Kennedy e i rapporti con i Papi Giovanni XXIII e Paolo VI

20 gennaio 1961 – 22 novembre 1963 – I rapporti tra il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e i pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI

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Nel terzo anno di pontificato di Giovanni XXIII il 45enne John Fitzgerald Kennedy, nel novembre 1960, è eletto presidente degli Stati Uniti e si insedia il 20 gennaio 1961. Secondo la prassi, il Papa invia all’eletto un messaggio, senza dare rilievo al suo status di cattolico: «Mi congratulo con voi per l’elezione a presidente degli Stati Uniti. Con la preghiera che l’Altissimo voglia assistervi nel superare le difficoltà del vostro alto ufficio, esprimo cordiali e sinceri auguri per il benessere vostro e della vostra famiglia e per la felicità e la prosperità dell’amatissimo popolo americano».

Mons. Loris Francesco Capovilla, storico segretario di Papa Giovanni, ricorda quattro eventi emblematici di Kennedy: accoglie con simpatia la mediazione papale «sui generis» nella crisi dei missili di Cuba nell’ottobre 1962; offre un valido apporto alla liberazione dell’arcivescovo ucraino Jozif Slipuy dalla segregazione impostagli dall’Urss; presenta a Boston la «Pacem in terris» dell’11 aprile 1963: «Questa enciclica mi rende fiero di essere cattolico»; infine il conforto procurato a Papa Giovanni morente con lettera recata a mano dal cardinale arcivescovo di Boston Richard Cushing in cui – scrive Capovilla – «asseriva che l’esecutivo americano si dissociava nettamente da commenti sfavorevoli, sollevati qua e là, sulle iniziative del Pontefice, riferiti in particolare alla situazione politica italiana ed europea». Dopo la liberazione di Slipyi nel 1962, a mezzo del consigliere Norman Cousins il Papa invia a Kennedy un’icona orientale e il presidente la mette nell’appartamento privato.

Tramite canali diplomatici ed ecclesiastici il capo della Casa Bianca fa sapere che desidera vivamente andare in Vaticano» durante il viaggio in Italia nel giugno 1963. Annota mons. Capovilla: «Venne fissata la data, ma l’aggravarsi, nel maggio 1963, della malattia di Giovanni XXIII fece annullare la visita. Il presidente voleva  ricambiare, a viva voce, i saluti ripetutamente inviatigli da Roncalli tramite il card. Cushing e i familiari ricevuti in udienza»: il fratello Edward il 21 marzo 1961, la moglie Jacqueline l’11 marzo 1962, la madre Rose il 28 aprile 1962. In sostanza, Papa Giovanni voleva ricevere in udienza il presidente Kennedy ma non fu possibile perché Papa Roncalli morì il 3 giugno 1963.

Il 21 giugno 1963 è eletto Giovanni Battista Montini: Paolo VI inizia il pontificato il 30 giugno e il 2 luglio riceve il primo presidente cattolico degli Usa Uniti: John Fitzgerald verrà assassinato sei mesi dopo. Annota Capovilla: «In servizio di anticamera pontificia, alle 20 del 22 novembre 1963, diedi a Paolo VI la notizia, dapprima dell’attentato e venti minuti dopo della morte, e potei cogliere sul volto del Papa impressioni di smarrimento e di dolore». Dalle tante critiche a Kennedy – per esempio il suo presunto «sfarfallare» con le donne – Capovilla, senza scendere nei particolari, lo difende a spada tratta: «Qualunque cosa si pensi del presidente, ho la persuasione che l’altissimo ufficio avesse acceso in lui il corrispondente senso di responsabilità, che ne determinò il pensare e l’operare. Debolezze e difetti sono propri di tutti gli uomini. La grandezza è di pochi. Tra questi colloco convintamente John Kennedy. Su di lui i riflettori della maldicenza hanno insistito oltre misura, non riuscendo però a oscurare l’immagine dell’uomo nuovo, che aveva fatto intravedere l’auspicata “Alleanza per il progresso” e la pace e la “Nuova frontiera”. Nella luce della fede, mi piace immaginare il silenzioso colloquio tra i due personaggi nelle Grotte vaticane il 2 luglio 1963 quando Kennedy e scese alla tomba di Papa Giovanni. Al di là delle frontiere terrestri, il 22 novembre 1963 l’anziano Pontefice tese le braccia al giovane presidente che, nonostante contrarietà e incertezze, aveva validamente operato per una stagione di pace, chiedendo a Dio per sé e per gli americani di poter essere degni “della nostra forza e della nostra responsabilità, di poter esercitare la nostra forza con saggezza e ritegno e di poter conquistare nella nostra epoca e per tutte le epoche l’antico desiderio di pace sulla terra”». Il segretario ricorda le confidenze del card. Cushing: «Non si meravigli di certe smagliature dei media. Creda a me: John ha il timore del Signore. Dopo la sua elezione mi chiese: “Cosa vuole Dio da me?”». E la confidenza del consigliere Norman Cousins: «Il presidente è sensibilissimo alla voce del Papa. Nei nostri colloqui, egli lascia trasparire il dovere di adoperarsi per la giustizia e la fraternità nel mondo».

Anche Paolo VI ha una grande ammirazione per il presiedente assassinato a Dallas sessant’anni fa. «Voi attendete da noi questa parola: non gli uni contro gli altri, non più, non mai. Ascoltate le chiare parole di un grande scomparso, di John Fitzgerald Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità”. Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’umanità». Il 4 ottobre 1965 Paolo VI rivolse il suo accorato appello «Jamais la guerre! Jamais la guerre» all’assemblea Onu a New York: il presidente e il predecessore sono gli unici personaggi che Paolo VI cita al Palazzo di vetro.

Il suo assassinio resta un mistero, nonostante le commissioni e le mille inchieste. Non tanto nell’esecuzione materiale – il magazziniere ed ex marine (di destra) Lee Harvey Oswald – quanto di chi c’era dietro a tirare le fila. Ricco, bello e potente, si batte in favore dei neri e dei diritti civili, avvia vaste e incisive riforme sociali e politiche. «Aveva il senso della storia» dice Arthur Schlesinger, il suo più fidato collaboratore. Nei mille giorni della presidenza (20 gennaio 1961-22 novembre 1963) ci furono errori e grandezze: il fiasco dell’invasione ideata dalla Cia di mille esuli cubani alla Baia dei Porci (17 aprile 1961); il ritiro dei missili russi da Cuba (ottobre 1962); il pantano Vietnam; il primo volo spaziale di Alan Shepard (5 maggio 1961). Alcune frasi restano scavate nella storia: il 26 giugno 1963 davanti al Muro di Berlino disse: «Ich bin ein berliner. Io sono un berlinese».

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