La bella impresa di educare all’affettività

Intervista – «I figli imparano l’amore dal comportamento dei loro genitori». È una verità antica che don Domenico Cravero, psicoterapeuta e sociologo, pone con forza nella sua riflessione sull’educazione dei giovani all’affettività nell’era dei social media

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Don Domenico Cravero, parroco di Poirino, è psicoterapeuta e sociologo, consulente in sessuologia clinica, da anni è promotore di scuole dei genitori e percorsi coniugali. Gli abbiamo chiesto di riflettere sul tema dell’educazione all’affettività dei nostri giovani, disorientati dai modelli mediatici, dai loro stessi genitori che faticano a trovare risposte immersi in una cultura che non orienta a scelte per la vita. Eppure i nostri figli hanno bisogno di rapporti affettivi stabili, «sani», anche se i «Millennials» sembrano (e vengono rappresentati) come una  generazione caratterizzata da instabilità relazionale.

Don Cravero, lei è da anni che si occupa di adolescenti e di educazione all’affettività e sessualità: quali sono le urgenze in un tempo in cui la crisi di identità, che poi influisce anche nei rapporti di coppia, nei giovani sembra essere un’emergenza?

A me sembra che le urgenze siano due: scoprire l’altro come diverso da me e insistere sulla bellezza della sessualità umanizzata. L’eros è esperienza individuale ma non è un fatto privato: è un incontro di persone che innanzitutto si rispettano. Nell’individualismo del nostro mondo, i costumi sessuali sono stati travolti, le parole d’amore invece sono rimaste le stesse: ci si innamora come da sempre. Nella mentalità comune, il successo erotico è riportato all’orgasmo, che però non è tutto nella sessualità e neppure costituisce il suo vertice. Fin dai suoi inizi, infatti, la sessuologia ha sempre ribadito che nella sessualità umana il vero afrodisiaco è l’amore. Per questo l’eros è un’esperienza complicata: per suo mezzo si vorrebbe congiungere il corpo con lo spirito, il concreto con l’astratto, la carne con l’amore. Tra i ragazzi è palpabile il loro smisurato bisogno di tenerezza. In gran maggioranza continuano a sognare l’amore, come raccontano i testi delle musiche che ascoltano o le confidenze che si raccolgono. A motivo dell’amore, la sessualità affascina ma anche perturba. Il piacere è una dimensione chiave della sessualità ma è una produzione mentale ad alta complessità perché è indisgiungibile dalle emozioni e dai sentimenti. Le delusioni d’amore, infatti, fanno molto soffrire e senza amore si precipita nella solitudine.

Come spiegare ai giovani che le delusioni d’amore fanno crescere?

Come indicava la sapienza antica le cose belle sono tutte difficili e ciò che è difficile richiede virtù e coraggio. Ciò che oggi ci manca è la visione di una sessualità bella, una virtù della sessualità felice. La tradizione cristiana condensava la sua proposta in una parola esclusiva e teoricamente chiara: la «castità». Oggi questa parola non richiama una particolare bellezza; è usata solo come sinonimo di astinenza. Pur essendo l’eco di una ricchissima ricerca e anche di coraggiose buone pratiche, non riesce più a essere intesa come la virtù della pienezza, quella che trasfigura la sessualità in intermediario dell’amore, trasforma il bisogno in desiderio e lo difende da ogni surrogato e falsificazione. La nuova virtù, per tradurre all’oggi l’antica castità, dovrà riferirsi allo sviluppo pieno ed equilibrato delle potenzialità affettive e sessuali. Dovrà difendere l’amore dai pericoli dell’insensibilità e dell’aggressività, e orientare la sessualità alla felicità e non solo al soddisfacimento. Non si può stare però senza una virtù della bellezza erotica. A questo servono i percorsi formativi, le esperienze che gli oratori propongono ai ragazzi. La delusione amorosa, così diffusa nella società odierna, potrebbe essere la conseguenza di maggiori aspettative affettive per le quali non sono ancora disponibili modelli condivisi, dopo il fallimento della rivoluzione sessuale. Se non si insiste sulla virtù, la pratica educativa rischia di essere interpretata come un giogo di norme e divieti, senza possibilità di presa. Una proposta su cui sto lavorando è di intendere la castità come «mistica della carne» (cfr. Fabrice. Hadjad) facendo risplendere l’antica saggezza biblica dell’amore incarnato, il più bel dono che il cristianesimo possa offrire al nostro tempo.

La solitudine sembra caratterizzare le nuove generazioni anche per il loro disorientamento affettivo: come dare attenzione a tutti i giovani, affrontando anche il nodo dei diversi orientamenti sessuali? E come accompagnare educatori e genitori in questo cammino di ascolto e accoglienza?

La questione del gender, secondo il sociologo Pierpaolo Donati, è determinante per la società del XXI secolo, ma vi sono gravissime carenze nell’elaborazione di un nuovo patto fra i sessi, dove la differenza sia la condizione dell’identità delle persone. Abbiamo bisogno di una nuova cultura del gender che valorizzi la specifica umanità dei generi e le reciproche interdipendenze. Per educare alla differenza è utile prevedere anche tempi e forme in cui ragazze e ragazzi (a volte anche in gruppi separati) si esercitino al riconoscimento della pari dignità, in ogni campo. La relazione matura avviene, infatti, in un ininterrotto incrocio delle identità e delle differenze: «Io, maschio, riconosco e sviluppo in te la donna che tu sei; io, donna, riconosco e sviluppo in te l’uomo che tu sei». Oggi manca non solo una conoscenza precisa delle reciproche fisiologie e psicologie, ma più ancora l’attenzione all’«intero» dell’Altro, irriducibile a ruolo, funzione, fisiologia.

Lei da anni tiene corsi per i genitori su questi temi: può raccontarci come sono pensati questi percorsi e quali sono i riscontri?

Nelle scuole dei genitori e nelle «costituenti educative» che ho proposto in centinaia di occasioni fin dagli anni ‘90 ho sempre insistito sul fatto che il primo modo di amare i figli è amarsi e rispettarsi come genitori. I figli imparano l’amore dal comportamento dei loro genitori. L’amore è il primo e il più prezioso bene comune. Va quindi celebrato in luoghi pubblici (scuole e municipalità) accettando la sfida della società pluralista, aperta, democratica, per fare della sessualità un tema unitivo, non divisivo.

A partire dall’esperienza di due consultori per adolescenti che ho creato negli anni ’90 nelle periferie di Torino, sono giunto alla convinzione che l’educazione sessuale sia un caso esemplare di educazione permanente, che inizia nella prima infanzia e non dovrebbe terminare mai. Il suo obiettivo è aiutare le persone a dare significato alla loro sessualità (in qualsiasi stato o condizione esse vivano), passando attraverso i gesti e i simboli suggeriti dai loro valori, e partendo dalla conoscenza dei corpi e delle menti così come sono. Ultimamente sto molto insistendo sull’educazione sessuale degli adulti, cercando di individuare percorsi possibili per tutti, con un linguaggio che induca al rispetto e contribuisca a eliminare la violenza dall’amore, abolendo prima la violenza delle idee. Che verità sarebbe quella che avesse bisogno della prepotenza per imporsi? Nella condizione adulta, si presuppone la maturità: che cioè le persone abbiano fatto tesoro di ciò che hanno imparato dalle esperienze riuscite e dai sempre possibili errori. Si previene e si contrasta la violenza di genere se s’incomincia il più precocemente possibile: dalla prime parole con cui si tenta di descrivere la sessualità umana.

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