La lezione di don Milani

27 maggio 1923 – Cento anni fa nasceva don Lorenzo Milani, il sacerdote fiorentino protagonista della straordinaria esperienza della Scuola di Barbania con il suo messaggio: “I care”, “Mi sta a cuore”. Centrale l’impegno, sociale e pastorale, per fornire le parole che permettano di capire, spiegare, agire

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Don Lorenzo Milani

«Questo libro non è scritto per gli insegnanti ma per i genitori. La scuola dell’obbligo non può bocciare». «Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che respingete. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate». Nel maggio 1967 una piccola editrice fiorentina pubblica «Lettera a una professoressa» scritto da don Lorenzo Milani e dai suoi alunni di Barbiana, paese sperduto sull’Appennino afflitto da miseria e arretratezza.

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nasce a Firenze il 27 maggio 1923, un secolo fa, da una colta famiglia borghese e da una mamma di origine israelita. Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano. Dopo la maturità classica, si dedica alla pittura: lo aiuta a conoscere il Vangelo. La famiglia torna a Firenze e l’8 novembre 1943 lui entra in Semina­rio, il 13 luglio 1947 è ordinato prete e mandato viceparroco a San Donato di Calenzano (Firenze). Il 14 novembre 1954 è nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana in montagna. Nel febbraio 1965 scrive una lettera aperta ai cappellani militari, che avevano definito l’obiezione di coscienza «estranea al comandamento cristiano dell’amore ed espressione di viltà»: rinviato a giudizio per apologia di reato e colpito dal cancro, non può presenziare al pro­cesso a Roma. Il 15 febbraio 1966 è assolto, ma la Corte d’appello lo condanna. Muore il 26 giugno 1967. Scrive: «Caro Michele, caro Francuc­cio, cari ragazzi. Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliez­ze».

A Barbiana don Milano è esiliato a 31 anni. Niente acqua, né luce, né una strada per arrivarci. Ci vivevano quaranta anime. In pochi anni, grazie a questo prete,  diventa un luogo molto noto, non solo in Italia. Nel 1958 nasce «Esperienze pastorali», visto da molti come concreto e profetico contributo al Concilio Vaticano II. Il Sant’Uffizio non lo vieta ma ne impedisce la pubblicazione. L’invito alla disobbedienza rivolto ai cappellani militari è pubblicato dal periodico comunista «Rinascita». Sempre a Barbiana nasce il testo più noto «Lettera a una professoressa», il «Libretto rosso» del Sessantotto italiano, vademecum di ogni insegnante democratico per anni, testo fondamentale sulla necessità di riformare il sistema educativo, che sfocerà nelle grandi battaglie negli anni Settanta.

Testo attualissimo: «Il compito di francese era un concentrato di eccezioni. Gli esami vanno aboliti. Ma se li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto. Come se foste in guerra con i ragazzi. La vecchia scuola media era classista soprattutto per l’orario e il calendario. La nuova non li ha mutati. Resta una scuola tagliata su misurai dei ricchi. Di quelli che la cultura l’hanno in casa e vanno a scuola solo per mietere diplomi». Perché «la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde. La vostra “scuola dell’obbligo” ne perde per strada 462 mila. Gli unici incompetenti siete voi che li perdete e non tornate a cercarli. Non noi che li troviamo nei campi e nelle fabbriche. I problemi della scuola li capisce chi ha in cuore un ragazzo bocciato». Ancora invitano: «Buttiamo giù la maschera. Finché la vostra scuola resta classista e caccia i poveri, l’unica forma di anticlassismo serio è un doposcuola che caccia i ricchi». «La mamma di Giampiero disse alla maestra: “Il bambino è migliorato. La sera legge”. “Cosa legge?”. “La Costituzione. L’anno scorso aveva per il capo le ragazzine, quest’anno legge la Costituzione”».

Testo attualissimo in un tempo in cui il governo mette al primo posto il merito. Il 31 dicembre 1962 il primo centrosinistra raggiungeva due importanti risultati: la nazionalizzazione dell’energia elettrica con la nascita dell’Ente nazionale per l’Energia elettrica (Enel) e – dopo un tormentato iter durato oltre 15 anni e vincendo l’opposizione del Pci e delle destre – il Parlamento approvava la nuova scuola media unica, obbligatoria e aperta a tutti, uno dei provvedimenti più significativi della storia scolastica, che parte nell’autunno dell’anno dopo. Il grande pedagogista astigiano Gesualdo Nosengo annota: «Suona l’ora della scuola media e del grande compito assegnato a coloro che l’hanno voluta». Quindi «Lettera a una professoressa» arriva un quinquennio dopo la legge n. 1859 e dice che le cose non sono cambiate.

«Tutti dobbiamo leggere “Lettera a una professoressa”, indirizzata anche a noi». Lo sostiene il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana: «Accettiamo il rigore e l’intransigenza di don Milani. Non è eccesso, ma intelligente amore che aiuta a capire da che parte stiamo e a verificare senza sconti dove siamo. Capirlo ci toglie qualche giustificazione ipocrita, ci fa comprendere le omissioni, la falsità della neutralità e ci aiuta a scegliere. Don Milani non può essere ridotto a facile esortazione o denuncia. Ferisce, perché svela le parole vuote, la retorica che copre l’inedia e chiama questa per nome senza sconti. Ci mette di fronte alle nostre responsabilità; ci chiede di farci carico di chi è più fragile. Barbiana è un piccolo universo che ci fa vedere tutti i luoghi dei bambini di sempre, i figli delle tante Barbiana nascoste nelle periferie o nei campi profughi, dove accettiamo che crescano migliaia di bambini senza futuro e senza scuola. Don Milani ci costringe a sporcarci di vita vera, proprio come aveva fatto lui, borghese e colto che scelse di imparare diventando maestro e alunno dei poveri, stando dalla parte dei poveri, profeta intransigente di cambiamento, obbedientissimo e per questo libero prete della sua Chiesa senza la quale non voleva vivere».

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