La guerra e il mestiere di dare notizie

Pubblichiamo un intervento del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte

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C’è stata un tempo, non molto lontano a dire il vero, nel quale la diffusione vorticosa dei social media aveva alimentato numerose leggende. Una di queste raccontava come tutti potessero essere giornalisti e per farlo fosse sufficiente aprire un blog o trasformare la propria pagina personale in una fonte di informazione. Poi però è arrivato un «cigno nero» chiamato pandemia che ci ha costretti a confrontarci con una situazione inedita e nella quale anche per le notizie «uno non valeva più uno». Per comprendere quello che ci stava accadendo è tornato a essere necessario consultare fonti documentate e autorevoli. Così, se lentamente il Paese sta uscendo dall’emergenza sanitaria, è anche perché l’informazione ha svolto fino in fondo il suo compito evitando derive plebiscitarie alimentate da avvelenatori di pozzi più o meno organizzati.

In questi giorni ci troviamo di fronte a un’emergenza diversa, dalla guerra metaforica del virus siamo passati alla guerra reale fatta dalle bombe che cadono sull’Ucraina e alla stampa è chiesto ancora una volta uno sforzo straordinario. Lo sforzo di fornire all’opinione pubblica tutti gli elementi di conoscenza necessari per formarsi una visione libera. Un impegno che l’informazione ha già iniziato a pagare con il tributo di sangue versato dai sei giornalisti morti nella guerra di Ucraina. E del resto, illuminare le periferie del mondo è da sempre un mestiere molto pericoloso come testimoniano anche i quarantasette giornalisti uccisi nel 2021. Un rischio che corrono quotidianamente centinaia di professionisti in vari angoli del pianeta e tuttavia indispensabile.

A quanti mettono talvolta in dubbio l’importanza dell’informazione o ne sottovalutano il ruolo, ricordo spesso l’eroica resistenza delle giornaliste e dei giornalisti di Oslobodjenje, il giornale di Sarajevo che non saltò nemmeno un giorno di uscita nei quattro anni del feroce assedio della città. Racconta Zlatko Dizdrevic, allora direttore della testata, che in alcuni giorni nei quali mancavano carta e inchiostro i redattori arrivarono a compilare a mano poche copie del giornale per affiggerle nelle bacheche del centro di Sarajevo. Anche così si resisteva a chi voleva far capitolare la città e con essa il modello multiculturale del quale era simbolo.

Questo è il giornalismo, questa è l’informazione.

E raccontare le periferie delle città italiane non è meno rischioso. L’ho ricordato pochi giorni fa in occasione della giornata della legalità promossa da «Libera». In Italia, nel 2021, gli episodi di intimidazione ai danni dei giornalisti sono stati 110, l’undici per cento in più dell’anno precedente, mentre sono venti i giornalisti che continuano a vivere sotto scorta. Un impegno che contribuisce ogni giorno a rendere libera la nostra società e che spesso, troppo spesso, viene però portato avanti da colleghe e colleghi sottopagati e senza alcun tipo di garanzia.

Se è vero che il mercato dell’informazione si trova al centro di una crisi di sistema dalla quale non è ancora uscito, sono proprio la pandemia e la guerra di questi giorni a dirci che la riforma di questo settore deve tornare al centro del dibattito pubblico. Una più equa distribuzione delle risorse tra i produttori di contenuti e le grandi piattaforme che ne sfruttano la diffusione, investimenti per l’educazione digitale nelle scuole e sostegni per l’innovazione tecnologica delle aziende editoriali, sono priorità per la tenuta del nostro sistema democratico.

Ma questo non è tutto. Nelle ultime settimane si è aggiunto un ulteriore elemento di preoccupazione legato all’applicazione del decreto legislativo sulla presunzione d’innocenza. È piuttosto grave che una legge nata per difendere un principio sacrosanto si stia trasformando in uno strumento con il quale, sempre più spesso, i magistrati e le forze dell’ordine negano ai giornalisti l’accesso a notizie indispensabili per il loro lavoro. Senza nulla togliere al rispetto dovuto a qualunque persona, innocente fino a sentenza definitiva, non è possibile trasformare questo principio in una forma di censura. La rivisitazione di questa norma con un’interpretazione che garantiscano il diritto di cronaca è indispensabile.

Fatte le debite proporzioni, in Italia come in qualunque parte del mondo, quando si limita il lavoro dei giornalisti si riduce la possibilità dell’opinione pubblica di conoscere e di formarsi opinioni documentate.

Su questi temi ci eravamo distratti ed è bene recuperare il tempo perduto per riportare rapidamente i temi e i tanti problemi irrisolti dell’informazione al centro dell’attenzione.

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