Il saluto dell’Arcivescovo Nosiglia a giovani e poveri

Torino – Sabato 30 aprile alle 19 al Santo Volto mons. Cesare Nosiglia ha concluso il suo servizio episcopale nell’Arcidiocesi di Torino nel segno di due grandi priorità del suo cuore di pastore: i giovani e i poveri. La celebrazione eucaristica è stata animata dai giovani della Consulta Diocesana di Pastorale giovanile, dal Grande Coro Hope e da diversi rappresenti dell’Area Sociale della Curia diocesana

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foto Bursuc

Cari Amici,

dopo oltre undici anni dal mio arrivo a Torino come Arcivescovo, rendo grazie al Signore per voi tutti, che mi avete accolto con simpatia ed amicizia e per il vostro impegno che vedo intenso e forte nelle parrocchie, nelle associazioni, movimenti, nella società e nel mondo.

È sempre vivo nel mio ricordo e nel mio cuore l’indimenticabile serata del 30 novembre 2010 quando ho incontrato i giovani per la prima volta al Santo Volto. Quella sera li invitai ad imitare Maria nell’osare la loro giovinezza per ideali coraggiosi ed alti, senza timore, puntando a traguardi di santità e di testimonianza cristiana, ricchi di fede e di amore a Cristo e alla Chiesa. Da allora abbiamo camminato sulla via dell’amicizia e della comunione e tanti sono stati i momenti belli ed entusiasmanti vissuti insieme.

Un cammino che ha trovato nel Sinodo il suo alveo portante, che abbiamo avviato, per voi e con voi, e che poi si è arricchito con le mie visite alle unità pastorali sul tema della giovinezza e dell’adolescenza. L’indimenticabile incontro a Les Combes con la Consulta di Pastorale Giovanile,  la visita in Spagna nella patria di Santa Teresa d’Avila, dalla speciale ed arricchente visita di Papa Francesco nel 2015 in occasione del bicentenario della nascita di don Bosco e dell’Ostensione della Sindone, degli appuntamenti diocesani fissi come la Start Up, la Notte dei Santi e le GMG diocesane in diversi luoghi della città, le partecipazione alle GMG mondiali a Rio, Cracovia e Panama e le tante occasioni di incontro di amicizia e di ascolto che ho sempre riservato ai giovani fino al recente incontro degli adolescenti con il Papa a Roma lo scorso lunedì dell’Angelo.

Dai numerosi incontri che ho avuto con voi ne sono uscito rinvigorito nella fede e sento di poter fare mie le stesse parole di lode e speranza dell’apostolo Giovanni: scrivo a voi giovani perché siete forti e avete vinto il maligno [Gv 1, 2-14].

A questo aggiungo per tutti i fedeli che operano nell’area del sociale, le visite pastorali che hanno permesso di incontrare con momenti intensi di dialogo le comunità parrocchiali, le scuole, gli ospedali, le case di cura e di accoglienza per gli anziani. Lo stesso vale per le assemblee diocesane da cui ho tratto le lettere pastorali annuali, le visite costanti alle unità pastorali e le tre Agorà che hanno avviato un sistema di condivisione anche con le realtà laiche e istituzionali della Diocesi. Il tutto ha consolidato le esperienze interessanti e ricche di stimoli per il rinnovamento della pastorale in Diocesi.

Ma sono anche realista nel considerare con voi giovani e adulti le difficoltà e le resistenze che oggi si frappongono alla vita cristiana e che pesano, come macigni, sulla buona volontà e la generosità proprie del cuore di ognuno di voi. Per questo vi invito ad assumere lo stesso atteggiamento di Gesù quando si proclama buon pastore, che conosce le sue pecore, una ad una, le protegge e ne ha cura ed è sempre pronto ad andare alla loro ricerca, quando si allontanano dal gregge. Per esse egli dà anche la sua vita.

In tante esperienze di annuncio e di carità sorrette da un volontariato generoso e presente un po’ ovunque, non sono mancate persone che trovo disponibili a investire il proprio tempo nel servizio della catechesi e della carità verso i poveri, e verso tutti coloro che vivono momenti difficili e faticosi. Sono un’avanguardia certo rispetto a tanti altri che vivono per sé stessi o chiusi nel loro mondo fatto di interessi personali, ma sono comunque un segno di speranza e li ringrazio perché mostrano a tutti che la vita si gioca felicemente solo se si dona. Essi testimoniano che se vuoi vita devi dare vita e se vuoi amore devi dare amore. E la vera felicità sta nel donare.

