Giovanni Maria Flick, «attenzione alla civiltà digitale»

Analisi – Secondo il presidente emerito della Corte Costituzionale il boom del «digitale» rischia pericolosamente di snaturare la «civiltà umana»

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Giovanni Maria Flick
Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale

Professor Flick, dopo aver tratteggiato nel libro «Persona, Ambiente, Futuro. Quale futuro?» il rapporto tra ambiente e profitto, in cui ha evidenziato con forza che c’è bisogno di un’economia che rispetti l’uomo e il pianeta, ora è in libreria un nuovo volume – curato da Lei e da sua figlia Caterina – «Il mito dell’informatica. L’algoritmo d’oro e la torre di Babele» (Baldini + Castoldi, pp. 176, euro 18), che parla del rapporto tra informazione e informatica. C’è un filo rosso che li lega?

Un filo non solo rosso, ma che ora rischia di esprimere sempre di più il colore del sangue, delle innumerevoli vittime delle catastrofi ecologiche, come da ultimo quella della Marmolada e prima di essa le innumerevoli vittime delle frane, dei dissesti e dei disastri ecologici, della siccità e della carestia. Penso all’esempio del ghiacciaio della Marmolada. Non si poteva e non si può organizzare un piantonamento quotidiano della sua evoluzione e della sua lenta e inesorabile agonia. Si poteva forse e si può, però, soprattutto oggi, programmare un monitoraggio costante e diffuso dello ‘stato di salute’ delle montagne, della loro sicurezza e quindi dell’accessibilità ad esse, attraverso strumenti e risorse tecnologiche in grado di cogliere la velocità e le conseguenze degli effetti del cambiamento climatico che è frutto del saccheggio dell’ambiente dal suolo all’acqua e all’atmosfera. Insomma, una cultura della prevenzione e della sicurezza che non guardi soltanto alla violenza dell’uomo sull’uomo, ma anche a quella dell’uomo sulla natura; una cultura che sia consapevole dei limiti e dei rischi di uno sviluppo tecnologico tanto prodigioso quanto incontrollato, in una prospettiva che non tenga conto del legame fra «virtute e canoscenza». Sono le parole di Ulisse ai suoi compagni nel varcare il confine delle colonne d’Ercole verso l’ignoto, richiamate da Dante (nella «Divina Commedia») a conferma del divieto biblico di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Profitto e ambiente, con le conquiste della scienza, sono due temi intrecciati tra di loro nella sinergia tra ecologia e tecnologie digitali. Due mondi percepiti spesso in modo congiunto. Ma guardando al futuro si deve avere una consapevolezza e una percezione più attente non solo sul tema ecologico (che lentamente si va formando), ma anche su molti altri, rispetto alle conseguenze di una ‘civiltà digitale’ che rischia altrimenti di sovrapporsi alla ‘civiltà umana’ in una prospettiva (o meglio una illusione!) di onnipotenza. Non c’è ombra di dubbio sul fatto che tecnologie molto sofisticate abbiano apportato dei benefici irrinunciabili in numerosi ambiti. Penso alla sanità, ad esempio. Ho però la sensazione che se non ci rendiamo conto tutti (ai diversi livelli) della necessità di nuove regole, nuovi principi, la ‘civiltà delle macchine’ potrebbe soppiantare quella umana con conseguenze gravissime. Non possiamo fare dell’algoritmo un nuovo «vitello d’oro», come cerchiamo di ricordare anche con questo titolo un po’ ad effetto. Il rischio di una seconda torre di Babele è dietro l’angolo. Come, d’altra parte, quello del nuovo diluvio universale per il saccheggio della natura da parte nostra.

La pandemia ha dato una grande accelerazione alla digitalizzazione anche nel nostro Paese. Lei sottolinea, però, che manca la consapevolezza generalizzata di una cultura scientifica e informatica. Quali pericoli corriamo per questa carenza?

Stiamo passando da uno stress ad un altro, persino peggiore. Dall’inizio del secolo abbiamo avuto un’escalation drammatica: il terrorismo globale del 2001; la crisi economica del 2008; la pandemia del 2019 e ora la guerra, la carestia, la siccità. Le tensioni lasciateci dalla pandemia sono legate non solo alla sofferenza, alla crisi, alla paura degli individui, ma anche alla mancanza di una diffusa consapevolezza del fatto che i diritti inviolabili vanno di pari passo con i doveri inderogabili.

Rischiamo di diventare ‘vittime’ del mondo digitale?

