La compassione che ci salva

Commento alle letture della VI Domenica del Tempo Ordinario (11 febbraio) – Vangelo Marco 1,40-45

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Questa sesta Domenica del Tempo ordinario ci racconta della guarigione del lebbroso e il particolare racconto evangelico coincide con la Giornata Mondiale del malato nella ricorrenza del 11 febbraio. Inizio mia riflessione sul Vangelo recuperando il messaggio che Papa Francesco ha inviato al popolo di Dio per preparare questa giornata del malato. Il titolo del messaggio è: «Non è bene che l’uomo sia solo». In sintesi il testo del messaggio evidenzia come il senso di solitudine e di abbandono possano emergere con maggiore forza nel tempo della malattia e della fragilità e il Papa in un passaggio del suo testo scrive: «la prima cura di cui abbiamo bisogno nel tempo della malattia è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza».

Con questo messaggio torno a scrutare il Vangelo dove troviamo il lebbroso e Gesù. Il lebbroso per la sua stessa condizione vive un’esperienza massima di solitudine e di allontanamento sociale, così come prescrive la legge mosaica che ascoltiamo nel libro Levitico «il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto, è impuro, se ne starà solo e abiterà fuori dell’accampamento».

Il gesto di Gesù che si avvicina e lo tocca è qualcosa di rivoluzionario e di inimmaginabile agli occhi degli uomini religiosi del suo tempo impastati di una spiritualità inversamente proporzionale alla compassione. Ecco che il gesto di Gesù per quanto rischioso per il contatto fisico con l’impuro è rischioso per via della compassione provata. Provare il sentimento di compassione fino ad avvicinare il malato e circondarlo di affetto e di compagnia fa correre il rischio di coinvolgersi, il rischio di perdere tempo, di perdere risorse economiche. Non si può essere buon smaritano per così dire «dietro la tastiera». Ricordiamo il gesto del Vangelo di Luca del «Buon Samaritano» (Lc 10, 25-37) la compassione di quel tale lo fa fermare, lo fa scendere da cavallo e sostare davanti al malcapitato derubato dai banditi e lasciato sul ciglio della strada. La nostra società lascia tante persone sul ciglio della strada, le difficoltà, le sofferenze, anche la malattia lasciano i nostri fratelli e le nostre sorelle sul ciglio della strada, ai margini delle strade ampie e scorrevoli del benessere, della salute, del successo, dell’invulnerabilità.

Il gesto di Gesù, la sua compassione non guarisce solo il lebbroso dalle sue pustole riammettendolo al cospetto dei sacerdoti e quindi della comunità; il gesto di Gesù in qualche modo guarisce anche gli ascoltatori di tutti i tempi e li guarisce dalla malattia del fare grandi prodigi a parole e di praticare piccoli egoismi nei fatti. Guarisce dal male del nostro secolo di «stare alla finestra», «stare dietro la tastiera» e da dietro la finestra o da dietro la tastiera avere una parola per tutti spesso di critica e di emarginazione che esclude e rende soli. I discepoli del maestro sono chiamati a contagiare il mondo con la loro compassione e non con la lebbra del giudizio e dell’emarginazione.

La strada indicata da Gesù nel Vangelo non è una strategia per attirare consensi o aumentare le percentuali degli estimatori: «ordinò severamente di non pubblicizzare il fatto» ma si colloca come un’alternativa allo stile di vita del mondo dove appare solo ciò che è bello, sano, forte, e dove tutto il contrario di questo è nascosto, taciuto e dimenticato.

Infine un ultimo particolare che avrebbe bisogno di un approfondimento ulteriore: Gesù, rimarrà fuori dalla città, preludio alla sua passione, per ricordarci che compassione sposa passione e se la compassione non sposa la passione è accademia.

padre Andrea MARCHINI

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