La dura lezione di Suez

Analisi – Una nave troppo grossa. Un virus troppo piccolo. Basta questo a fermare il mondo? Sì. Non passa giorno senza che qualcuna delle «certezze» che abbiamo accumulato negli ultimi 70 anni (o negli ultimi 10 mila) non venga fatta a pezzi; la cronaca ci impone non solo la fame e la guerra, gli attentati e quant’altro

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Una nave troppo grossa. Un virus troppo piccolo. Basta questo a fermare il mondo? Sì.

Non passa giorno senza che qualcuna delle «certezze» che abbiamo accumulato negli ultimi 70 anni (o negli ultimi 10 mila) non venga fatta a pezzi; la cronaca ci impone non solo la fame e la guerra, gli attentati e quant’altro. Ma viene continuamente a interpellarci sulla nostra capacità di «vedere il mondo». O meglio: viene a dirci che stiamo usando strumenti inadeguati, perché il mondo non corrisponde mai alle nostre aspettative, all’idea comoda che ce ne siamo fatti.

Il nostro mondo non è una macchina ordinata: vogliono immaginarlo così solo i dittatori pazzi, gli ingenui e certi speculatori della finanza,  ciascuno per i propri interessi. Intendiamoci: il mondo è ordinato, eccome, altrimenti non starebbe insieme un secondo di più. Ma scoprire quell’ordine per noi, a quanto pare, non è semplice: dagli atomi di Democrito sono passati 2500 anni, e cominciamo adesso a intuire che la «materia» non è pesante come un sasso ma piuttosto leggera come una relazione, l’incontro fra particelle infinitesimali come i quanti.

Ma esempi come quello delle 370 navi ferme a Suez e Porto Said sono simboli troppo importanti per essere sottovalutati. Proprio in questi giorni celebriamo un passaggio fondamentale per la storia dell’Occidente: gli Ebrei guidati da Mosè che fuggono dall’Egitto obbedendo alla promessa di un Dio sconosciuto al Faraone. «Pasqua» significa passaggio: passaggio di Suez. Quel canale venne costruito nel 1867, quando la fede nelle «magnifiche sorti e progressive» era forse al suo culmine: nessuno avrebbe arrestato il progresso… Ma nel 1956 sempre a Suez finì l’illusione degli storici Paesi coloniali: Francia e Inghilterra cercarono di avviare una guerra per ribadire il proprio predominio sui traffici del Canale. Ma Stati Uniti e Unione Sovietica li mandarono a casa… Ancora, nel 1967, il Canale venne varcato da Israele, che in 6 giorni ridusse letteralmente a terra i Paesi arabi, distruggendone l’aviazione e arrivando a occupare il deserto ben oltre il Sinai, fino alle porte del Cairo. I pellegrini cristiani che hanno compiuto i viaggi «sulle tracce dell’Esodo» ricordano bene le carcasse dei carri egiziani lungo la strada verso la capitale.

Adesso ferma a Suez c’è la «macchina mondiale» dei nostri commerci; e le «news» ci raccontano di quanto ci verrà a costare questo blocco: 10 miliardi di dollari al giorno è la prima stima. Dieci miliardi di dollari! Al giorno!

«Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere [risparmiando così 53 minuti di tempo]. “Io, disse il Piccolo Principe, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”» (Saint-Exupéry, Il piccolo principe, XXIII).

La pandemia continua a dirci con monotonia, fino alla noia, che c’è una bella differenza tra benessere e lusso, tra salute e sfarzo e spreco. Ma da quell’orecchio non ci sentiamo – non tutti, almeno; non ancora. La nave che ha riportato le rotte all’epoca di Magellano ci dice la stessa cosa.

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