“Abbi cura di lui”, la XXXI Giornata Mondiale del Malato

11 febbraio – Papa Francesco torna sulla parabola evangelica del buon samaritano (Luca 10,25-37) nel messaggio per la 31ª Giornata Mondiale del Malato nella memoria della Madonna di Lourdes

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Chi è un malato? «Uno da scartare, che infastidisce col suo carico di debolezze, o qualcuno che spezza la marcia sicura di chi non ha problemi, che interrompe l’indifferenza e frena il passo di chi avanza come se non avesse fratelli e sorelle?». Il malato è la persona al bivio tra i passanti indifferenti e il buon samaritano, in cui l’uomo malmenato e abbandonato a bordo strada «è la pietra d’inciampo tra una fraternità negata davanti all’evidenza e la compassione di chi sceglie di fermarsi e aiutare». Papa Francesco – come ha fatto in questi quasi dieci anni di pontificato – torna sulla parabola evangelica del buon samaritano (Luca 10,25-37) nel messaggio per la 31ª Giornata mondiale del Malato dell’11 febbraio, memoria della Madonna di Lourdes.

«Abbi cura di lui» titola il messaggio che riporta la raccomandazione del samaritano all’albergatore. Parole – osserva Bergoglio – «che Gesù rilancia a ognuno di noi e che dimostrano con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri e che si oppongono a una società dell’esclusione». L’enciclica «Fratelli tutti» (3 ottobre 2020) propone una lettura attualizzata della parabola. Il fatto che la persona malmenata e derubata venga abbandonata lungo la strada «è la condizione in cui sono lasciati troppi che hanno più bisogno di aiuto».

Trattando «da fratello» l’estraneo e sventurato, il samaritano «senza nemmeno pensarci, cambia le cose, genera un mondo più fraterno». Ed è con questo esempio evangelico che la Chiesa deve misurarsi se vuole essere «un valido ospedale da campo». Gli anni della pandemia «hanno aumentato la gratitudine verso coloro che operano ogni giorno per la salute e la ricerca». Ma sono anche emersi «i limiti strutturali dei sistemi sociali. Occorre cercare le strategie e le risorse perché a ogni persona siano garantite le cure». La Giornata del malato è legata a Lourdes: «I malati sono al centro del popolo di Dio».

«Andate a bere alla sorgente e lavatevi» chiese la Madonna a Bernadette Soubirous nel febbraio 1858. A Lourdes l’acqua scorre ovunque, nel fiume Gave, nelle fontane e nelle piscine. Tutte le religioni valorizzano il carattere fertilizzante dell’acqua, creatrice di vita, associata alla fecondità femminile. Nostra Signora a Bernadette ordinò di scavare davanti alla grotta per trovare l’acqua: non la fece sgorgare ma chiese alla ragazzina di scavare. Tutte le guarigioni di Lourdes sono collegate all’acqua della grotta di Massabielle, ma Bernadette chiarì che l’acqua non serve a niente senza fede e preghiera. L’acqua da sola non ha poteri miracolosi: il Signore può utilizzarla come segno della sua opera. I miracoli di Lourdes sono un segno offerto a tutti, miracolati e non, della vera guarigione.

Presso il santuario c’è il «Bureau des constatations médicales. Ufficio delle constatazioni mediche» – nel quale operano medici di tutte le convinzioni – che esamina i casi di presunte guarigioni definite «inspiegabili» secondo le conoscenze scientifiche. Solo dopo la Chiesa ne sancisce «il carattere miracoloso».

Ne rendono testimonianza due scienziati non credenti. Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina e agnostico, a Lourdes nel 1903 con un treno di malati, si converte dopo aver visto la guarigione inspiegabile di una giovane donna malata terminale. Luc Montagnier, direttore dell’Istituto Pasteur di Parigi, scopritore del virus HIV, Nobel per la medicina, scrive: «Sui miracoli di Lourdes che ho studiato, credo che effettivamente si tratti di qualcosa di non spiegabile: non mi spiego questi miracoli e riconosco che vi sono guarigioni incomprensibili per la scienza».

Solo 69 guarigioni inspiegabili sono accettate dalla Chiesa su migliaia di infermi e su milioni di pellegrini in 165 anni (1858-2023): 18 apparizioni dall’11 febbraio al 16 luglio 1858. Gli italiani guariti sono 7. Perché le guarigioni fossero riconosciute dalla Chiesa sono passati anni e anni: una donna di San Remo 12 anni; il casalese Evasio Ganora 5 anni; una donna di Patti (Messina) 7 anni; un uomo di Scurelle (Trento) 13 anni; una donna di Paternò (Catania) 13 anni; una donna di Salerno 53 anni; una suora salesiana di Novi Ligure (Alessandria) 47 anni.

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