A tutti, credenti e non, chiedo di guardare a questi uomini e donne, generosamente impegnati, per scoprire che anche nel loro cuore c’è sete di felicità e di amore, che solo Cristo può estinguere pienamente, e solo la scelta del dono di sé riesce a colmare.

Ho vissuto in questi anni la vicinanza di chi soffre per la crisi del lavoro che deve affrontare. Non c’è bisogno di sottolineare quanto lo spettro della disoccupazione ferisca nel profondo le persone, non solo perché fa venire meno lo strumento del sussidio economico, ma perché toglie identità personale e sociale minando la dignità di ogni persona. Il dramma di tanti fratelli e sorelle lavoratori, lavoratrici e imprenditori è anche della Chiesa. Perché il lavoro nella fede cristiana assume una forma che non è solo un sussidio economico ma la partecipazione alla costruzione del Regno di Dio. Per cui se viene tolto il lavoro a una persona viene sottratto non solo un diritto ma un dono voluto da Dio stesso per custodire il creato secondo il suo disegno di amore verso tutte le sue creature. A ciò si aggiunge nel nostro territorio la povertà crescente dei senza fissa dimora, degli immigrati e ora dei rifugiati ucraini che fuggono da una guerra fratricida in atto, dei rom e di chi soffre a causa di situazioni di vita colpite da malattie e deficienze corporali e/o psichiche. In tutto questo voglio ringraziare di cuore le varie realtà del settore sociale che sono la Caritas, i Migrantes, la Pastorale del Lavoro, la fondazione Operti, la Pastorale Sanitaria, il Sermig, la Sant’Egidio, l’Oftal, l’Unitalsi e le tante altre associazioni, compresi anche la Prefettura, la Regione, il Comune e altre Istituzioni laiche. Desidero ringraziare anche tutte le autorità civili, militari e politiche qui presenti con cui abbiamo lavorato in piena sintonia e collaborazione per affrontare insieme i problemi e le necessità dei nostri concittadini.

Cari amici, non vi rassegnate al mondo di oggi dove ancora molte persone muoiono di fame e di miserie e dove predomina la violenza omicida della guerra e vengono impiegate tante risorse per costruire armi sempre più sofisticate e distruttive. Reagite e non tacete impegnandovi nel proprio vissuto quotidiano. Questo è il primo passo per cambiare le situazioni di ingiustizia e discriminazione. C’è bisogno di un realismo, carico di speranza, che si radica in Dio il quale opera in grande ciò che ciascuno fa in piccolo. Per questo è necessario avere il coraggio di uscire da sé stessi per dare alla propria vita un’impronta di generosità e di servizio. Spesso bisogna andare controcorrente, non aderendo a messaggi e culture che vorrebbero catturare ciò che avete di più prezioso: la vostra anima, dove si matura la libertà interiore e la ricerca della vera gioia. Un rischio che si corre quando si addormenta la naturale spinta del cuore a ideali alti e impossibili accontentandosi dei beni materiali o inseguendo i miti reclamizzati dai social, che servono solo a produrre ricchezza alle centrali di potere e di consumismo che regolano il mercato e precarietà a chi li considera come assoluti della propria vita.

Bisogna volare alto, sorretti dalle ali dello Spirito dove troveremo aria pulita e cieli aperti ai nostri sogni più profondi e veri che albergano nell’anima e di cui solo voi e Dio possedete la conoscenza. Imparate da Maria la giovane fanciulla di Nazareth che si fida e affida alla parola di Dio e crede in Lui facendosi sua serva malgrado gli venga richiesta una scelta impossibile umanamente ma possibile a Dio.

Vi ringrazio dunque cari giovani e fedeli di ogni età e auguro che il cammino percorso insieme sia un volano a cui attingere anche adesso per farne oggetto di fiducia e di speranza. Vi prometto di seguirvi sempre con la mia preghiera e amicizia di vescovo, di padre e di amico.

Torino, 30 aprile 2022

+ Cesare Nosiglia

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