La Conferenza episcopale italiana non è il Vaticano

Intervista televisiva – Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni risponde piccata alle osservazioni della Conferenza episcopale italiana, espresse nella 79ª assemblea (Roma, 20-23 maggio 2024), sui progetti dell’«autonomia differenziata» e del «premierato». La premier confonde la Conferenza episcopale italiana con lo Stato del Vaticano

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Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Giorgia Meloni risponde piccata alle osservazioni della Conferenza episcopale italiana, espresse nella 79ª assemblea (Roma, 20-23 maggio 2024). I vescovi criticano i progetti dell’«autonomia differenziata» e del «premierato». Dice Meloni: «Non so esattamente di cosa sia preoccupata la Conferenza episcopale italiana visto che la riforma del premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa. Ma mi consente anche di dire, con tutto il rispetto, che non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una Repubblica parlamentare». Lo dice nell’intervista in un programma televisivo amico, senza contraddittorio, con il conduttore «inginocchiato» ai suoi piedi. È il caso di ricordare che una cosa è lo Stato Città del Vaticano e un’altra cosa è la Conferenza episcopale italiana sorta 60 anni fa. 

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«La Conferenza episcopale italiana è organismo di recente istituzione, ma ormai di indispensabile funzionalità. Non è da supporre che l’episcopato possa mancare di questa sua unitaria espressione, di questo strumento di unione, di coordinamento, di mutua collaborazione, di promozione come negli altri Paesi. Se la sua posizione geografica, storica, spirituale, lo pone in speciale posizione verso la Sede Apostolica, non per questo può mancare di una sua propria configurazione canonica e morale, di una sua propria responsabilità collettiva nella cura della vita religiosa del Paese, di un suo piano pastorale, conforme alle istruzioni e direttive della Santa Sede, ma studiato e svolto da organi propri e con mezzi propri».

Paolo VI sessant’anni fa, il 14 aprile 1964, con un discorso a tutto l’episcopato italiano riunito per la prima volta a Roma, istituisce di fatto la Conferenza episcopale italiana, anche se il nome era in uso da una decina d’anni. La sua storia inizia nell’Ottocento e il suo embrione sta nelle Conferenze episcopali regionali di cui si ha notizia dal 1849 con Pio IX (1846-1878), prima dell’Unità d’Italia (1861) quando c’era ancora lo Stato Pontificio. È la più giovane delle Conferenze episcopali: in Belgio i vescovi si riuniscono dal 1832, in Irlanda dal 1854, in Germania dal 1867, in America latina dal 1899. Riunioni regionali formalizzate il 24 agosto 1889 dall’istruzione «Agli arcivescovi» della Congregazione dei vescovi, su disposizione di Leone XIII (1878-1903). Chiesa italiana, Papa e Santa Sede sono un «unicum» inscindibile. Anche dopo il Concordato dell’11 febbraio 1929, con Pio XI (1922-1939) le questioni sono risolte dalla Santa Sede che fino al 1968 gestisce anche i Seminari regionali.

Il Codice di Diritto Canonico pio-benedettino del 1917 – preparato da Pio X (1903-1914) e promulgato da Benedetto XV (1914-1922) – fissa il «Concilio provinciale» ogni 20 anni e le Conferenze episcopali regionali ogni anno. Con Pio XII (1939-1958) si hanno i primi incontri dei presidenti delle 19 regioni conciliari – oggi sono 16 – e appare la sigla Cei. L’incontro inaugurale si tiene l’8-10 gennaio 1952 nella casa dell’arcivescovo di Firenze, cardinale Elia Dalla Costa. L’incontro si ripete a Sestri Levante il 27-29 gennaio 1953 dove si decide di far precedere il successivo da un’inchiesta nelle diocesi sui problemi più urgenti. Alcuni cardinali arcivescovi si riuniscono nel Seminario milanese di Venegono Inferiore il 14-15 settembre 1953. Particolare importanza ha quello al santuario mariano di Pompei del 6-7 novembre 1953 perché da un’inchiesta nasce la prima «lettera collettiva dell’episcopato ai fedeli delle diocesi italiane», firmata dai presidenti delle Conferenze – tra cui Angelo Giuseppe Roncalli – e pubblicata il 2 febbraio 1954 su temi vita cristiana, clero secolare e regolare, laicato.

L’infanzia della Cei, un periodo di rodaggio, va dal 1954 al 1964 con un segretario, dal novembre 1954 il vescovo Alberto Castelli. La Conferenza comprende solo i presidenti regionali. Le riunioni annuali si susseguono dal gennaio 1955 a Pompei all’agosto 1963 a Roma. Trattano: i problemi del costume, la vita cristiana, l’impegno per i valori morali, l’unità politica dei cattolici, la censura. Il documento più importante è la lettera collettiva dal titolo ultimativo «Questa eresia odierna che si chiama laicismo» (25 marzo 1960). Nell’ottobre 1959 Papa Giovanni designa primo presidente il cardinale Giuseppe Siri arcivescovo di Genova. Si entra nel vivo del Concilio (1962-1965) – con il decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi «Christus Dominus», 28 ottobre 1965 – e della collegialità episcopale e si fa strada l’esigenza di coinvolgere tutti i vescovi. Tre Papi provengono dalla Cei: Giovanni XXIII (1958-1963) patriarca di Venezia; Paolo VI (1963-1978) arcivescovo di Milano; Giovanni Paolo I (26 agosto-28 settembre 1978) vescovo di Vittorio Veneto e poi patriarca di Venezia. La Cei si sviluppa all’ombra del Cupolone.

Sessant’anni fa nella primavera 1964 Roma convoca tutti i vescovi il 14-16 aprile per esaminare i temi da affrontare nella III sessione del Concilio. Da sempre il problema dominante è l’eccessivo numero delle diocesi. Dice Paolo VI: «Grandi problemi si prospettano, a cominciare dal numero eccessivo delle diocesi alla preservazione della fede nel popolo, minacciata dall’evoluzione della vita moderna, dal laicismo e dal comunismo». Montini elenca i problemi dell’Italia: vocazioni e Seminari, istruzione religiosa, assetto sociale cristiano, stampa cattolica, cultura e scuola «nostra». Per cui «tutti abbiamo la persuasione che questi e altri problemi, interessanti la stabilità e l’efficienza della Chiesa, non possono essere risolti da quel vecchio medico, che in altre circostanze è il tempo; oggi il tempo non corre a nostro vantaggio, da sé i problemi non si risolvono, né la fiducia nella Provvidenza esonera noi pastori responsabili dal compiere ogni possibile sforzo per offrire alla Provvidenza l’occasione di suoi interventi». I problemi non sono risolti «da ciascun vescovo e nemmeno da ciascuna regione». Solo l’aiuto e la solidarietà vincono «difficoltà gravissime con dimensioni nazionali. A tale animazione unitaria può egregiamente provvedere una Conferenza episcopale italiana consapevole della sua missione e animata da sapiente e coraggioso proposito di svolgerla concretamente e tempestivamente».

Pier Giuseppe Accornero

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