La corsa a quattro chiude un’era politica

Elezioni – Gli ultimi sondaggi consentiti dalla legge sulla par condicio hanno confermato la fine del bipolarismo all’italiana, che ha caratterizzato trent’anni di vita politica: il centro-destra risulta favorito (45%) non per uno sfondamento elettorale, ma per la frantumazione del centro-sinistra, con il Pd (valutato intorno al 20%) eguagliato dai rivali grillini (13-14%) e centristi (7-8%)

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Gli ultimi sondaggi consentiti dalla legge sulla par condicio hanno confermato la fine del bipolarismo all’italiana, che ha caratterizzato trent’anni di vita politica: il centro-destra risulta favorito (45%) non per uno sfondamento elettorale, ma per la frantumazione del centro-sinistra, con il Pd (valutato intorno al 20%) eguagliato dai rivali grillini (13-14%) e centristi (7-8%).

Nei comizi a Torino e in Piemonte Conte, il presidente della Camera Fico, Calenda sono apparsi più interessati a sconfiggere Letta che a fermare la leadership della Meloni. Le distanze non sono soltanto di schieramento: sulla politica estera Pd e centristi sono per il pieno sostegno all’Ucraina nella linea europeista e atlantica, i grillini chiedono invece la sospensione degli aiuti militari a Kiev; viceversa in politica economica: Calenda e Renzi sono scatenati contro il Reddito di cittadinanza, Conte lo difende come principio di solidarietà (ed anche Letta, con alcune correzioni).

Nel centro-destra la campagna elettorale, pur in un contesto unitario, non ha cancellato le differenze programmatiche: filo-Ucraina la Meloni, morbidi con Putin Salvini e Berlusconi, europeisti con Bruxelles i forzisti, ‘sovranisti’ alla Orban Salvini e Meloni; prudenti sulla gestione economica dello Stato Fratelli d’Italia (temono le reazioni dai mercati), uniti Lega e forzisti nel ‘partito della spesa’, con un programma di governo che non si preannuncia facile da gestire.

Le rilevazioni dell’opinione pubblica presentano contestualmente elementi di contraddizione: gli italiani apprezzano a maggioranza il Governo Draghi, ma è l’opposizione ad essere avvantaggiata: la Meloni (che doppia Salvini, mettendo in crisi la Lega), Conte, che recupera con il netto ‘no’ a Draghi, l’alleanza Sinistra italiana-Verdi che supera il tetto del 3% per entrare in Parlamento.

Sembra prevalere nell’elettorato un vento di protesta, come nelle politiche del ’18 con la vittoria dei grillini (33%), nelle europee del ’19 con l’ascesa di Salvini (34%), ora cresce Fratelli d’Italia (sino a quando?).

L’esecutivo Draghi, formato in un momento di acuto disagio politico ed economico, ha certamente risollevato le condizioni finanziarie del Paese e affrontato la nuova emergenza della guerra Russia-Ucraina. Non ha tuttavia potuto evitare, anche per le tensioni internazionali, la crescita della povertà e delle diseguaglianze, con nuovi dislivelli tra l’espansione dei profitti societari e la stazionarietà di stipendi, salari, pensioni (permane emblematica, in una stessa Azienda, Banca, Assicurazione, la differenza abissale tra la remunerazione milionaria dei manager e la modestia di poche migliaia di euro per cassaintegrati o salariati).

Anche la scelta del Governo Draghi, per la sua dimensione tecnica, di astenersi da mediazioni sui delicatissimi temi etici e culturali, ha lasciato spazio al crescere dei conflitti, mentre la tradizione repubblicana è nella linea della mediazione, dall’intesa De Gasperi-Togliatti sulla Costituzione agli accordi Fanfani-Nenni sul centro-sinistra (dopo il caso Tambroni) e Moro-Berlinguer sul «compromesso storico» negli anni della lotta al terrorismo sanguinario.

Va infine rilevato, secondo le analisi dell’autorevole «Corriere della Sera», un elemento rasserenante: il centro-destra non avrebbe i due terzi dei seggi in Parlamento necessari per cambiare la Carta costituzionale. Il documento-base della vita repubblicana appartiene a tutti e nessuna forza politica (chiunque sia) può agire da sola. Questo fatto, se confermato, renderebbe vana la richiesta subito avanzata da Berlusconi di dimissioni di Sergio Mattarella per introdurre il «presidenzialismo» (ma quale?).

Il Capo dello Stato, che mantiene in campagna elettorale una rigorosa neutralità, continua intanto nel sostegno all’Ucraina e nella pressione su Bruxelles perché l’Europa adotti finalmente un tetto sul prezzo del gas, superando gli egoismi nazionali che, alla fine, favoriscono il Cremlino. Sorprende in particolare la linea del Governo olandese del liberale Rutte, che difende i grandi profitti di Amsterdam (sede della Banca del gas) contro i principi di solidarietà tra i 27 Paesi dell’Unione. Lo stesso Rutte, in passato, si era distinto per gli attacchi all’Italia «spendacciona». Il ‘sovranismo’ finanziario non è meno pericoloso per l’Europa di quello politico.

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