Io sono (l’unico) buon Pastore

Commento alle Letture della IV Domenica di Pasqua (21 aprile) – Vangelo Giovanni 10,11-18

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Le Domeniche del Tempo Pasquale sono molto intense di contenuti e di emozioni. Tutto nasce dalla Pasqua e tutto converge alla Pasqua. La prima comunità cristiana fa l’esperienza gioiosa della presenza del Risorto e con Lui gli Apostoli sono testimoni dei prodigi che il Risorto opera nel tempo della Chiesa. Ce lo testimonia nella prima lettura il prodigio della guarigione del paralitico. Il nome di Gesù invocato nella vita di quell’uomo lo rimette in piedi: non vi è altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati.

Nel Vangelo di oggi il nome di Gesù è associato alla figura del Pastore. Non è un altro nome ma è un richiamo che Gesù stesso fa attraverso l’evangelista Giovanni alla sua persona. Io sono il Buon Pastore che in realtà sottende al significato greco di «Bel Pastore». Nella figura del Pastore che Gesù attribuisce a sé stesso, il primo forte richiamo è quello del sacrificare la vita. Il dare la vita per le pecore caratterizza il Pastore e lo contrappone al mercenario. Il mercenario non è pastore e non gli importa delle pecore. Il dare la vita di Gesù è non solo il prezzo del nostro riscatto ma anche e soprattutto la misura colma dell’amore di Dio per noi. Vorrei citare san Cesare de Bus a questo proposito il quale in un suo scritto paragonando gli amori umani arriva a dire che «più grande di tutti è l’amore del Signore per noi».

L’evangelista Giovanni nella prima parte del brano di oggi punta molto sul contrasto tra il Pastore e il mercenario ed in questo contrasto si rivela la salvezza del gregge: al Pastore importa delle pecore mentre al mercenario non importa delle pecore e all’arrivo del lupo le abbandona e fugge. Nel dono della vita di Gesù, appena celebrato nel mistero pasquale, possiamo affermare che ciascuno di noi è importante per Dio, così importante e prezioso che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi. Il piano del paragone Pastore-gregge è evidentemente un piano teologico.

Il punto di partenza è la similitudine ma riferita alla persona di Gesù e al dono della sua salvezza realizzato nella Pasqua il paragone assume un rilievo più profondo e molto più elevato fino ad assumere il connotato teologico del dono della vita come principio della nostra salvezza. Senza voler essere pedissequi non mi è difficile immaginare nel recinto del mondo e addirittura nell’ovile del cuore la presenza più o meno manifesta di mercenari che usano della nostra vita, usano dei nostri doni, delle nostre energie fino a rubarci la fede, la speranza, la carità. Il Signore che è il nostro Pastore invece non usa della nostra vita, non si serve delle nostre energie più belle e più vere ma le custodisce in questo dono di vita.

Scopriamo, esaminando la profondissima ricchezza di questo brano, che non è il gregge in funzione del pastore ma il Pastore in funzione del gregge vale a dire che il gregge è l’unico interesse del Pastore. Non sono così sicuro invece che il Pastore sia l’unico interesse del gregge impegnato troppo spesso a cercare l’erba nei pascoli del potere, l’acqua nelle sorgenti degli affetti, il riposo all’ombra del proprio interesse e non cerca invece l’amore incondizionato per il suo Pastore. Pensare però al Signore unico e «Bel Pastore» della nostra vita, che ci protegge dai mercenari così come pure dai lupi con il dono della vita, mi fa uscire da questa domenica, la quarta Domenica di Pasqua con la decisione ferma di amarlo di più e affannarmi un pochino di meno ai pascoli del potere, alle sorgenti degli affetti, all’ombra dei miei interessi. A pensarci bene e in conclusione trovo strano e grande questo paragone: il Pastore dà la vita per le pecore e le pecore poi cominciano a dare la vita per il Pastore; in questo scambio di vita c’è la sorgente della nostra fede e di ogni vocazione.

padre Andrea MARCHINI

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