Guerra in Terra Santa, quel problema che non si riesce a nascondere

Israele-Gaza – Gli incidenti sono cominciati, sembra, per questioni abbastanza banali di «polizia municipale» alla Porta di Damasco nei giorni della fine del Ramadan; sono divenuti subito più importanti con l’irruzione della polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee, e nei successivi scontri. Poi l’escalation, col solito balletto …

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Gli incidenti sono cominciati, sembra, per questioni abbastanza banali di «polizia municipale» alla Porta di Damasco nei giorni della fine del Ramadan; sono divenuti subito più importanti con l’irruzione della polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee, e nei successivi scontri. Poi l’escalation, col solito balletto: silenzio imbarazzato dell’Unione europea, buone parole dell’Amministrazione americana, grancassa propagandistica della Turchia. La seduta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, domenica scorsa, ha portato la novità, forse più formale che sostanziale, dell’autocandidatura di Pechino a ospitare un vertice che porti a nuovi accordi di pace – è la prima volta che la Cina si interessa direttamente alle questioni e assume in Consiglio di sicurezza un’iniziativa di questo genere.

Anche le «ragioni» della guerra sembrano non portare nulla di particolarmente nuovo.

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha assolutamente bisogno di rimanere a capo del governo per non essere incriminato per corruzione e abuso di potere. Lo Stato di Israele sta andando al voto una volta all’anno da 4 anni in qua, senza riuscire ad esprimere una maggioranza stabile: questo accade anche perché, in una situazione elettorale bloccata, Netanyahu è il più disponibile a promettere a chiunque accordi e impegni programmatici appunto per non dover finire sotto processo. Che poi tali impegni non vengano mantenuti è un’altra questione…

I Palestinesi di al Fatah hanno rinviato le elezioni politiche che avrebbero dovuto svolgersi in queste settimane, sostanzialmente perché andrebbero a perderle: la dirigenza di Fatah appare molto screditata agli occhi degli stessi Palestinesi, per non aver saputo completare il «processo di pace» e aver dovuto subire gli «accordi di Abramo» (che invece funzionano…).

Hamas, che era stato messo nell’angolo proprio dagli accordi di Abramo (e dunque dalla solidarietà dei sunniti), ha trovato l’occasione giusta per tornare in primo piano.

In Palestina, insomma, continua a funzionare il teorema del nemico: lasciando spazio agli estremismi di Hamas, dei «coloni» israeliani e degli ebrei ortodossi, si mantiene il regime della paura, delle divisioni, della guerra. E si evita – in nome della continua emergenza – di entrare nel confronto politico, tanto in Israele quanto nei Territori. In questo quadro le vere vittime rimangono le popolazioni civili di Gaza, sempre in prima linea sotto i bombardamenti israeliani e, se si vuole, sempre più in ostaggio di Hamas…

I «fatti nuovi» dello scenario non sono molti.

Il più recente è l’invio in Palestina del rappresentante di Biden, incaricato di cominciare a negoziare il cessate il fuoco, e poi la tregua e poi si spera l’armistizio. Il cambiamento di «attenzione» di Biden lascia pensare anche a una minima correzione di linea. Se nei primi giorni di conflitto pareva evidente che gli Stati Uniti non volessero farsi coinvolgere, ora si prende atto della necessità di intervenire.

La posizione americana dice anche che non si cambia strada rispetto agli accordi di Abramo: essi reggono non perché fossero di grande forza «profetica» ma semplicemente perché fotografano una situazione già esistente: l’alleanza, commerciale e strategica di Israele con i sunniti, entrambi convinti che il loro nemico comune sono gli sciiti di Teheran. Ed è infatti sulla riapertura degli accordi per il nucleare iraniano che Biden gioca le sue carte, per bilanciare i poteri e gli interessi in campo a favore degli Americani ed evitare una contrapposizione diretta.

Non c’è molto altro. Il leader turco Erdogan cerca di inserirsi nella questione in termini di comunicazione e propaganda, ma i suoi problemi interni sono talmente evidenti e incombenti da togliergli ogni credibilità internazionale.

Fatto nuovissimo è, invece, l’esplosione della violenza tra gli arabi israeliani, in città che finora erano state ben lontane da questo tipo di scontri: Haifa, Nazareth, la stessa Tel Aviv-Giaffa, dove da decenni i diversi gruppi convivono senza troppi problemi. Gli scontri in Galilea e a Lod (Tel Aviv) hanno probabilmente radici diverse, e sono da collegare alla maturazione di quella situazione paradossale esistente fin dal 1948, quando migliaia di famiglie arabe (cristiane e musulmane) scelsero di diventare cittadini di Israele. In passato queste popolazioni si sono tenute lontane dalla politica – mandavano due deputati alla Knesset. Ma quando hanno cominciato a votare hanno scoperto un potenziale elettorale che viaggia intorno al 10% dei seggi; e costituisce dunque una forza di primo piano nel Parlamento di Israele come nel Paese.

L’altro fatto nuovo, è antichissimo: i problemi non risolti e lasciati marcire tornano comunque a presentare il conto. Netanyahu ha insabbiato il processo di pace per sopravvivere giorno dopo giorno con coalizioni sempre meno credibili. Merita ricordare che il processo di pace dopo gli accordi di Oslo è stato stravolto dall’assassinio di Rabin (1995), attuato da un «fanatico» estremista della destra israeliana. Quell’omicidio ha determinato la svolta da cui Israele e Palestina non sono più usciti (pur avendo compiuto enormi progressi nei termini della cooperazione quotidiana).

La questione di Gerusalemme è rimasta intatta. E collegata ad essa, la questione della curva demografica. Quella degli arabi che vivono a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nei Territori rimane comunque più alta di quella israeliana. In prospettiva questo significa che non sarà mai possibile sradicare queste popolazioni, con nessuna «pulizia etnica». Da tempo Israele ha scelto la via della burocrazia per rendere la vita sempre più difficile ai Palestinesi di Gerusalemme: ma non è comprando le case arabe o centellinando i permessi di residenza e di spostamento che riuscirà a conquistare la sua capitale. Come scriveva Amos Oz: «Il padre di Atalia sognava che ebrei e arabi si sarebbero amati gli uni con gli altri, bastava risolvere le incomprensioni. Ma si sbagliava di grosso. Tra ebrei e arabi non c’è e non c’è mai stata nessuna incomprensione. Al contrario. Ormai da qualche decennio c’è piuttosto un’intesa perfetta e assoluta: gli arabi di qui sono legati a questa terra perché è l’unica che hanno, non ne hanno nessun’altra, e noi siamo legati a questa terra per la medesima ragione. Loro sanno che noi non ci rinunceremo mai e noi sappiamo che loro non ci rinunceranno mai. Pertanto, ci siamo capiti benissimo. Non c’è né c’è mai stata incomprensione» (Amos Oz, Giuda).

La fiammata di guerra di questi giorni non può stupire nessuno. La questione irrisolta della Città Santa dimostra di rimanere un problema di livello mondiale (se non «il» problema…). Ma a Washington e Bruxelles, Mosca e Pechino, Riad e Teheran non sembrano in vista quei semi di coraggio e profezia che possano portare una luce nuova su Gerusalemme. È questa assenza, soprattutto, che consente ad Abu Mazen, Hamas e Netanyahu di continuare il loro sporco gioco.

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