«Io sono la vite e voi i tralci»

Commento alle Letture della V Domenica di Pasqua (domenica 28 aprile) – Vangelo Giovanni 15,1-8

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In questa quinta Domenica di Pasqua è ancora un’immagine evangelica molto forte a segnare la liturgia della Parola in particolare l’annuncio evangelico: «Io sono la vite e voi i tralci». È la parola di Gesù che ci tramanda l’evangelista Giovanni. Dobbiamo innanzitutto sottolineare  che questa immagine non è tratta solo dall’ambiente naturale della Palestina di Gesù, ma anche dall’ambiente biblico per questo non facciamo fatica a intravvedere il richiamo profetico di Isaia che parla del popolo di Israele come la vigna del Signore. I due brani però non si somigliano molto ma sono per così dire antitetici: la vigna che è Israele non produce frutti mentre il tralcio unito alla vite nel racconto di Gesù produce molto frutto. Il contrasto, lungi dall’essere contrapposizione ci invita ad entrare più consapevolmente nella nostra decisione di vivere la vita cristiana. Questa decisione nasce dal nostro Battesimo, continua con la nostra Confermazione, si nutre dell’Eucarestia e della Riconciliazione e sfocia in una testimonianza cristiana credibile.

Siamo nel tempo Pasquale, nel tempo della celebrazione dei Sacramenti come segni efficaci della grazia di Dio e dell’amicizia con il Signore Gesù che richiama la vite con la sua linfa. Nel Vangelo di oggi il Signore non risparmia le parole «forti» per invitarci a riconsiderare il nostro vivere da cristiani vissuto non come conoscenza o buona pratica quanto piuttosto come un innesto nell’amicizia con Gesù così come il tralcio è innestato alla vite.

Non poteva esserci per noi in questo tempo pasquale parola più bella di «innesto» che sottolinea l’intima reciprocità tra il Signore e il suo discepoli: noi con Lui e Lui con noi. Il rapporto con Dio descritto nel Vangelo non è un rapporto di sudditanza, di servilismo o peggio ancora di padronanza ma un rapporto libero di amicizia e bisogno reciproco: se è vero che il tralcio produce frutto innestato alla vite è altrettanto vero che la vite ha bisogno del tralcio per donare i suoi frutti. Il Signore ci ha scelto per portare nel mondo il suo frutto gustoso per la salvezza dei nostri fratelli e sorelle.

C’è un’altra considerazione importante nello sviluppo delle cose che stiamo dicendo: il tralcio rimane unito alla vite. Il tralcio non ha senso staccato dalla vite e non solo non porta frutti ma non ha neppure ragione di essere. Il pressante invito del Vangelo nella Parola di Gesù è racchiuso nel verbo rimanere in greco «maneo» che significa restare, dimorare stabilmente. Il principio del nostro essere discepoli è racchiuso nel rimanere, nel restare pazientemente uniti al Signore così come il tralcio resta unito alla vite. Richiamando le cose dette in precedenza possiamo affermare che senza i Sacramenti e la celebrazione di essi nella comunità cristiana possiamo avere solo l’illusione del rimanere ma in realtà la nostra dimora, la nostra permanenza è negli spazi di quello che penso, del fai da te che non sono propriamente gli spazi del Vangelo di Gesù Cristo. Io non sono solo ciò che penso, io sono lì dove abito e non solo di passaggio ma stabilmente. In questo pellegrinaggio terreno nulla mi definisce di più se non lo stare con Gesù attraverso i Sacramenti nella Chiesa.

Questa domenica con il suo «restare», «rimanere» è il giorno ideale per ravvivare, per gustare di nuovo la presenza e la Grazia del Risorto che rimane in noi attraverso i segni della sua amicizia che sono i Sacramenti, in particolare l’Eucarestia e la Riconciliazione che la Chiesa ci offre. Ecco un brano di commento di questo Vangelo tratto da un’omelia di Benedetto XVI: «Rimanere in Cristo significa, rimanere anche nella Chiesa. L’intera comunità dei credenti è saldamente compaginata in Cristo, la vite. In Cristo, tutti noi siamo uniti insieme. In questa comunità Egli ci sostiene e, allo stesso tempo, tutti i membri si sostengono a vicenda. Insieme resistiamo alle tempeste e offriamo protezione gli uni agli altri. Noi non crediamo da soli, crediamo con tutta la Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, con la Chiesa che è in Cielo e sulla terra».

 padre  Andrea MARCHINI

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