Kazakistan, mons. Dell’Oro: “la carità e la bellezza come vie di dialogo”

Intervista – Mons. Adelio Dell’Oro, milanese, classe 1948, dal 2015 Vescovo di Karaganda in Kazakistan, la scorsa settimana era al Cottolengo di Torino per confermare, con la Superiora generale Madre Elda Pezzuto, la presenza di due suore cottolenghine a servizio di un centro che accoglie e dà un futuro a ragazzi con autismo, e alle loro famiglie. Lo abbiamo raggiunto per un colloquio

304
Mons. Adelio Dell'Oro

Mons. Adelio Dell’Oro, milanese, classe 1948, dal 2015 Vescovo di Karaganda in Kazakistan, la scorsa settimana era al Cottolengo di Torino per confermare, con la Superiora generale Madre Elda Pezzuto, la presenza di due suore cottolenghine a servizio di un centro che accoglie e dà un futuro a ragazzi con disabilità, soprattutto con autismo, e alle loro famiglie. Lo abbiamo raggiunto per un colloquio sulle sfide della minoranza cattolica (1% della popolazione) in una Paese ex sovietico, che si estende fra la Russia e la Cina, dove fino al 1991 le religioni dovevano vivere in modo clandestino e dove ancora oggi la libertà religiosa non è ancora pienamente raggiunta. Un Paese, la Repubblica del Kazakistan, che Papa Francesco ha visitato nel settembre 2022 per partecipare al Congresso mondiale dei leader religiosi nella capitale Astana.

Mons. Dell’Oro, Papa Francesco nella sua visita ha definito la nazione kazaka «paese d’incontro», «ponte tra l’Europa e l’Asia», «anello di congiunzione tra Oriente e Occidente». Com’è la situazione delle religioni? 

In Kazakistan sono presenti 135 etnie diverse, appartenenti a tutte le religioni. Il 78% della popolazione è di tradizione musulmana, i cristiani ortodossi sono il 18%, il resto degli abitanti appartiene ad altre religioni, fra cui i cristiani protestanti e i cattolici, che sfiorano l’1%. Ci sono stati 70 anni di regime sovietico in cui, fino all’indipendenza nel dicembre 1991, era proibita qualsiasi forma di espressione religiosa e i credenti di tutte le religioni erano costretti a vivere la fede in modo clandestino. Di quel periodo abbiamo delle testimonianze grandi: fedeli che sono stati deportati nei lager del Kazakhistan in quanto dichiarati nemici della patria. Tra questi c’era un amico di Papa Wojtyla, il sacerdote polacco Wladyslaw Bukowiński, beatificato l’11 settembre 2016 nella cattedrale di Karaganda, che fece 13 anni e mezzo di lager e che poi, quando fu liberato, rifiutò la proposta di rientrare in Polonia, decidendo di diventare cittadino dell’Unione Sovietica per rimanere in Kazakistan e dedicarsi all’apostolato tra i cattolici di diversa provenienza nazionale. Due anni fa ho aperto il processo di beatificazione di una donna tedesca, Gerturde Detzel: anche lei fece 13 anni nei lager e quando venne liberata organizzò clandestinamente tante comunità cattoliche proprio nella città di Karaganda. Con l’indipendenza del Kazakistan tutte le religioni sono potute uscire all’aria aperta, si sono organizzare, hanno costruito chiese… L’anno decisivo è stato il 2001 quando per la prima volta un Papa, san Giovanni Paolo II, è venuto in visita nel Paese, subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Proprio da quell’incontro l’allora presidente Nursultan Nazarbaev volle istituire il Congresso dei leader delle religioni mondiali per favorire il terreno del dialogo e della convivenza tra le diverse etnie e religioni. Ecco, però da un lato c’è il coraggio che hanno avuto i primi missionari e dall’altro un limite: dopo l’indipendenza molti cattolici, soprattutto tedeschi e polacchi, sono ritornati nella loro patria d’origine. Quindi queste comunità, che dopo il ’91 erano molto vive e numerose, si sono andate nel tempo rimpicciolendo.

Ma a che punto è il dialogo interreligioso?

C’è un ecumenismo ad alto livello e poi c’è quello della vita di tutti i giorni. Per esempio da parte mia è molto saldo il legame di amicizia con l’Imam regionale. Dopo la visita di Papa Francesco accolsi in episcopio a Karaganda mons. Khaled Akasheh, Segretario della Commissione per le relazioni religiose con i musulmani del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: quando lo portai alla moschea, l’Imam gli disse: «Monsignore, io dialogo con tanti Imam, ma solo con il Vescovo Adelio c’è un rapporto di vera amicizia, un rapporto umano».

Ci sono ancora ostacoli alla libertà religiosa?

