani di Chiese diverse, e ci sono ancora ostacoli che impediscono la piena comunione, ma non torniamo indietro nell’impegno per l’unità». Conferma «che intende perseguire la piena comunione tra tutti coloro che sono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, nel rispetto delle legittime differenze».
Anche per Bartolomeo I «l’unità fra i cristiani non è un lusso ma un imperativo» che si concretizza anche nello scambio di delegazioni nelle rispettive feste patronali (29 giugno Santi Pietro e Paolo; 30 novembre Sant’Andrea) e nel lavoro della Commissione mista internazionale per il dialogo istituita da Giovanni Paolo II e dal patriarca Dimitrios il 30 novembre 1980. Molto duro è Bartolomeo nella condanna della guerra e della violenza: «I cristiani non possono essere complici nello spargimento di sangue che avviene in Ucraina e in altre parti del mondo, né tacere dinanzi all’esodo di cristiani dalla culla del cristianesimo, ma devono agire come operatori di pace, mostrarsi come coloro che hanno fame e sete di giustizia e comportarci come buoni amministratori del creato». Il riferimento è al «macellaio» del Cremlino Vladimir Putin che si picca di essere cristiano ma ha invaso l’Ucraina e ne massacra gli abitanti, che sono cristiani. Gli osservatori hanno notato che al vertice dei capi delle Chiese cristiane a Nicea sono assenti gli ortodossi di Mosca con il patriarca Kirill, che benedice «nel nome di Dio» armi e combattenti cristiani che vanno a uccidere altri cristiani.
NEL TRAVAGLIATO LIBANO
A Beirut Papa Prevost constata: «Qui la pace è un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto perché è il bene più prezioso per l’umanità». Il cristiano maronita Joseph Aoun, presidente di una Repubblica molto travagliata, si dice convinto: «Se i cristiani in Libano dovessero scomparire, il delicato equilibrio crollerebbe e con esso la giustizia». Il Pontefice elogia un popolo temprato da molta sofferenza, che «di fronte alle prove, sa sempre rinascere con coraggio, dando prova di formidabile energia». Invita a far risuonare la lingua della speranza attraverso istituzioni fondate sul bene comune; accenna all’emorragia dei giovani con l’esodo di tante energie competenti; esorta a «sperare anche quanto tuona il rumore delle armi». Mentre lo sceicco sciita parla di «aggressione israeliana» l’ospite giunto da Roma constata: «Israele non accetta la soluzione dei due Stati». Visita l’«ospedale de la Croix» e prega sul luogo dell’esplosione nel 2020 nel porto di Beirut.
Pier Giuseppe Accornero
