La lezione della Segre al nuovo Governo

Politica – L’appassionato richiamo della sanatrice a vita sulle radici della nostra democrazia e il difficile debutto della maggioranza di destra. Sconcerto delle dichiarazioni del Cavaliere su Putin

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Di alto, anzi di altissimo profilo è stato il discorso della senatrice a vita Liliana Segre nella seduta inaugurale del Senato della XIX legislatura. Una lezione destinata a rimanere impressa nella nostra memoria. Parole che si sono rifatte alle dolorose vicende della sua infanzia, quando visse sulla propria pelle l’abominio delle leggi razziali e a sette anni si vide chiudere le porte della scuola elementare. Più di ottanta anni dopo quella bambina si trova oggi nel Senato della Repubblica. E per molti versi in questo suo tragitto personale può anche scorgersi la traccia del lungo percorso del nostro Paese dagli anni bui della dittatura fascista a quelli di un’Italia libera e democratica.

«Le grandi democrazie mature», ha detto la Segre, «dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori». Sullo sfondo c’è la Costituzione «che, come dice Piero Calamandrei, è non un pezzo di carta, ma il testamento di 100mila morti caduti nella lunga lotta per la libertà». Emblema più significativo della Carta il suo terzo articolo, nel quale viene bandita qualsiasi discriminazione basata su razza, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. I costituenti aggiunsero però anche altro, lasciando «un compito perpetuo alla Repubblica: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza tra i cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica e sociale del Paese. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli».

«Le grandi Nazioni», ha proseguito, «dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle grandi ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così per il popolo italiano? Perchè mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 aprile Festa della Liberazione, il 1° maggio Festa del lavoro, il 2 giugno Festa della Repubblica? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi».

Una grande Nazione è quella che sa ritrovarsi attorno a momenti comuni che stanno al di sopra della contesa quotidiana con le sue legittime asprezze dialettiche e politiche. Inutile nasconderlo, la ricorrenza ancor oggi messa in discussione è soprattutto quella del 25 aprile, percepita da una non trascurabile fetta di popolazione, come una festa di parte, della sola sinistra. Essa va invece riconosciuta come momento fondante della nuova Italia libera e democratica, di una patria finalmente liberata anche dall’oppressione straniera e capace di riscattare la propria dignità.

Come sempre, saranno i fatti a parlare. Per ora si può soltanto registrare che all’elevato ed appassionato richiamo della Segre sulla nostra democrazia è immediatamente seguito l’inconfondibile profilo delle vecchie e trite manovre politiche di corridoio. Al voto per il candidato alla presidenza del Senato in precedenza concordato dall’intera coalizione di destra, ovvero il senatore di Fratelli d’Italia La Russa, non hanno infatti preso parte gli esponenti di Forza Italia. In sostanza, uno dei partiti della nuova maggioranza, si è sfilato perché in disaccordo con gli assetti di governo che si stavano prefigurando. E così La Russa ha avuto bisogno dei voti di parte dell’opposizione. Considerato che non arriverà di certo alcun soccorso esterno quando in Parlamento saranno in gioco le scelte politiche del futuro esecutivo, sarà opportuno che la maggioranza ritrovi presto la propria compattezza. Altrimenti gli sbandamenti saranno all’ordine del giorno.

Il debutto della futura coalizione di governo non poteva dunque essere peggiore. Uno spettacolo emendato a Montecitorio dove il leghista Lorenzo Fontana, al netto di qualche franco tiratore, è invece stato eletto alla presidenza della Camera sospinto dall’intera maggioranza. Si è trattata però soltanto di una breve tregua. Poi i dissidi sono ripresi alla grande. È infatti emerso un conflitto tutto interno al centro-destra: da un lato Giorgia Meloni, premier in pectore, che, forte del risultato ottenuto nelle urne, vuole imprimere il proprio timbro alla maggioranza, dall’altro Silvio Berlusconi che, abituato ad una leadership incontrastata, non accetta di trovarsi in posizione subalterna e cerca di ritagliarsi più ampi possibili margini di autonomia. «I ministri di Forza Italia», sostiene il Cavaliere, «li dobbiamo decidere noi e non possono essere scelti da altri». La Meloni vuole invece muoversi in totale indipendenza dai partiti, forse non considerando appieno che in una coalizione occorre anche tener conto delle esigenze degli alleati.

A questa contesa si è cercato di mettere una pezza, per non complicare ulteriormente la nascita del nuovo Governo. La coalizione di destra si recherà quindi unita al Quirinale per le consultazioni ed indicherà la Meloni come unica candidata premier della nuova maggioranza. Frattanto prosegue, tra non poche difficoltà, l’allestimento della futura squadra di governo.

La situazione resta molto fluida. Al momento in cui questo giornale sta andando in stampa non vi è ancora nulla di certo sui futuri ministri. Ci sono dubbi persino sul forzista Antonio Tajani, ex presidente dell’Europarlamento, da giorni destinato al ministero degli Esteri e in corsa anche per divenire vice premier. Sta infatti sempre più prendendo forma l’ipotesi che la Meloni sia affiancata da due vice: uno di essi sarebbe, per l’appunto, Tajani, e l’altro il leader della Lega, Matteo Salvini. Tramontata, salvo qualche colpo di scena, la sua candidatura per il ministero degli Interni, Salvini dovrebbe approdare alle Infrastrutture: un ministero di peso, anche considerando la massa di finanziamenti connessa al Pnrr. Alla Lega sarà probabilmente assegnata anche l’Agricoltura, con Gian Marco Centinaio che aveva già avuto questo incarico nella compagine giallo-verde guidata da Conte. Berlusconi insiste per portare alla Giustizia l’ex presidente del Senato, Elisabetta Casellati, ma in lizza c’è anche, sponsorizzato dalla Meloni, l’ex giudice Carlo Nordio. A Fdi dovrebbero andare la Difesa, con Adolfo Urso attuale presidente del Copasir, e lo Sviluppo economico, con Guido Crosetto. Per l’Economia dopo un’interminabile girandola di candidature tecniche la ruota sembra essersi fermata sul nome del leghista Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo con Mario Draghi.

Questo è quanto sta emergendo sulla composizione del nuovo Governo. Concluse le consultazioni del Presidente della Repubblica, la Meloni dovrebbe ricevere l’incarico sabato 22 e già il giorno successivo o al massimo lunedì 24 portare la lista dei ministri al Capo dello Stato. Ventiquattro ore dopo il giuramento e da quel momento si parlerà di caro bollette, crisi economica e Legge finanziaria. Si dovrà insomma cominciare a governare sul serio.

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