La Liberazione di Torino

2-3 maggio 1945 – «Arrivammo con le camionette in piazza Castello affollata in una Torino appena liberata dall’incubo nazifascista. Baci, abbracci, lacrime e volti stupiti. Ci chiedono: “Siete i piemontesi che vengono dal Sud?”». Il generale Giorgio Donati, originario di Moncalieri, racconta l’entrata in Torino il 2-3 maggio 1945 degli alpini del «Battaglione Piemonte»

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«Arrivammo con le camionette in piazza Castello affollata in una Torino appena liberata dall’incubo nazifascista. Baci, abbracci, lacrime e volti stupiti. Ci chiedono: “Siete i piemontesi che vengono dal Sud?”». Il generale Giorgio Donati, originario di Moncalieri, racconta l’entrata in Torino il 2-3 maggio 1945 degli alpini del «Battaglione Piemonte». Il 25 aprile è una data convenzionale e celebra l’insurrezione di Milano. Torino insorge il giorno dopo, con il celebre comando «Aldo dice 26 x 1» e l’attuazione del «Piano E 27», il nome in codice per liberare la città. Compito dei partigiani non è solo occupare Torino, ma soprattutto salvaguardare le infrastrutture e impedire che i tedeschi in fuga distruggano fabbriche, impianti, ponti, strade e si accaniscano contro le persone e le cose.

Seguono cinque giorni terribili di cruenta battaglia tra partigiani e nazifascisti – Secondo la Croce Rossa scontri armati, esecuzioni e cecchinaggio tra il 26 aprile e il 10 maggio provocano oltre 800 morti e circa 1000 feriti tra partigiani e civili, tanti bambini. A Grugliasco e Collegno uno degli eccidi più efferati: 68 morti tra cui il cappellano dei partigiani, il salesiano don Mario Caustico. In una Torino liberata dai partigiani e con i tedeschi in fuga entrano la divisione brasiliana e il «Battaglione Alpini Piemonte». La gente urla felice: «Ciao pais», il saluto alpino più classico. Il 6 maggio la sfilata dei partigiani piemontesi vincitori: da diverse parti affluiscono in piazza Vittorio ancora devastata dalle bombe. Poi la sfilata in corso Cairoli, lungo il Po fino al Valentino: è il tributo della città ai partigiani.

La «battaglia di Torino» in sette giorni caccia Wermacht e Brigate Nere prima dell’arrivo degli Alleati: serve a far conoscere «soprattutto alle giovani generazioni i giorni tremendi e trepidi, tormentati e lieti della Liberazione del nostro Paese» scrive Davide Lajolo, giornalista e scrittore che con il nome di «Ulisse» partecipa alla lotta partigiana, come si legge in «La Liberazione di Torino. Aprile 1945: le sette giornate dell’insurrezione». Collaborano anche le Squadre d’Azione Partigiana (Sap), nuclei di operai e impiegati che non entrano in clandestinità ma, dal loro posto di lavoro, contribuiscono alla lotta raccogliendo informazioni utili alle bande, sabotando la produzione, custodendo materiale bellico, facendo circolare materiali di propaganda. Vi sono poi le bande partigiane che operano nelle valli alle porte di Torino e che scendono per requisire benzina e generi alimentari nei magazzini della periferia, o per imposses­sarsi di automezzi militari, o per attaccare gruppi isolati di nemici. Si saldano così i diversi momenti della lotta di liberazione.

L’epilogo nell’aprile 1945. Il 18 gli operai escono dagli sta­bilimenti rispondendo all’appello del Cln piemontese, capeggiato da Franco Antonicelli per uno sciopero generale contro la fame e ­la guerra. Una settimana dopo, la sera del 24 aprile, l’ordine dell’insurrezione «Aldo dice 26 x 1», e le formazioni convergono sulla città: i primi a entrare sono gli uomini comandati da Pompeo Colajanni «Barbato», che scendono dalle colline verso i ponti del Po. I giorni dell’insurrezione sono convulsi: si combatte nelle strade; si imbastiscono trattative; si occupano edifici; si preparano piani di ritirata; si spara dai tetti e si fugge negli scantinati; ci sono scontri nelle periferie, attorno a Mirafiori e a Porta Nuova. Il cardinale Maurilio Fossati media tra il Cln e il generale tedesco Schlemmer. Il 28 aprile la città è di fatto nelle mani degli insorti mentre i tedesche si avviano verso nord: gli ultimi focolai di resistenza fascista cadono uno dopo l’altro e le formazioni entrano nelle caserme, nei locali della Prefettura e della Questura, negli edifici sim­bolo del regime: la divisione Giustizia e libertà «Campana» occupa la Casa littoria di piazza Carlo Alberto ribattezzandola «Palazzo Campana» dal nome di battaglia del suo co­mandante Felice Cordero di Pamparato, impiccato un anno prima. Il 28 il Cln piemontese si sta­bilisce in Prefettura e nomina le autorità cit­tadine: sindaco il comunista Giovanni Roveda; prefetto il socialista Pier Luigi Passoni; questore l’azionista Gior­gio Agosti, presidente della Deputazione provinciale il democristiano Giovanni Bovetti. Atroce la resa dei conti che sempre conclude le guerre civile: improvvisati tribunali del popolo procedo­no a un’epurazione nella quale sono vittime fascisti, militi, ausiliarie collaboratori dei tedeschi, delatori e anche tanti innocenti travolti da vendette.

La Messa in piazza Vittorio davanti ai partigianiIl 5 maggio 1945 il sindaco  annuncia: «La guerra contro l’invasore tedesco e i traditori fascisti è terminata». Domenica 6 maggio in piazza Vittorio Veneto ai Volontari della libertà è consegnata la bandiera di combattimento, «simbolo di 20 mesi di lotta e di inenarrabili sacrifici, per la quale hanno combattuto quelli che hanno posto fine al nostro servaggio e alle nostre sciagure, per la quale sono caduti i nostri migliori». Invitato dal Cln, il card. Fossati celebra Messa davanti ai partigiani schierati. L’8 luglio, alla prima commemorazione dei Martiri del Martinetto, accorrono 100 mila torinesi. Fossati celebra la Messa nel luogo in cui venivano giustiziati i condannati politici: «Per noi tutti i Caduti sono sacri, ma queste vittime lo sono doppiamente perché sono morte per la Patria». Durante la guerra nelle lettere pastorali il cardinale analizza la situazione. Nel 1942 parla di «progressiva scristianizzazione e forte anemia religiosa alla base della situazione». Nel 1943 indica «le nostre responsabilità: la festa profanata, la bestemmia, il cinema, la moda, i guadagni illeciti».

Il cardinale Fossati condanna le rappresaglieNel 1944 l’arcivescovo osserva: «Succede che degli innocenti scontino con la vita o nei beni le colpe altrui, e chi ne soffre è la collettività, che paga duramente l’atto inconsulto di un individuo, che si nasconde e non ne ricava il più piccolo vantaggio né per sé né per gli altri». Nel 1945 richiama «il dovere della carità di fronte a una società infettata dall’odio e dalla vendetta. Dobbiamo amare il prossimo perché Dio ama gli uomini e ce lo comanda, perché siamo membri del corpo mistico. La presente lettera sia letta in una funzione festiva di maggior concorso e i parroci insistano sul dovere di abbandonare ogni proposito di vendetta o rappresaglia onde non aggravare le già tristi condizioni: è necessario un pronto ritorno all’ordine e all’osservanza della legge divina per affrettare la pace e la concordia tra cittadini». Eppure i Tribunali del popolo lavorano a pieno regime. Non mancano le vendette e i regolamenti di conti. Il 13 maggio rientrano le reliquie dei santi che, all’inizio della guerra, erano state riparate in chiese di campagna: i martiri della Legione Tebea, Giovanni Bosco, Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giuseppe Cafasso, Maria Domenica Mazzarello, Domenico Savio. Il 31 ottobre la Sindone ritorna dall’abbazia benedettina di Montevergine in Campania. Il 18 maggio è ripristinato il servizio postale fra Torino e il resto del Paese, interrotto dall’8 settembre 1943. Il 19 maggio tornano le comunicazioni ferroviarie fra Torino e Milano, Casale Monferrato, Alba. Il primo treno per Roma parte il 25 agosto e impiega 32 ore per arrivare a destinazione.

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