La legge e il referendum sul divorzio in Italia

1970-1974 – Il 1° dicembre 1970 alle 5.40 il presidente della Camera on. Sandro Pertini annuncia l’esito della votazione finale sulla legge Baslini-Fortuna, la n. 898, che introduce il divorzio nella legislazione: 319 sì, 286 no. La legge è discussa con il «decretone anticongiunturale». Gli emendamenti democristiani sono respinti, nonostante tendano ad assicurare una maggiore tutela dei figli

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Il 1° dicembre 1970 alle 5,40 il presidente della Camera on. Sandro Pertini annuncia l’esito della votazione finale sulla legge Baslini-Fortuna, la n. 898, che introduce il divorzio nella legislazione: 319 sì, 286 no. La legge è discussa con il «decretone anticongiunturale». Gli emendamenti democristiani sono respinti, nonostante tendano ad assicurare una maggiore tutela dei figli, aspetto trascurato, ma avviene nelle legislazioni dei Paesi divorzisti.

LE PROPOSTE PARTONO DALL’UNITÀ D’ITALIA – Nel 1861 il deputato Salvatore Morelli ne presenta una ma non se fa niente. Vent’anni dopo il disegno di legge del guardasigilli Tommaso Villa ha una favorevole accoglienza ma non viene discusso. Si progetta il «piccolo divorzio» in due casi: la condanna di uno dei due coniugi ai lavori forzati; la separazione dopo un certo periodo ma l’on. Vito D’Ondes Reggio ammonisce che il divorzio è rigettato dai principi religiosi. Nell’aprile 1883 il ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli ammette: «Il popolo italiano non reclama il divorzio, ma le leggi devono precorrere il sentimento del popolo». Anche il progetto dei deputati Agostino Berenini e Alberto Borciani decade nel dicembre 1901 per la fine della legislatura.

PER I SOCIALISTI LO È «UN AFFARE «BORGHESE» – Del febbraio 1902 si discute la proposta dal presidente del Consiglio Zanardelli e del ministro della Giustizia Francesco Cocco Ortu ma i socialisti Leonida Bissolati e Filippo Turati precisano che il divorzio non rientra tra le rivendicazioni dei socialisti ma è «una preoccupazione e un’aspirazione borghese». I parlamentari Ubaldo Comandini (febbraio 1914) e Lazzari-Marangoni (febbraio 1920) presentano proposte «per lo scioglimento del matrimonio mediante divorzio», che trovano una rigida opposizione in Parlamento. Un autorevole richiamo (febbraio 1920) viene da «Avanti!», giornale socialista: «Se c’è una legge della quale il proletario socialista non sente il bisogno, una legge piccolo-borghese per eccellenza, degna della mentalità social-massonica, questa è la legge sul divorzio. Indipendentemente dagli ipotetici scopi politici, molto modesti, che non riusciamo a scoprire, il gruppo parlamentare socialista avrebbe ben altro da fare che occuparsi del divorzio».

ANCHE PER I COMUNISTI «È INATTUALE E DANNOSO» – Sotto il fascismo la situazione si complica: i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) attribuiscono gli effetti civili al matrimonio concordatario. Prima i due riti erano distinti, ci si sposava in Comune e in chiesa. L’Assemblea costituente ne discute con una proclamazione quasi unanime di «inattualità e dannosità». L’on. Palmiro Togliatti, segretario del Pci, definisce «inattuale e anzi dannoso il divorzio in relazione alle esigenze della società italiana». Il socialista Luigi Renato Sansone (ottobre 1954) presenta l’iniziativa di «piccolo divorzio» ma la proposta non è discussa. Il deputato socialista Loris Fortuna presenta (1° ottobre 1965) la proposta di legge n. 2630 che riproduce il progetto-Sansone; il deputato comunista Ugo Spagnoli presenta un’altra proposta. Quella di Fortuna si combina con quella del liberale Antonio Baslini. Sotto la spinta della Lega italiana per il divorzio (Lid) e del Partito radicale di Marco Pannella, la legge passa con una maggioranza comprendente i comunisti, diversa da quella governativa. Prevede per lo scioglimento del matrimonio – per quello religioso cessano gli effetti civili – un iter complesso con un periodo di separazione legale fino a cinque anni.

PAOLO VI È A SYDNEY – Dal viaggio in Asia e Oceania (25 novembre-5 dicembre 1970) esprime «profondo dolore per il danno gravissimo che il divorzio reca alla famiglia italiana e specialmente ai figli; e perché la Santa Sede stima la legge lesiva del Concordato». Nel commento su «Avvenire» (2 dicembre) Vittorio Bachelet, presidente dell’Azione Cattolica, usa toni molto misurati, non «aspri da guerra di religione» che i divorzisti attribuiscono ai cattolici; argomenti razionali e laicissimi espressi da un giurista sopraffino: «La scelta dell’indissolubilità o del divorzio inciderà largamente sulla società, non solo perché condizionerà positivamente o negativamente l’esistenza di famiglie stabili e la solidità della compagine sociale, ma perché contribuirà a diffondere o a cancellare una concezione della vita che per fondare la comunità considera indispensabile una dedizione capace anche di sacrificio». Commenta «Avvenire»: «È apparso evidente che il laicismo è un cemento che unisce forze politiche per natura e fini molto eterogenee». Gli anticlericali – radicali, giovani repubblicani, Lega per il divorzio, sinistra liberale – denunciano i vescovi «per infedeltà alle istituzioni dello Stato e aver svolto attività politica istigando i cittadini (sic!) al disprezzo delle istituzioni e delle leggi». I vescovi, con toni assai miti, replicano: «Nessuna guerra di religione, ma democratico confronto di idee. Pur rispettando la distinzione tra le due sfere, riteniamo nostro obbligo dare un giudizio su questioni che toccano valori morali fondamentali».

REFERENDUM DEL 1974 E DIVORZIO BREVE – Alcuni settori cattolici, con l’appoggio della gerarchia, si mobilitano per l’abolizione della legge tramite referendum. Rimandato per le elezioni politiche anticipate del 1972, si tiene il 12 maggio 1974: vince il no all’abrogazione con il 59 per cento. Nel 1975 è approvata la riforma del Codice civile sul diritto di famiglia: prima il marito aveva una posizione di preminenza, ora c’è piena parità tra i coniugi. Nel 2015 è introdotto il «divorzio breve» che permette di sciogliere il matrimonio dopo un anno di separazione giudiziale o dopo sei mesi di separazione consensuale. Nel 2016 sono istituite le unioni civili tra soggetti dello stesso sesso, con uno statuto simile a quello delle nozze. Più limitati i diritti nelle convivenze di fatto. In Italia oggi i divorzi sono 1,53 su 1000 abitanti, in Europa 1,9. In 25 anni divorziano 1.700.000 italiani, e poi 50 mila divorziati ogni anno.

Pier Giuseppe Accornero

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