Izmir, padre Amprino: è il tempo della soldarietà

Terremoto – Parla padre Alessandro Amprino, domenicano, originario di Cumiana (To), ordinato presbitero a Chieri nel 2019, che nei giorni del sisma era in Italia e che da lunedì 13 è tornato a Izmir dove è cancelliere arcivescovile e vicario parrocchiale della comunità Madonna del Rosario nel centro della città

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«Nel 2020 il terremoto che aveva colpito la Turchia nella zona di Izmir (Smirne) non era paragonabile a questo, eppure, a distanza di 2 anni, nella città e nell’animo delle persone ci sono ancora i segni di quanto accaduto. Non posso pensare a quanto ci vorrà, ora, là dove si contano ormai migliaia di morti e di feriti». A parlare è padre Alessandro Amprino, domenicano, originario di Cumiana (To) ordinato presbitero a Chieri nel 2019, che nei giorni del sisma era in Italia e che da lunedì 13 è tornato a Izmir dove è cancelliere arcivescovile e vicario parrocchiale della comunità Madonna del Rosario nel centro della città. «La nostra zona è distante da quella colpita», precisa, «ma la geografia che segna le distanze chilometriche è diversa dalla geografia della fraternità: ci sentiamo tutti colpiti e cerchiamo di farci vicini a quanti stanno soffrendo. Nella nostra Diocesi, domenica 12, in tutte le celebrazioni festive, abbiamo pregato in modo particolare per i morti, i soccorritori e si è indetta una colletta per raccogliere aiuti che verranno devoluti al Vicariato apostolico dell’Anatolia dove in questo momento il Vicario generale, il gesuita padre Antuan Ilgit, con tenacia sta tenendo alta la speranza della gente offrendo accoglienza a chi ha perso tutto, senza distinzioni tra le fedi di appartenenza. Ora serve tutto, dai medicinali al cibo, poi serviranno progetti e fondi per ricostruire».

Padre Alessandro Amprino, domenicano, cancelliere arcivescovile e vicario parrocchiale della comunità Madonna del Rosario a Izmir

Un «senza distinzioni» che padre Alessandro ripete più volte nel dialogo a testimoniare che in una terra dove i cattolici sono lo 0,2% della popolazione anche nella catastrofe del sisma la comunità cristiana cerca di vivere quella fraternità tra persone che è il cuore del documento sulla «Fratellanza umana» siglato ad Abu Dhabi nel 2019 e che anche quest’anno a Izmir, il 4 febbraio, è stato ricordato con alcune iniziative. «Stiamo ricevendo aiuti», prosegue, «senza distinzioni e li distribuiamo allo stesso modo, perché è un dolore che unisce tutti. Noi siamo lontani, ma tanti hanno parenti nelle zone terremotate. Penso ad una signora da poco battezzata e residente nella nostra diocesi che ho sentito in questi giorni, ha due nipoti dispersi e più passa il tempo più diminuiscono le speranze. La nostra missione diventa oggi quella di andare avanti con la consapevolezza che la vita è fragile, ma che è comunque nelle mani di Dio, ed è quella di essere presenza che innalza le mani verso Dio nella preghiera e le tende verso l’altro».

Presenza fraterna che si rivela anche attraverso i contatti telefonici: «Sono rimasto veramente colpito e sono molto grato», conclude, «per i tanti messaggi di vicinanza che mi sono giunti in questi giorni, messaggi di chi era preoccupato per me, ma anche di incoraggiamento, sostegno e preghiera, una dimostrazione di quella geografia della fraternità di cui parlavo prima: che unisce in questo momento la nostra gente, ma anche quanti ci stanno aiutando da ogni parte». E di unità e condivisione scrive il direttore di Caritas Anatolia John Farhad Sadredin: «Nel mezzo di questa immane tragedia, noi cristiani di lskenderun cerchiamo di restare uniti e di darci da fare. Tutti i parrocchiani collaborano e si impegnano tantissimo. Ogni giorno prepariamo cento pacchi alimentari e distribuiamo cinquanta piatti caldi nel parcheggio accanto alla nostra Cattedrale crollata, dove alcuni hanno allestito delle ‘case’ di fortuna con dei lenzuoli, nel tentativo di ritrovare un po’ di privacy. Abbiamo anche cominciato a distribuire pasti a centocinquanta persone, pranzo e cena, in tre zone diverse della città. È stato avvilente constatare che in un quartiere della città non esiste una sola casa ancora in piedi. Abbiamo pure incontrato gruppi di soldati che ci hanno chiesto di procurare delle coperte per il trasporto delle salme estratte dalle macerie. Oggi è tornata l’elettricità, ma solo per qualche ora.

Purtroppo, non abbiamo gas né acqua potabile. Allora i cristiani ortodossi della chiesa di San Giorgio hanno condiviso con noi l’acqua dei loro serbatoi e noi abbiamo contraccambiato portando loro dei viveri e altri beni di prima necessità. Come noi, anche i cristiani ortodossi hanno allestito una mensa per i loro parrocchiani e distribuiscono pasti anche in strada, davanti alla chiesa, per chi ne ha bisogno. Altri raggi di luce sono stati aiuti insperati, che abbiamo ricevuto in modo del tutto inatteso. Da un nostro ex parrocchiano, che lavora nell’Afad (l’Autorità per la gestione dei disastri e delle emergenze) e che ci ha portato tre macchine stracolme di vario materiale. Da venticinque soldati dell’esercito spagnolo, uomini e donne, arrivati con un camion di acqua e viveri, che ci hanno aiutato ad allestire un deposito nel teatrino della parrocchia rimasto ancora agibile. Da un gruppo di rifugiati, cristiani di Tokat, una città a seicento chilometri di distanza da lskenderun, che sono venuti apposta per portarci un pulmino pieno di roba e un’offerta in denaro per aiutare noi, la Chiesa di Antiochia e quella di Samandag. Questi gesti di solidarietà nutrono la nostra speranza e ci danno la forza per affrontare le nostre difficoltà».

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