Il vulcano in Guatemala come Pompei, si teme un’ecatombe

La testimonianza di don Marino Gabrielli, sacerdote torinese fidei donum da oltre trent’anni in Centro-America. La tragedia si è abbattuta su un Paese già colpito da violenza, corruzione e povertà, il 50% dei bimbi sotto i cinque anni muore per denutrizione

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Rescuers search for victims in San Miguel Los Lotes, a village in Escuintla Department, about 35 km southwest of Guatemala City, on June 4, 2018, a day after the eruption of the Fuego Volcano At least 25 people were killed, according to the National Coordinator for Disaster Reduction (Conred), when Guatemala's Fuego volcano erupted Sunday, belching ash and rock and forcing the airport to close. / AFP PHOTO / Johan ORDONEZ

Oltre cento morti, circa duecento dispersi e migliaia di sfollati per l’eruzione del vulcano Fuoco del Guatemala, uno dei quattro attivi nel piccolo Paese centro-americano (grande come un terzo dell’Italia). Domenica 3 giugno si presentava come un fine settimana uguale a tanti altri: circa trecento persone alloggiate in un centro turistico con campo da golf, piscine, ristorante e la vita di alcune aldeas (villaggi) e caserios (piccole frazioni) abbarbicate ai piedi del colosso di circa 3.763 metri.

La solita fumata bianca, che da secoli accompagna la vita di questa gente povera, non lasciava prevedere una catastrofe così grande: le case sono state sotterrate da metri di lava incandescente che, scendendo alla velocità di circa 60 chilometri orari e con temperature tra i 500 e 700 gradi, non ha dato scampo a chi cercava di fuggire o si richiudeva nelle capanne. Molti i feriti con ustioni fino al terzo grado, soprattutto bambini investiti dalla lava mentre tentavano di scappare.

Moltissimi guatemaltechi si sono mossi per raccogliere viveri e indumenti per le circa 3.700 persone riparate in 21 centri di accoglienza nelle scuole e nelle parrocchie, mentre ci sono circa 12.500 persone che hanno dovuto lasciare le loro case. I dati, purtroppo, non sono aggiornati, perché c’è tutto l’interesse a ‘nascondere’ la verità; se solo nella aldea El Rodeo c’erano 8.500 abitanti e nei caserios altrettanti, si arriva in totale a circa 18.000 persone. Il che fa presupporre che ci siano ancora migliaia di persone disperse o morte. La Chiesa cattolica, per mezzo della Caritas, sta svolgendo un gran lavoro di sensibilizzazione, accoglienza e raccolta per l’emergenza.

Nascono adesso le polemiche e tante sono le domande: la popolazione non è stata avvisata per tempo; le organizzazioni preposte non hanno lavorato in sintonia; le persone non hanno voluto lasciare le loro case; perché alle 300 persone alloggiate nel centro turistico non è successo niente?… Adesso è il tempo della ricostruzione. Gli aiuti internazionali arriveranno, ma come saranno gestiti? Molte promesse, ma anche il rischio di favoritismi e corruzione: i soliti problemi che pesano sul Guatemala ingigantiti dalla tragedia e dalla crisi.

La vita di missione

Sono in Guatemala da quasi 31 anni. Dopo un ritorno in Italia e un’esperienza missionaria sempre come fidei donum in Brasile, cinque anni fa sono ritornato a servizio di una zona a sud-ovest del Paese, al confine con El Salvador.

San Cristoforo, in Jutiapa, la capitale della regione, è la parrocchia più antica, con una grande chiesa coloniale, che è diventata cattedrale dopo che questo departamento (regione) è diventato diocesi di San Francesco. Qui hanno lavorato per circa sessant’anni i francescani (dal 1947 al 2008) e da dieci anni è affidata al clero diocesano.

Il Comune di Jutiapa ha circa 180 aldeas e caserios suddivisi in due parrocchie e una «quasi» parrocchia; la nostra attende a circa 35 villaggi e a 4 centri religiosi nella stessa città. Le difficoltà maggiori sono date dalle distanze e dalle strade che versano spesso in pessime condizioni: a volte, per raggiungere alcune aldee, si è costretti a viaggiare anche per un’ora in auto. A questo proposito rimango ammirato dall’impegno dei catechisti e dei collaboratori che viaggiano ore per arrivare in parrocchia per la formazione pastorale: un catechista si è alzato alle 5 del mattino per arrivare alle 8 e mezza, senza contare le spese per sostenere il viaggio. E anche qui, come in Moyuta, grazie alla vostra collaborazione, mi sto impegnando a collaborare con loro. Mi occupo della formazione dei catechisti e seguo la visita alle aldee, confessando, celebrando l’Eucaristia e condividendo con il Consiglio pastorale i vari aspetti della comunità: le gioie, le difficoltà o le attese; e devo dire che esco sempre ammirato della loro disponibilità, del loro vero spirito di servizio: i poveri ci evangelizzano. Con la nascita della «quasi» parrocchia si è ridotto il numero delle aldee da visitare per cui possiamo andare una volta al mese e, pur essendo a volte un sacrificio, diventa uno stimolo per noi e per loro; proprio a causa di una scarsa presenza della Chiesa cattolica e della poca formazione dei collaboratori sono cresciute le chiese evangeliche delle sette.

La situazione sociale in Guatemala è molto grave: non passa giorno senza che si registrino omicidi, assalti, violenze, sequestri ed estorsioni fatte in piena luce del sole e delle autorità, per cui viene da pensare che gli stessi politici possano essere coinvolti in questi ‘affari’; ma il Presidente rassicura e, anzi, dichiara che in Guatemala sono diminuiti gli atti criminali. Eppure c’è in atto un sottile piano del governo per allontanare una istituzione promossa dall’Onu per combattere l’impunità e la corruzione… Gli ultimi due Presidenti sono in carcere proprio per furto e corruzione. Se si pensa che il 50% dei bambini sotto i cinque anni muoiono per denutrizione e molte madri-bambine di 14 e 15 anni muoiono dopo il parto perché malnutrite, è chiara la situazione di estrema povertà del Guatemala. I Vescovi denunciano, però «non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire».

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