La Santa Sede avrà un rappresentante in Vietnam

Vaticano – Papa Francesco scrive una lettera ai cattolici del Vietnam, in merito all’adozione dell’accordo tra il governo comunista vietnamita e la Santa Sede, per la nomina di un rappresentante residente vaticano ad Hanoi. Una lettera in cui auspica che «i fedeli cattolici attraverso l’implementazione di condizioni favorevoli per l’esercizio della libertà religiosa, potranno promuovere dialogo e generare speranza per il Paese»

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Francesco a colloquio con il presidente del Vietnam Vo Van Thuong

Non è una scelta usuale. Papa Francesco scrive una lettera ai cattolici del Vietnam per l’adozione dell’accordo tra il governo comunista del Vietnam e la Santa Sede per la nomina di un rappresentante residente vaticano ad Hanoi. Una lettera nella quale auspica che «i fedeli cattolici attraverso l’implementazione di condizioni favorevoli per l’esercizio della libertà religiosa, potranno promuovere dialogo e generare speranza per il Paese».

Il Vietnam è uno dei pochi Paesi – come alcuni islamici conservatori tipo l’Arabia Saudita, o vetero-comunisti come la Corea del Nord – che non ha piene relazioni diplomatiche con il Vaticano. Da metà degli anni Novanta, grazie all’insistenza dei Papi e del Vaticano, c’è stato un progressivo avvicinamento, anche con un accordo per la nomina dei vescovi che ha mostrato di funzionare – come nella Cina comunista – e con lo stabilimento di una commissione congiunta che si è riunita alternativamente in Vietnam e a Roma. Nel 2011 nomina di un rappresentante non residente della Santa Sede ad Hanoi e il 29 settembre 2023 finalmente l’accordo per la nomina di un rappresentante residente della Santa Sede. È l’ultimo passaggio prima delle piene relazioni diplomatiche, che permette uno scambio e una presenza più costante della Santa Sede in Vietnam, sei milioni di cattolici che hanno un peso e un ruolo nella nazione comunista. Cattolici eroici, spesso perseguitati e imprigionati.

La lettera del Papa è scritta con tutte le sfumature diplomatiche del caso. Ripercorre la storia dei «buoni rapporti che hanno segnato gli ultimi anni», che ha portato alla visita di Vo Van Thuong, presidente del Vietnam, in Vaticano il 27 luglio 2023, incontro – spiega – «che riveste un significato speciale nel consolidamento delle relazioni tra Santa Sede e Vietnam che, come ricorda Giovanni Paolo II, è un Paese del quale tutti conoscono e apprezzano il coraggio nel lavoro, la tenacia nelle difficoltà, il senso della famiglia e le altre virtù naturali di cui ha saputo dar prova».

Parla di «reciproca fiducia che, negli anni, passo dopo passo, si è rafforzata grazie alle visite annuali della delegazione vaticana e negli incontri del gruppo di lavoro congiunto». Così «si è potuto progredire insieme e si potrà farlo ulteriormente, riconoscendo le convergenze e rispettando le differenze». Loda la capacità di «camminare ascoltandosi a vicenda, nonostante le difficoltà, che non hanno impedito di cercare insieme la via migliore per il bene del popolo vietnamita e della Chiesa».

Come ha fatto recentemente, nel viaggio in Mongolia, con i cattolici cinesi – che ha invitato a essere buoni cristiani e buoni cittadini – Bergoglio sottolinea che «i fedeli cattolici, nella edificazione della Chiesa co una cooperazione pastorale corresponsabile, sia specialmente sul piano dell’animazione evangelica delle realtà temporali, realizzano la propria identità di buoni cristiani e buoni cittadini». Parole che rassicurano il governo comunista, sempre preoccupato che i cattolici possano sentirsi legati alla Santa Sede e possano diventare agenti sovversivi. Aggiunge: «Serve l’implementazione di condizioni favorevoli per l’esercizio della libertà religiosa», perché la questione fu occasione di qualche attrito in occasione di uno degli incontri del comitato congiunto venuto a seguito della riforma della legge sulla libertà religiosa del 2016. I fedeli cattolici «sono figlie e figli della Chiesa e allo stesso tempo cittadini del Vietnam: l’aspetto specifico di cui abbiamo ancor più bisogno è la concretezza della carità, cioè la concreta decisione per l’uomo, compiuta nella Pasqua e sempre attuata nella Chiesa. Questo spirito ha sempre animato la vostra comunità cattolica a offrire il proprio positivo e significativo contributo nel servire il popolo, in modo particolare durante la pandemia da Covid».

Dopo questa esemplare lettera del Papa, occorre osservare una situazione storica che vede da oltre cinquant’anni i soli comunisti abbarbicati saldamente al potere e ritornano alla mente i ruggenti anni Sessanta-Settanta quando i giovani, anche cattolici, davano addosso agli americani capitalisti, che hanno colpe incancellabili e vergognose come i bombardamenti al napalm in Vietnam. C’era ideologia che colava dai problemi di 50-60 anni fa. Si vedevano le colpe solo dei capitalisti e non ci si accorgeva della tigre comunista che si impossessava di territori e popolazioni. Ricordo, perché l’ho conosciuto bene, il missionario vercellese Piero Gheddo, del Pime di Milano che visitò più volte decine di Paesi e ne scrisse: nella sua bisaccia ci sono un centinaio di libri.

Sul Vietnam nel novembre 1973 si svolse a Torino un importante con­gresso internazionale, organizzato da Pax Christi, nel quale si manifestarono le diverse tendenze dei cattolici italiani. Mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea e presidente di Pax Christi, morto recentemente, definiva così la sua posizione intermedia tra l’eccessiva politicizzazione e il disimpegno: «In quel momento, in tempi di contrapposizione ideologica, occorreva accogliere quanto di buono c’era nelle due fazioni e dimostrare al comunismo, che stava avviandosi verso la vittoria, che la Chiesa cattolica non si identificava con gli Stati Uniti. Questo per me era importante perché era l’unico modo per permettere alla Chiesa di mantenere la sua forza di lievito anche nel Vietnam unificato». Al congresso c’era anche padre Gheddo: «Il cardinale Pellegrino, che era accusato (ingiustamente) di essere “vescovo rosso”, mise come condizione alla sua partecipazione che invitassero anche me. Feci la mia relazione, dicendo ciò che pensavo, condannando chiaramente anche l’intervento ame­ricano e il regime di Thieu, ma senza tacere il carattere oppressivo della dittatura di Hanoi e rivalutando gli aspetti positivi della conte­stata Chiesa sudvietnamiti, In sala ci fu molto dissen­so. In una pausa del convegno, mi raggiunse padre David Maria Turoldo e mi spinse in un camerino: “Gheddo, tu sbagli, sei fuo­ri strada. Tutti dicono il contrario di ciò che dici tu”. Non sapevo che farci: dicevo solo quello che avevo visto in Vietnam e Cambogia visitati nel 1967-68 e nel 1973. “E poi non capisci che il so­cialismo potrà fare degli sbagli, ma è il futuro del mondo”. A me diceva quelle cose, quando di regimi socialisti ne avevo visti tanti». E meno male che la previsione di padre Turoldo non si è avverata.

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