La Lettera Pastorale dell’Arcivescovo Repole per il 2026-2027 «Io sono con voi per sempre» è allegata a questo numero de «La Voce e il Tempo» e viene presentata sabato 3 ottobre alle 9.30 presso il Centro Congressi Santo Volto nella cornice della tradizionale Convocazione di inizio anno delle due Diocesi di Torino e Susa. Nel titolo c’è il contenuto centrale del documento: la promessa fatta da Cristo risorto di non andarsene, di non sparire, ma di restare presente e vivo nella Chiesa, dunque restare nella vicenda degli uomini.
La relazione con Cristo sostiene la speranza del mondo perché non è un’immagine simbolica, ma un fatto vero, si potrebbe dire «concreto»: è il fondamento stesso della vita cristiana e della Chiesa. Ed è il segreto della felicità. Ne deriva il sottotitolo della Lettera Pastorale, «Il senso delle cose che facciamo»: un invito a verificare se gli stili di vita personali e le azioni comunitarie rendono bella la vita perché portano a Cristo oppure la appesantiscono con le cose «da fare», senza più ricordare perché si fanno.
Secondo l’Arcivescovo esiste il rischio effettivo di dimenticare il senso delle azioni, di non ricordare più le ragioni che pongono al centro della Chiesa l’Eucaristia. Di farsi opprimere dal peso delle prassi ripetitive, perdendo il gusto e la gioia della vita cristiana. Si può finire per perdere anche la capacità di comunicare la gioia al mondo, cioè di evangelizzare.
La Lettera Pastorale è molte breve e di lettura semplice. Può essere presa come occasione di riflessione personale attorno al brano di Vangelo commentato da Repole: «Ed ecco: io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Ma è soprattutto un documento consegnato alle Diocesi di Torino e Susa perché provino a verificare le azioni pastorali in ogni settore della vita della Chiesa (dalla catechesi alla carità, alla liturgia) con il filtro del loro senso profondo: servono a incontrare Cristo? ve ne sono alcune da ripensare? esistono prassi nuove da inventare? La prospettiva non è quella del disimpegno, Repole immagina il contrario. Ma rinfrescato, liberato.
L’abitudine di fare le cose «perché si sono sempre fatte» non incoraggia ad affrontare gli interrogativi. Invece interrogarsi serve a evitare che le prassi ereditate dal passato diventino pesi opprimenti, anche nella vita dei sacerdoti, che non si risparmiano, ma spesso confessano la fatica delle incombenze. È una fatica che sentono aumentare anche perché i tempi stanno cambiando, le domande sul futuro si pongono e il ripensamento della presenza della Chiesa torinese sul territorio è un passaggio sfidante, sta mettendo alla prova.
La Lettera Pastorale annuncia per quest’anno l’apertura di un «cantiere Torino». «La città – scrive Repole – negli ultimi decenni ha subito un marcato ridimensionamento, accentuato dall’invecchiamento della popolazione e dalla forte denatalità. Per contro, il numero delle parrocchie è addirittura superiore a quello esistente quando la popolazione contava quattrocentomila persone in più. In più si è aggiunge il calo della partecipazione rispetto a cinquant’anni fa (…). La riflessione svolta nel Consiglio presbiterale e in quello pastorale interdiocesano ha permesso di vagliare con lucidità i dati e di riconoscere come, in Torino, sia urgente unificare alcune comunità e, laddove necessario, anche sopprimere alcune parrocchie. È ovviamente indispensabile verificare con attenzione le situazioni, caso per caso».
Altri passi concreti annunciati dalla Lettera Pastorale riguardano il ripensamento dei percorsi dell’iniziazione cristiana e della catechesi; nuove direttive per la celebrazione dei funerali cristiani, contenute in un documento che i nostri lettori trovano sempre allegato a questo numero de «La Voce e Il Tempo»; il consolidamento dei percorsi di integrazione fra le parrocchie nella Diocesi di Susa.



