“Il vero potere è il servizio”

Dieci anni fa – «Non dobbiamo avere paura della bontà e neanche della tenerezza. Il vero potere è il servizio». È martedì 19 marzo 2013. Oltre 200 mila persone gremiscono piazza San Pietro, via della Conciliazione e le strade adiacenti per la Messa di inizio pontificato di Papa Francesco che, sei giorni prima, i cardinali del Conclave avevano scelto da «quasi la fine del mondo»

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«Non dobbiamo avere paura della bontà e neanche della tenerezza. Il vero potere è il servizio». Bisogna «custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore». È martedì 19 marzo 2013, dieci anni fa. Oltre 200 mila persone gremiscono piazza San Pietro, via della Conciliazione e le strade adiacenti per la Messa di inizio pontificato di Papa Francesco che, sei giorni prima, i cardinali del Conclave avevano scelto da «quasi la fine del mondo».

Con i precedenti Papi c’era l’incoronazione del sovrano dello Stato Città del Vaticano. Paolo VI nel 1963 la malsopportò: depose la corona sull’altare, la fece vendere e il ricavato lo distribuì ai poveri. Giovanni Paolo I l’abolì del tutto. È andata persa una cerimonia molto suggestiva. Un cerimoniere andava davanti al Papa incoronato e seduto sul «soglio di Pietro», e su un piatto dava fuoco a un po’ di cotone dicendo «Sic transit gloria mundi, così passa la gloria del mondo», cerimonia e frase che andrebbero ripetute ai politici, ai governanti, ai dittatori di oggi.

«Per favore, siate custodi della creazione, dell’altro, dell’ambiente». Interrotto più volte dagli applausi della folla, disse dieci anni fa: «Davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza. Odio, invidia e superbia sporcano la vita. Non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo».

Il primo Papa gesuita, il primo sudamericano con solide radici in Piemonte, il primo a chiamarsi Francesco. Già dalle prime uscite e dai primi discorsi incanta la gente con uno stile semplice e affabile e con gesti inattesi. Appena eletto, il 13 marzo 2013, saluta la folla e l’immensa platea televisiva mondiale: «Fratelli e sorelle, buonasera». Si presenta come un vescovo e un fratello nella fede, che intende camminare insieme al popolo di Dio, alla luce del Vangelo e con il sostegno della preghiera. Ogni domenica dopo l’Angelus saluta: «E per favore non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo». Domenica 17 marzo 2013 prima della Messa a Sant’Anna, parrocchia del Vaticano, accoglie i fedeli sulla porta e li saluta a uno a uno. Riceve 3 mila giornalisti che hanno seguito il Conclave: «Tra voi non tutti sono cristiani. Allora anziché darvi la benedizione, ci fermiamo un momento in silenzio».

Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, scende dalla «papamobile» per abbracciare un disabile; le guardie del corpo gli porgono i bambini, presi dalle braccia delle mamme, da baciare; prega sulla tomba di San Pietro accompagnato dai rappresentanti delle Chiese orientali e occidentali; riceve il pallio, il pastorale e l’«anello del pescatore», simboli del Buon Pastore, segni del vescovo di Roma. Molti documenti sono datati da San Giovanni in Laterano, Cattedrale del vescovo di Roma. Uno dei primi pensieri è per Joseph Ratzinger, il predecessore che il 28 febbraio 2013 rinunciò al papato. Parla della «custodia» dell’altro, dell’ambiente, della casa comune davanti a 130 delegazioni da tutto il mondo: il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden (il presidente era Barak Obama), la cancelliera tedesca Angela Merkel, il principe ereditario spagnolo Felipe (ora re) e la consorte Letizia, il primo ministro francese Jean-Marc Ayrault, il re di Belgio Alberto II e la regina Paola, il principe Alberto II di Monaco. Saluta con calore la presidente argentina Cristina Kirchner e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del Consiglio Mario Monti. Dall’altra parte del mondo, in Plaza de Mayo, a Buenos Aires, la folla, in gran parte giovani, segue la celebrazione a distanza sui maxischermi. La sua voce, registrata al telefono e diffusa dagli altoparlanti, chiede di camminare uniti e di pregare per lui ed è accolta da un boato di gioia.

Non delude le aspettative: è un Papa «conciliare» che rilancia il Vaticano II. La sua vita e il suo magistero, nello stile e nelle parole, attinge alle radici del Concilio con forza, spontaneità e profezia. Un Papa mite, di vita semplice e povera, con un forte carisma: vive in comunità nell’albergo Santa Marta, va al Palazzo apostolico per udienze e gli incontri. Richiama a una fede incarnata e alla centralità della Parola di Dio, contro ogni forma di potere e mondanità nella Chiesa. La sua popolarità era al 90 per cento, oggi del 68-70 per cento, sebbene la Chiesa – squassata da scandali finanziari e dal turpe fenomeno degli abusi del clero sui minori – abbia perso radicamento sociale e popolarità statistica, attraversata da polemiche che ne offuscano credibilità e immagine. Capo spirituale mondiale è un riferimento autorevole nelle gravi crisi, dalla pandemia al clima, alla brutale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina. Una voce profetica per la pace nel mondo.

Come è cambiata la Chiesa nel decennio e dove sta andando? si chiede il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente dell’episcopato italiano: Benedetto XVI e Papa Francesco hanno guidato l’Anno della fede 2012-2013, iniziato da Ratzinger e concluso da Bergoglio, e la prima enciclica «Lumen fidei» (29 giugno 2013) è scritta a quattro mani. Conclude Zuppi: «Non servono tante scarpe per mettersi in cammino, occorre farlo e basta. Papa Francesco ci aiuta a metterci in viaggio con Cristo e il suo Vangelo».

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