“La bellezza straripante del Vangelo”

Intervista – Colloquio con l’Arcivescovo eletto di Torino e Susa, don Roberto Repole, sulle sfide che attendono la Chiesa, i tempi nuovi, il dialogo con la cultura contemporanea

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«La straripante bellezza del Vangelo» è il grande dono che la Chiesa può portare al mondo. Attorno a queste parole, il saluto pronunciato da don Repole nel santuario della Consolata, si sviluppa il suo primo colloquio con il nostro giornale, un’intervista sulle sfide che attendono la Chiesa, i tempi nuovi, il dialogo con la cultura contemporanea.

Don Repole, le forme della Chiesa stanno cambiando. Fra 10 anni il clero sarà molto assottigliato, tante parrocchie risulteranno sguarnite. Lei come immagina la Chiesa del futuro?

È evidente che in un futuro non lontano la Chiesa dovrà rivedere il suo modo di esistere, che attualmente consiste nel presidio capillare del territorio. È uno modello che non può più reggere: valeva nel tempo della cristianità, ma oggi non siamo più in questo tempo. Ci aspetta il compito di riprendere in mano le forme della vita parrocchiale e revisionarle.

Le chiese sono meno frequentate di una volta, la comunità cristiana è ridimensionata nei numeri, eppure il Papa affida a questa comunità il grande compito di «uscire» per portare il Vangelo al mondo. Con quale forze lo si dovrebbe fare?

Bisogna evitare una certa retorica della Chiesa «in uscita», intesa come Chiesa che deve darsi da fare per potenziare la propaganda al Vangelo. L’evangelizzazione non è questo. La Chiesa sarà davvero «in uscita» quando le comunità vivranno una vera esperienza di Vangelo, cioè una vera esperienza di vita con Cristo e di fraternità in Cristo. Là dove questo avverrà, lo vedremo «uscire» naturalmente verso l’esterno, spontaneamente. E per fare questo non è decisivo essere molti oppure pochi: è importante la qualità della vita cristiana.

Nel suo primo saluto alle diocesi di Torino e Susa, lei ha detto che la Chiesa non è una realtà «potente»: cosa significa?

Significa che la Chiesa non è una potenza di questo mondo e quindi non deve scimmiottare le altre potenze. La Chiesa è potente della potenza di Dio, che si rivela nell’amore e nella dedizione totale.

Lei ha anche detto che il «ministero» del Vescovo si esprime nella Chiesa accanto ad altri ministeri. Qual è il compito specifico del Vescovo?

Il Vescovo, con la collaborazione dei presbiteri, ha il compito di radicare la Chiesa nella testimonianza apostolica. Ha il compito di garantire la «cattolicità» della Chiesa: essa non può pensarsi chiusa in se stessa, ma strutturalmente in relazione con tutte le altre Chiese locali, compresa la Chiesa di Roma che presiede nella Carità.

Qual è, secondo lei, lo stato di salute degli altri ministeri nelle comunità cristiane, in particolare di quelli laicali?

È uno stato di salute buono se guardiamo a tanti ministeri che vengono esercitati di fatto da cristiane e cristiani impegnati nella catechesi, nella liturgia, nella carità… Credo però che sia necessario, in futuro, fare in modo che alcuni di questi ministeri ed anche altri assumano forme più stabili e chiaramente visibili.

È una risorsa o un motivo di difficolta diventare Vescovo nella propria Chiesa di appartenenza?

Può esserci un valore nel fatto che un Vescovo venga scelto nel presbiterio della Chiesa locale. È chiaro che questo richiede un’attenzione il più possibile oggettiva da parte del Vescovo alle diverse sensibilità, ai diversi caratteri, alle diverse potenzialità. Ben sapendo che le diversità sono un valore nella misura in cui sono espressione della ricchezza sovrabbondante del Vangelo.

Torniamo alla vita delle parrocchie. Oggi i preti sono gravati da molte incombenze e spesso sono stanchi. Lei cosa può dire loro?

Dico loro che mi piacerebbe essere vicino a tutti e fare in modo che nessuno si senta solo e abbandonato a se stesso. Insieme dovremo cercare di coltivare e custodire ciò che ci fa vivere in maniera profonda e che davvero fa parte del nostro ministero.

Si dice che i giovani siano lontani dai temi della fede, è così?

Non credo che si possa sostenere questo. Certo, mi pare che i giovani non percepiscano la Chiesa come una risorsa spirituale, anche quando hanno sete di Dio. La grande sfida pastorale è fare in modo che quello che proponiamo indirizzi davvero al Dio di Gesù Cristo: sono convinto che se lo faremo, questo interesserà anche i giovani.

Le Diocesi di Torino e Susa hanno da poco iniziato il cammino sinodale. In che cosa deve consistere questo cammino?

Il metodo sinodale, che significa «camminare insieme», è uno stile ecclesiale da sperimentare e consolidare. Ma è anche uno strumento attraverso cui in futuro dovremo affrontare questioni concrete per la vita della Chiesa: per esempio la revisione delle forme parrocchiali di cui ho detto, oppure i modelli di catechesi, o la questione dei ministeri.

Nella Chiesa subalpina esistono sensibilità diverse: una in prima linea nel sociale, un’altra preoccupata che il sociale ponga in secondo piano il messaggio spirituale del Vangelo. Dov’è il punto d’incontro?

Il punto d’incontro non può che essere la fede autentica in Gesù Cristo. L’impegno sociale è un modo attraverso cui diamo carne alla prassi di Cristo. Ma questo è possibile solo se la Chiesa rimane una comunità che rende gloria in modo disinteressato al Dio che si è comunicato in maniera definitiva in Gesù.

L’area torinese, per il grave declino industriale, soffre da due decenni una pesante crisi economica e sociale. L’Arcivescovo Nosiglia ha spesso descritto due città parallele, quella benestante e quella che soffre la povertà. Potrebbe la Chiesa non spendersi tutta, come ha fatto fino ad oggi, per la cura dei poveri, dei disoccupati, dei migranti?

La Chiesa non può dimenticarsi dei poveri, se lo facesse cesserebbe di essere Chiesa. Dovrà sempre farsene carico, ma sulla base delle forze che possiede e senza trascurare le sorgenti da cui deriva l’impegno per i poveri: la fede in Cristo, che si esprime e si alimenta nel silenzio, nella preghiera, nella celebrazione e nell’ascolto delle Scritture.

I fenomeni migratori, la moltiplicazione delle culture, la secolarizzazione sfidano la Chiesa ad un confronto sempre più aperto con le culture diverse dal Vangelo. Con quale stile deve accadere?

Dobbiamo farlo con lo stile di Gesù: il dialogo. Sapendo che si può dialogare solo partendo da una precisa consapevolezza della propria identità. Quindi dialogheremo a partire dalla nostra identità di cristiani: crediamo che in Gesù Cristo si offre la salvezza per tutti.

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