Sull’ambiente abbiamo iniziato a capire (tardi e male) che il saccheggio della Terra è un grave errore. Io vorrei che questa consapevolezza – ora limitata per lo più ad un contesto di specialisti e di conoscitori dei problemi dell’informatica e delle sue applicazioni – si estendesse a molte altre persone, anche non esperte (primi fra tutti i politici), come è avvenuto per i problemi e i rischi dell’ambiente. Quella consapevolezza dovrebbe emergere ora anche rispetto al rischio del passaggio da individuo a persona. Come persone ci muoviamo all’interno di tre dimensioni, tutte essenziali per la nostra formazione, il nostro sviluppo, la nostra identità: le relazioni con gli altri; la dimensione del tempo (passato, presente e futuro); quella dello spazio. Tre ambiti che già con la pandemia sono stati spesso ridimensionati, ma che con uno sviluppo incontrollato del digitale potrebbero venire gravemente sacrificati, se non addirittura completamente cancellati. I famosi occhiali del ‘metaverso’ mi preoccupano solo a pensarci.

La Rete apparentemente sembra un ambiente libero dove ciascuno si può esprimere. Ma lo è veramente? Contribuisce alla crescita della democrazia?

Intanto non è vero che è tutto gratis; il prezzo può essere la perdita della nostra identità. La difesa della democrazia passa anche attraverso la necessità di trovare un equilibrio tra l’uguaglianza di tutti e l’unicità e la diversità di ciascuno, che però non può diventare ‘esclusione del diverso’. L’art. 9 della Costituzione rappresenta un punto di riferimento importante con il suo richiamo esplicito al passato (la tutela del patrimonio storico e artistico) e al futuro (il paesaggio, l’ambiente e le generazioni future, con l’ultima recentissima riforma di quell’articolo). Ma rappresenta anche un riferimento essenziale allo sviluppo della cultura, come chiave per comprendere il rapporto tra passato e futuro. Come lo è la scuola con il diritto di tutti ad accedere ad essa (si pensi all’esito non soddisfacente della Dad durante la pandemia, per evitare il contagio); e con la prospettiva dello ius scholae accanto allo ius loci e allo ius sanguinis per la cittadinanza. Se non conosco il passato non potrò programmare il futuro, non potrò imparare dagli errori commessi da me e prima di me.

Con quali conseguenze?

Il problema è che il metaverso possa rappresentare una grande illusione da un lato e una efficace arma di condizionamento del singolo (dalle scelte economiche a quelle politiche e culturali). Quel problema può diventare tema di scontro tra le differenti visioni sulla gestione dell’universo digitale tra americani, cinesi ed europei: una triade segnata rispettivamente, in sintesi, dal contrattualismo e mercatismo; dal capitalismo della sorveglianza; dalla ricerca di un equilibrio fra i due estremi. Una triade in cui si è inserita ora ed è fortemente presente la dinastia dei baroni del web e delle piattaforme nella rete, con i suoi numerosi risvolti di profitto e di potere.

Nel suo libro mette in guardia dal pericolo che i grandi social diano vita al metaverso cancellando così l’universo. Siamo ancora in tempo per cambiare rotta?

Non dobbiamo perdere altro tempo. Nella nostra civiltà le tecnologie digitali sono talmente sofisticate che stanno sostituendo la persona in compiti complessi. Il timore è che in un prossimo futuro si cerchi di sostituirle alla persona anche nelle funzioni più̀ connaturate alla sua identità̀ e coscienza; penso ad esempio alla cosiddetta «giustizia robotica». Insomma, una sorta di rincorsa – per obbiettivi di efficientismo e di velocità – fra intelligenza artificiale e intelligenza naturale, anziché un uso della prima come strumento per la seconda.

Un libro scritto con uno sguardo alla Costituzione e uno alla Bibbia. Perché?

Mi ispiro alla saggezza della Bibbia. Ci parla della Torre di Babele, che possiamo paragonare allo sviluppo eccessivo della tecnologia con il suo richiamo al «linguaggio unico» nella piana di Ur (una spinta alla costruzione della torre di Babele); mi sembra riflettersi nell’odierno linguaggio digitale: unico fra uomo e uomo, fra uomo e macchina, fra macchina e macchina. La Bibbia ci parla del vitello d’oro: strumento escogitato dagli ebrei nella lunga marcia attraverso il deserto per giungere alla terra promessa superando tutte le difficoltà: una immagine del sogno di potenza che molti fondano sull’algoritmo, come ‘scatola nera’ per regolare le scelte e le decisioni. La Bibbia ci parla del rapporto tra profitto e ambiente con riferimento al saccheggio della natura che ci ha portato alle porte del diluvio universale. Nel libro cito perciò più volte l’articolo 9 della Costituzione, che fino ad ora è stato visto in modo riduttivo: tutela del passato, tutela del futuro e tutela attraverso la cultura. Il punto di volta è capire attraverso la chiave del passato cosa ci riserva il futuro e cercare di individuare la necessità di regole e la loro elaborazione per consentire la convivenza nel contesto attuale.

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