La Resistenza non violenta di don Raimondo Viale

Testimonianza – Don Raimondo Viale, viceparroco negli anni Quaranta di Borgo San Dalmazzo, dal pulpito condanna la scelta della guerra come «inutile strage» e marca la distanza tra la Chiesa e il fascismo. Viene arrestato e condannato a 4 anni di confino in Molise, sconta 15 mesi. Rientra a Borgo San Dalmazzo e il 19 settembre 1943, giorno della strage di Boves, accoglie la salma trafugata del viceparroco don Mario Ghibaudo, nativo di Borgo, e ammazzato dai nazifascisti

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Poiché il neofascismo dilaga e nega i valori della democrazia, della libertà e della Resistenza, è dovere di tutti gli uomini e donne liberi e forti denunciare le malefatte dei neofascisti al governo, di quelli che, come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, negano valore all’antifascismo. Prego che l’Italia non cada negli orrendi errori e orrori di cento anni fa. A Ravenna, nell’anniversario della liberazione della città nel 1944, con Arrigo Boldrini comandante e Benigno Zaccagnini presidente del CLN, per la prima volta si impedisce la deposizione della corona di fiori ANPI. A domanda, sembra che la risposta sia: «Così prevede il nuovo cerimoniale voluto dal governo». A Genova la maggioranza in Comune ha destinato un milione e 740 mila euro per restaurare il sacrario dei caduti della Repubblica sociale italiana nel cimitero di Staglieno, che certo vanno rispettati. C’è un pericoloso clima di progressivo smantellamento dei valori che rappresentano la natura antifascista e democratica della Repubblica e di rivalutazione del ventennio fascista. «Con» e «come» molti amici e amiche, anche preti, denuncio i tanti segnali di svolta autoritaria: noi uomini e donne liberi e forti, ci appelliamo alle forze democratiche e ai cittadini, liberi e forti come noi, per fare contrasto e opposizione al degrado civile e morale. Intanto riflettiamo su un coraggioso e inerme prete antifascista di Cuneo.

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Raimondo Viale nasce il 15 maggio 1907 a Limone Piemonte, provincia e diocesi di Cuneo. A 23 anni, ordinato sacerdote, è viceparroco di Borgo San Dalmazzo e il suo impegno morale e sociale lo schiera in contrasto con i fascisti: dal pulpito condanna la scelta della guerra come «inutile strage» e marca la distanza tra la Chiesa e il fascismo: un discorso tanto esplicito che è arrestato e condannato a quattro anni di confino in Molise: scontati 15 mesi, rientra a Borgo San Dalmazzo e il 19 settembre, giorno della strage nella vicina Boves, accoglie in canonica la salma trafugata del viceparroco don Mario Ghibaudo, nativo di Borgo, e ammazzato dai nazifascisti e aiuta i familiari a portare la salma nel locale cimitero.

Dopo l’8 settembre 1943 arrivano gli ebrei dalla Francia, ma solo 400 si presentano alle SS e gli altri si danno alla macchia: 349 sono catturati dai nazifascisti che li richiudono nel centro raccolta. Don Viale ne allevia le sofferenze: il 21 novembre 1943, i 349 iniziano il loro viaggio verso Auschwitz e soltanto 9 sopravviveranno. Il cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati incoraggia don Viale a continuare e offre aiuti materiali che permettono a molti ebrei di raggiungere Genova e – tramite don Francesco Repetto, segretario del cardinale arcivescovo Pietro Boetto e la Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei (Delasem) di Genova – di riparare in Svizzera o in Centro Italia.

«Noi preti non ci interessiamo dei partiti. Perciò non è questione di fascismo o antifascismo. Io combatto la violenza e non condivido come oggi si diseducano i giovani. La Patria non c’entra. Essere contro la violenza non significa essere contro la Patria. La Resistenza è una cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita, e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita».

Per don Viale la Resistenza non violenta è un atteggiamento quotidiano, costante, deciso, in ogni situazione, come la presenza accanto ai 13 partigiani giustiziati nel cimitero di Borgo il 2 maggio 1944; come la falsa confessione del giovane partigiano sconosciuto, liberato grazie al suo intervento.

Prende pubblica posizione contro il fascismo e la guerra sul foglio parrocchiale e i fascisti lo sopprimono, come fanno per moltissimi giornali cattolici. Continua l’apostolato di pace e subisce nuovi attacchi dei fascisti. Aiuta, a rischio della vita, i militari, prigionieri e sbandati, della Quarta Armata e i partigiani.

Muore il 25 settembre 1984. Una piazza di Borgo San Dalmazzo porta il suo nome; nel 2000 Israele lo riconosce «Giusto tra le Nazioni»; lo scrittore Nuto Revelli ne fa il  protagonista del libro «Il prete giusto» (Einaudi 2004). Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Consiglio vaticano per la cultura, ha scritto un’ampia introduzione: sullo sfondo della campagna povera del Cuneese si snodano gli anni duri dell’infanzia, della Prima guerra mondiale, l’impegno nella parrocchia di Borgo San Dalmazzo, lo scontro con i fascisti, le prediche coraggiose, l’imbarazzo della Chiesa, il confino. Poi i drammi collettivi; l’8 settembre; le stragi nazifasciste; la persecuzione degli ebrei. E la scelta istintiva di schierarsi dalla parte giusta.

Ravasi racconta di essere stato colpito da questa frase di don Viale: «Ci i sono preti che si comportano da altoparlanti di Gesù Cristo, non solo con le parole ma anche con i fatti. Altri invece hanno scelto la vita quieta, il tran tran: nessun nemico. Io dico: se un prete non ha nemici, non è un prete. Gesù crea una rottura tale che lo chiamano “segno di contraddizione” ». Per Ravasi «l’immagine dell’altoparlante è decisamente moderna e potrebbe essere la trascrizione del termine biblico “profeta, colui che parla in nome di Dio”, ne diventa il portavoce ed è pronto anche a rischiare la vita». Ne elogia «il dettato scarno, intarsiato di fatti ed emozioni, simile a una sceneggiatura, con colpi di scena, memorie ardenti, suspense e tensione. Il racconto è avvolto in una pacatezza e in una purezza di spirito e don Raimondo rivela la sua amarezza e debolezza con sorprendenti accenti poetici. “Adesso ho le ali basse – confessa – adesso sono un uomo morto, come le foglie d’autunno che sono ancora attaccate all’albero con un filo fragile, sottile. Sono stanco, malato e ho anche un po’ di paura di mettermi in altri guai prima di morire, adesso che sono già al tramonto”».

Il cardinale condanna «la “sospensione a divinis” inflittagli da una gerarchia che aveva giudicato in modo freddo e giuridico una persona piena di incandescenza umana e spirituale e di indignazione anti-istituzionale». Erano i tempi di chi vedeva comunisti ed eretici ovunque e condannava a destra e a manca. Appassionante l’autodifesa del prete cuneese: «Io non ero un funzionario, ero un padre. Anche adesso, mentre ne parlo, piango. Anche di notte, quando ci penso, piango. Voi non potete immaginare la situazione di un prete che è affezionato alla sua gente, e che all’improvviso viene allontanato come un nemico, come un estraneo, come un indegno». Una singolare fraternità lega il cuneese Raimondo Viale e il fiorentino Lorenzo Milani: «Dove è scritto che il prete debba farsi voler bene? A Gesù o non è riuscito o non è importato».

Pier Giuseppe Accornero

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