Il Vescovo di Gibuti: la Caritas apre le porte ai “bambini di strada”

Visita – Mons. Bertin a Torino per il gemellaggio tra Caritas del Piemonte e Caritas Gibuti: “questa visita segna di fatto l’avvio di un percorso di conoscenza e di scambio, riflessioni e buone pratiche nello stile di animazione della carità”

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«Arrivano a Gibuti dai Paesi vicini – Somalia, Etiopia, Sudan – per lo più hanno 6, 8, 10 anni, sono scappati da guerra e fame che flagellano il Corno d’Africa e vivono per strada, cercano piccoli lavoretti, si arrangiano con vari espedienti, molti vengono sfruttati. Qualcuno si ferma qualche giorno, qualcuno settimane e poi si spostano cercando anche loro di raggiungere l’Europa. Ci sono giorni in cui in città arrivano gruppi consistenti, anche centinaia di bambini e ragazzi, in altri anche solo qualche decina, ma è un flusso continuo che chiede risposte, che ha bisogno di aiuto».

A descrivere la situazione è mons. Giorgio Bertin dell’ordine dei Frari Minori, Vescovo da 22 anni dell’unica diocesi del piccolo Stato africano che con il direttore della Caritas gibutina, padre Solomon Anneerselvam, ha visitato nella scorsa settimana le diocesi piemontesi avviando un gemellaggio tra le Caritas. «Tutto è iniziato», prosegue mons. Bertin, «in occasione della celebrazione del 50° di Caritas Italiana, quando si è pensato, per non vivere solo un momento commemorativo, di dare vita ad una esperienza più concreta che portasse a nuova collaborazione, nuovo scambio fraterno sia a livello di Caritas italiane, sia verso le Caritas di paesi esteri per crescere insieme nella identità pastorale Caritas».

Le Caritas del Piemonte in particolare sono state gemellate, nel corso del 2022 quando in tutta Italia sono stati definiti gli «abbinamenti», con la Caritas di Gibuti ed ora questa visita ha segnato di fatto l’avvio di un percorso di conoscenza e di scambio e di definizione delle esigenze e delle modalità di collaborazione. Una collaborazione finalizzata a un sostegno amministrativo. «Abbiamo bisogno anzitutto», prosegue mons. Bertin, «di essere aiutati da un punto di vista organizzativo a formare i nostri volontari Caritas nel seguire e portare avanti i vari progetti, anche rispetto a quanto richiesto dagli standard di Caritas Internationalis.  Per questo ora che abbiamo avviato la conoscenza con le Caritas piemontesi speriamo già in autunno di avere da noi una piccola delegazione che constati la realtà e ci aiuti ad organizzare meglio i nostri servizi che hanno bisogno di sostegno economico ma non solo, anche di idee, modalità rinnovate di aiuto e di gestione delle risorse».

Cuore dell’attenzione in questo gemellaggio sarà soprattutto la realtà dei bambini di strada che la Caritas di Gibuti accoglie quotidianamente con il progetto «Homeless Children». «Un lavoro di attenzione e cura che ha più fronti di impegno», spiega padre Anneerselvam, «noi li accogliamo per l’intera giornata nel nostro centro, forniamo loro cibo, ma capiamo che è importante soprattutto un percorso di alfabetizzazione. Molti hanno subito traumi psicologici nei loro viaggi e non hanno più famiglia, ma ci sono anche coloro che vorrebbero nuovamente rintracciarla e poter tornare indietro da una ‘impresa’ che li ha provati sotto più fronti. L’anno scorso per 36 di loro siamo riusciti a effettuare il ricongiungimento familiare. Altri devono essere aiutati a sfuggire allo sfruttamento in cui cadono molto facilmente. Lo Stato di Gibuti è uno Stato di transito, ma da un lato il Governo cerca il più possibile di respingerli, di renderne difficoltosa la regolarizzazione, dall’altro c’è chi approfitta della situazione, lavorativamente ma non solo».

«Il problema», aggiunge mons. Bertin, «è che manca una cultura della condivisione, nel Paese c’è chi ha grosse possibilità economiche, ma rimane radicata l’idea che lo sfruttamento sia ‘accettabile’ e questi ragazzi che arrivano, che non hanno nessuno, per pochi soldi fanno tutto. C’è anche una diffusa cultura nomade tra i giovani che arrivano e anche questo rende difficile impostare degli aiuti con continuità, al di là dei loro eventuali progetti di raggiungere il Nordafrica e arrivare poi in Europa. A peggiorare la situazione in questo ultimo anno poi le guerre in Etiopia e in Yemen che generano profughi, ma che hanno anche modificato le rotte migratorie, aumentando il flusso di persone».

I ragazzi che arrivano sono senza alfabetizzazione, spesso hanno bisogno di cure mediche, molti sono scappati dai campi profughi, molti cadono vittime del traffico di minori e di droga, ma ci sono anche gli adulti, famiglie intere che non hanno nulla e che transitano per il Paese ai quali la Chiesa locale cerca di offrire risposte. Tra queste una assistenza sanitaria attraverso una «infermeria sociale» che si occupa dei poveri locali e non solo dei migranti.

«Diversi attori internazionali», prosegue mons. Bertin, «hanno infatti preso in questi anni posizione a Gibuti allo scopo di perseguire i propri scopi politici, militari ed economici in uno Stato che per la sua posizione geografica è ‘strategico’. La loro presenza garantisce un reddito considerevole al Paese ma non a tutti ovviamente». La Cina, con la sua presenza nella vicina Etiopia dove ha diversi progetti economici ha notevole interesse ad avere una presenza a Gibuti per garantire l’accesso al Continente e per questo paga 20 milioni di dollari all’anno per avere la base militare nel Paese. Poi ci sono anche altre 5 basi militari. La base «storica» ​​appartiene alla Francia, l’ex madrepatria; poi ci sono quelle degli Stati Uniti, che pagano 63 milioni di dollari all’anno per un affitto decennale dell’area con l’obiettivo dichiarato di combattere la pirateria, quelle di Italia, Giappone, Spagna. Economicamente il Paese vive di queste basi che avvantaggiano le casse dello Stato.

Gibuti è dunque una zona ‘militarizzata’ e con poco meno di 1 milione di abitanti stabili, «ma quasi 800 mila» conclude il Vescovo, «sono le persone che transitano ogni anno come migranti. Una quarantina i nuclei familiari stabili che vivono senza dimora nella capitale e accedono ai servizi di assistenza di Caritas, che sono ‘aconfessionali’. Praticamente la maggioranza è di fede musulmana in un Paese che conta circa 4 mila cattolici. Siamo solo una minuscola presenza, un minuscolo seme di speranza. A Gibuti City esiste una sola parrocchia con quattro cappelle dove l’attività principale è quella della scuola: cinque centri di alfabetizzazione sparsi in tutto il Paese dove vengono formati ragazzi che non avrebbero nessun’altra possibilità».

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