Anche questo 6 giugno, alle ore 6.45, il Tricolore è stato innalzato a mezz’asta sul pennone del Castello Cavour di Santena e, nel corso della giornata, lì si è ricordato il primo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, morto 165 anni or sono in quel giorno e a quell’ora, pochi mesi dopo la proclamazione del nuovo Stato (17 marzo 1861). Si tratta forse dell’unica cerimonia italiana a ricordo del grande tessitore dell’unità nazionale.
Nell’occasione dei 30 anni dalla costituzione dell’Associazione Amici della Fondazione Camillo Cavour (1996), la commemorazione ufficiale pomeridiana è stata affidata al giornalista Giorgio Dell’Arti, autore del libro Vita di Cavour, che già allora era stato presente alla rinascita del polo cavouriano dopo l’alluvione del 1994. Cavour, uno straniero in Italia: questo il titolo provocatorio del suo intervento. Il 10 giugno è seguita la lectio magistralis sul tema Se ci fosse Cavour, tenuta dagli studiosi Paolo Peluffo e Lucio Caracciolo. Nelle tre dotte relazioni si è cercato di attualizzare la figura del Conte, quindi non ricordando solo le sue scelte di allora, ma ipotizzando come egli si comporterebbe nell’oggi della politica.
Per la serie interviste impossibili abbiamo chiesto a Camillo il parere su quanto affermato dai relatori.
“Signor Conte come possiamo parlarci: in italiano, in francese o in piemontese?”
“Gentile Amico, preferisco scrivere in francese, lingua storica della mia famiglia, ma parlo correntemente l’italiano e lei avrà letto i resoconti dei miei interventi alla Camera, tenuti nella nostra lingua. Per quanto riguarda il piemontese, temo che i suoi lettori avrebbero difficoltà a comprendermi, quindi vada per l’italiano”.
“Dell’Arti, polemicamente, l’ha definita ‘uno straniero in Italia’, sostenendo che oggi è rimasto poco del suo progetto politico: solo l’unità nazionale e il debito pubblico”.
“Come tutti gli uomini di frontiera, siamo tutti un po’ stranieri in patria. La nobiltà sabauda era generalmente multiculturale, mia nonna era savoiarda, mia mamma ginevrina inizialmente calvinista [poi si convertì al cattolicesimo],… io avevo una formazione storica, economica, tecnico-scientifica, mentre i politici di allora erano più degli umanisti e dei giuristi, … ero atipico, più che straniero. L’eredità del mio progetto politico: l’unità nazionale senz’altro. È ormai un dato acquisito, consolidato: le spinte disgregatrici o esageratamente autonomistiche mi sembrano marginali. Per quanto riguarda il debito pubblico: è una storia che non viene spiegata bene. Certo, di fatto il debito salì con i miei ministeri, ma era al 30% del prodotto interno lordo, veda un po’ oggi com’è [137%],… poi il PIL cresceva, conseguentemente anche il debito, ma proporzionalmente. Lo ha ben spiegato Peluffo nel suo intervento, portando dati ed esibendo tabelle. Come ha detto il vostro Mario Draghi, esiste il debito buono e quello cattivo: io indebitai lo Stato per le infrastrutture utili, per modernizzarlo. Ferrovie, canali, industria navale, porti,… non per dare mance e contentini qua e là”.
“Peluffo l’ha definita un rivoluzionario…”.
“Sì, affermazione anche ripresa da Caracciolo, Peluffo è sempre molto originale,… aspetto con ansia la pubblicazione del suo prossimo libro Risorgimento segreto. Secondo loro ero un rivoluzionario camuffato da moderato: il senso era che non si poteva restare con le mani in mano; il modello sociale ed economico doveva essere cambiato radicalmente (come di fatto avvenne in tutta Europa), ma bisognava farlo all’interno delle istituzioni, che dovevano essere modificate, come avvenne a partire dallo Statuto Albertino [4 marzo 1848]. Veda lei se questo basta a definirmi rivoluzionario”.
“Caracciolo ha ricordato molte sue innovazioni e ha attualizzato ai nostri giorni la sua azione politica”.
“Lucio Caracciolo è sempre dotto e brillante. Lo ascolto e lo leggo molto volentieri. Sì, ha ricordato anche lui molte opere intraprese all’epoca. Mi ha fatto piacere che abbia sottolineato come avessi intuito che l’Italia doveva essere una piattaforma logistica al centro del Mediterraneo (che lui chiama ironicamente ‘il nostro lago salato’ o ‘medio-oceano’ [tra gli oceani Indiano e Atlantico]). L’apertura del Canale di Suez [1869, dopo circa 10 anni di lavori e una lunga progettazione] avrebbe potuto portare sviluppo alla nuova nazione. Il primo porto utile sarebbe stato Brindisi, ma occorreva l’unità, servivano ferrovie e trafori per commerciare con il Nord Europa, Francia, Inghilterra, per aprire nuovi mercati in alternativa a quello austro-prussiano,… ma si rende conto in che stato è ancora oggi la ferrovia adriatica? Cosa è stato fatto in un secolo e mezzo? Inoltre, Caracciolo è di una lucidità impressionante quando ricostruisce la geografia e la politica attuale. La sua analisi sul Mediterraneo e sul complesso ruolo che vi sta svolgendo la Turchia è indiscutibile. Mi faccia poi dire una cosa: ho molto apprezzato che abbia sottolineatola moralità della mia azione politica”.
“Tutti i relatori hanno insinuato il sospetto che la sua non sia stata ‘solo’ una morte naturale”.
“Lasci perdere la storia dell’avvelenamento, ispirata da Vittorio Emanuele II. Con tutti i delitti e le stragi irrisolti, molto più recenti, che ci sono in Italia, cosa vuole che si riprendano dicerie vecchie e sepolte”.
“Infine, cosa pensa che quest’anno il Premio a lei intitolato sarà assegnato a un cattolico come Ernesto Olivero?”.
“Sono ben felice. Col Sermig e con l’Arsenale della pace ci troviamo di fronte a una forma di continuazione della tradizione sociale del cattolicesimo piemontese dei secoli scorsi”.
“Quindi lei apprezza i cattolici?”.
“Ma io sono sempre stato cattolico! Non creda alle insinuazioni fatte sul mio conto! Ma di questo parleremo un’altra volta. Adesso vada a gustare le eccellenze vinicole e gastronomiche del territorio che sono state preparate per i convegnisti. Cerea”.
Stefano Passaggio