Fuori dai recinti delle nostre parrocchie non possiamo fare nulla come Chiesa. Questo vale anche per tutte le altre religioni. Dobbiamo organizzarci all’interno delle nostre strutture proprio perché la libertà religiosa non è ancora del tutto perfezionata.

Come vede la guerra tra Russia e Ucraina dal Kazakistan?

Con lo scoppio del conflitto si sono verificati problemi nelle comunità cattoliche dove sono presenti sia fedeli russi che ucraini. Allora ho scritto una lettera ai parroci che posso riassumere in questi tre punti: 1 – Se Dio è padre di tutti, siamo tutti figli al di là della nostra appartenenza; 2 – La vita dell’uomo, del singolo uomo, vale più del mondo intero; 3 – Guardiamo alla possibilità che il Signore ci dà di verificare che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide o differenzia. Gesù può essere il punto di unità tra un russo e un ucraino? A livello politico il presidente del Kazakistan Kassim-Jomart Tokayev ha definito il conflitto con la parola «guerra», proibita in Russia. Lo scorso settembre tanti giovani russi sono fuggiti dal Paese per non essere arruolati e si sono rifugiati in Kazakistan. Nelle nostre parrocchie abbiamo accolto per un paio di mesi due giovani russi ventenni. Quando ho chiesto loro perché fossero scappati mi hanno semplicemente risposto: «Non volevamo andare ad uccidere o ad essere uccisi senza una ragione». Confidiamo che l’azione silenziosa, ma concreta che senza sosta sta portando avanti il Papa, che ora ha inviato in Ucraina il cardinale Zuppi, possa portare ad una soluzione.

C’è paura nel Paese?

A parte i primi mesi di guerra in cui c’è stata anche una carenza di materie prime e medicinali ora non c’è paura, c’è però tanta rabbia perché questo conflitto ha provocato un aumento alle stelle di tutti beni di consumo e, in generale, del costo della vita.

La cattedrale di Karaganda con il Vescovo mons. Adelio Dell’Oro

Come Vescovo come vede la missione della Chiesa nel suo Paese?

Cerco di mettere in pratica quello che Papa Francesco ha detto lo scorso settembre nella Cattedrale di Astana incontrando vescovi, sacerdoti, religiosi e operatori pastorali: su quel discorso ho lavorato lungo tutto quest’anno pastorale con le diverse comunità della diocesi che è grande due volte e mezzo l’Italia. In particolare sono due i punti centrali: è importante avere una memoria grata del passato, di tutti quei cattolici che per tanti anni hanno comunicato la fede in assenza di sacerdoti, durante il regime sovietico; la promessa di futuro, «non abbiate paura di gettare un piccolo seme», ha detto il Papa, «come lievito nella pasta e come il più piccolo dei semi gettato nella terra, abitiamo le vicende liete e tristi della società in cui viviamo, per servirla dal di dentro». Un invito ad uscire dalle sacrestie per incontrare e mettersi in dialogo con tutti. Come comunità mettiamo in pratica queste parole con la strada della carità e della bellezza. Nella Cattedrale di Karaganda, consacrata nel 2012, c’è un organo molto bello. Da aprile a settembre tutti gli anni viene proposto un programma con una decina di concerti che gremiscono la cattedrale di fedeli di tutte le religioni e non credenti. Attraverso la bellezza della musica si ritrova sinfonia e unità.

Nella città di Karaganda sta portando avanti un’opera che accoglie ragazzi con disabilità nata proprio dal dialogo interreligioso a cui ha chiamato a servire le suore del Cottolengo. Di cosa si tratta?

L’opera nasce da un’esigenza: per i ragazzi autistici dopo il percorso scolastico, cioè fino a 16 anni, non c’è più nulla: sono costretti a vivere relegati in casa con un dolore grande per le loro famiglie. La Caritas diocesana su richiesta di una mamma con una figlia autistica ha iniziato a mettere a disposizione delle casupole piccole ma dignitose che avevano già accolto una ragazza malata terminale. In poco tempo la casa arriva ad accogliere 20 ragazzi con le loro mamme. Ed ecco che il progetto prende forma: si è costituito un gruppo di volontari di tutte le religioni che insieme all’associazione «Il Faro» segue i ragazzi accolti. Ho poi chiesto nel corso di una mia visita a Torino alla superiora generale delle suore del Cottolengo la presenza di due sorelle cottolenghine che sono poi arrivate a Karaganda dalla missione di Bangalore in India lo scorso dicembre: suor Grace Kallarakal e suor Nirmala Achari. La difficoltà con la lingua russa, che le due sorelle stanno imparando, è stata subito superata dagli abbracci dei bambini e ragazzi del centro. Ora stiamo progettando la costruzione di un edificio a Karaganda che potrà accogliere 50 ragazzi con disabilità: un’opera che potrà offrire un contributo a tutta la società nel percorso di inserimento sociale e lavorativo.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome