La moda facile di sparare sulle Ong

Il caso dei profughi – La polemica verso le Ong, le Organizzazioni non governative, è tornata alta con gli stessi attacchi e gli stessi ‘racconti’ che avevamo già ascoltato qualche anno fa. Le Ong italiane sono più di 200 e impiegano 25mila persone nei progetti di sviluppo nel Sud mondo, ma anche nel nostro Paese

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La polemica verso le Ong, le Organizzazioni non governative, è tornata alta con gli stessi attacchi e gli stessi ‘racconti’ che avevamo già ascoltato qualche anno fa.

Viviamo in tempi di ‘narrazioni’, in cui chi narra in modo più attraente convince, senza necessariamente dire la verità. La moltiplicazione delle opportunità informative che Internet ha prodotto può essere usata in modo spregiudicato, al servizio di interessi economici o di potere. Si diffondono così fake news in Rete e false narrazioni. Le prime sono un fenomeno che richiede strumenti giuridici nuovi per garantire libertà e verità in Rete, a livello nazionale e internazionale. Ma se su questo il dibattito internazionale inizia a offrire qualche prospettiva, assai più difficile da contenere è il veleno delle narrazioni tendenziose, che raccontano pezzi di verità, parlano alla pancia delle persone e mirano a suscitare odio anziché solidarietà.

Questo è il caso della narrazione che abbiamo ascoltato riguardo al flusso dei migranti del Mediterraneo verso l’Italia e al ruolo delle Ong. Si è raccontato che l’Italia è vittima di una nuova invasione, quando i circa 90.000 arrivi di quest’anno sulle nostre coste sono molto lontani dai 180 mila di qualche anno fa. Si è raccontato che l’Europa non fa nulla, quando molti accolgono più di noi e il mancato miglioramento degli accordi di Dublino fu generato dal rifiuto di partecipare al negoziato, quando era il momento, da parte dell’allora ministro degli Interni italiano e attuale Vicepresidente del Consiglio.

Si è raccontato che le navi delle Ong fanno i «taxi del mare» contro gli interessi dei governi, quando il loro servizio è finanziato da programmi dell’Unione europea e dei governi. Si sono accusate le Ong, quando la quasi totalità dei 90.000 arrivi sulle nostre coste sono stati accompagnati a riva dalle imbarcazioni della Guardia Costiera italiana.  E si potrebbe continuare…

Ma perché questo astio verso le Ong e chi sono esattamente le Organizzazioni non governative? È difficile rispondere alla prima domanda. Più facile spiegare chi sono, la loro origine e il loro ruolo. Per farlo dobbiamo ritornare agli anni ’60 del Novecento, quando il nostro Paese, con l’intera Europa, si affacciava dopo la guerra a condizioni di benessere diffuso, con politiche di distribuzione che miravano a includere le fasce più deboli. Parallelamente si rafforzavano i processi di indipendenza in Africa e Asia e diventava sempre più evidente la clamorosa differenza tra le condizioni di vita nel pianeta.

Nascevano le prime campagne di sensibilizzazione sulla fame e, nella Chiesa, Papa Paolo VI pubblicava la Populorum progressio, la prima enciclica dopo il Concilio Vaticano II, nella quale affermava in modo coinvolgente che ‘la Chiesa trasale davanti al grido d’angoscia’ di chi ha fame. Il messaggio finale della Populorum, «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», provoca in Italia e nel mondo un diffuso impegno del laicato, che si organizza per articolare interventi di solidarietà internazionale. Nel 1972 le organizzazioni di questo tipo si riuniscono nella Focsiv, la Federazione organismi cristiani di volontariato internazionale, che proprio domenica scorsa ha celebrato, a Roma, il suo 50° con Papa Francesco.

La creazione di Organizzazioni non governative non è una prerogativa del mondo ecclesiale. Anche altre componenti della società italiana promuovono iniziative di questo tipo in un impegno diffuso che dagli anni ’70 del Novecento a oggi si professionalizza e si ampia sempre di più.

Oggi le Ong italiane sono più di 200 e impiegano circa 25.000 persone nei progetti di sviluppo nel Sud del mondo, ma anche nel nostro Paese, utilizzando complessivamente circa un miliardo di euro all’anno, provenienti quasi totalmente da finanziatori pubblici, siano essi lo Stato italiano, l’Unione europea o i nostri enti locali.

Si tratta insomma di un’azione preziosa di tessitura che mira a rendere il mondo un po’ più accogliente. Le Ong cercano, da un lato, di aggredire le cause delle disuguaglianze, dall’altro, di intervenire sulle loro conseguenze più gravi. Non vanno nel Sud del mondo con paternalismo a offrire la loro generosità, ma cercano con pazienza e umiltà di condividere talenti. Alcuni sono talenti ‘finanziari’, come il maggior reddito dei paesi del Nord del mondo, altri sono talenti di conoscenza dei contesti, come quelli delle comunità locali. E a partire da questi e da altri talenti si costruisce cittadinanza globale.

È un servizio che guarda anche alla politica, per chiedere politiche più giuste e, soprattutto, più coerenti con le Costituzioni che abbiamo scritto e con la Dichiarazione Universale dei Diritti umani.

Le nostre società sono diventate più umane e meno ingiuste quando hanno iniziato a investire sulla solidarietà e sulla corresponsabilità. Abbiamo bisogno di farlo anche nella prospettiva globale e di tornare a ‘raccontare’ la bellezza e la efficacia di queste due dimensioni. Le Ong, e non sono le sole, cercano di farlo camminando insieme a tante donne e uomini del Sud in quello che, come è stato detto durante il 50° della Focsiv, è un impegno irrinunciabile.

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