La scuola vuole riprovarci

Riportare gli studenti in classe – Preme il Ministro dell’Istruzione, ma il Piemonte frena: le lezioni in presenza alle superiori slittano al 18 gennaio. Il preside Tommaso De Luca esamina pro e contro

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L’attività didattica delle scuole italiane è ripresa giovedì 7 gennaio «a distanza» per gli studenti delle superiori, «in presenza» per gli allievi delle elementari e delle medie. Gli studenti delle scuole superiori del Piemonte torneranno fisicamente nelle loro classi solo il 18 gennaio.

Tommaso De Luca

Perché riaprire le scuole? La domanda appare oziosa, ma se si tenta di dare una risposta (con la consapevolezza che le superiori e le seconde e terze medie non sono mai state sospese: hanno continuato a lavorare, seppure a distanza) si vedrà che non è oziosa affatto, soprattutto in un momento in cui il dibattito sulla scuola italiana viene tutto giocato da interlocutori esterni ad essa.

In tutti i Paesi hanno tenuto aperte le scuole, si dice. Non è proprio così: ci sono state chiusure e riaperture e la pandemia finora ci ha insegnato che i diversi Stati hanno adottato strategie diverse con risultati altalenanti e tali da non poter esser presi a modello. Il sistema tedesco, o francese, o spagnolo valgono il nostro ed appare chiaro che tutti si va per tentativi.

La scuola, per come la conosciamo, nasce per essere «in presenza» e per coltivare i valori della socialità insieme alle discipline, queste e quelli irrinunciabili per la formazione delle persone. La scuola a distanza si concentra per definizione sulle discipline e la didattica, che pure ha fatto passi avanti giganteschi grazie all’esperienza dello scorso anno scolastico, non si sa quanta efficacia effettiva abbia: è ancora troppo presto. In altre parole i docenti hanno imparato ad insegnare a distanza, ma gli studenti hanno imparato ad apprendere?

Partendo da una risposta negativa a quest’ultima domanda, la sociologa Chiara Saraceno ha evidenziato come i costi sociali e culturali legati alla mancanza della scuola in presenza per gli studenti più grandi siano ampiamente sottovalutati e avranno conseguenze importanti nel medio e nel lungo periodo. Addirittura ci saranno rilevanti costi economici sul reddito futuro degli attuali studenti, che un importante think tank con sede a Torino ha calcolato con algoritmi che a chi scrive appaiono oscurissimi. Dunque per tutto ciò occorre ripartire con la scuola in presenza, ma considerando i dati della situazione sanitaria che si stanno prospettando e che la riapertura delle scuole verrà a sconvolgere, come la spada di Brenno sulla bilancia della Roma del 390 a. C. Quando le scuole saranno fisicamente riaperte, metteranno in circolazione 400 mila docenti e Ata e due milioni e mezzo di studenti delle superiori, cioè giovani dalla mobilità e socialità altissima, oltre agli allievi delle seconde e delle terze medie.

Reso prudente dall’esperienza e dall’imponenza dei numeri, il Ministro della Salute darà indicazione che riprenda le lezioni in presenza solo il 50% degli studenti; gli altri seguiranno da casa. Bisogna comunque considerare che le scuole sono un contenitore a lunga permanenza di popolazione. Non sono in sé né sicure, né pericolose; al loro interno vi sono protocolli di sicurezza, ma gli studenti vengono da fuori, ritornano ogni giorno a casa e rientrano in classe la mattina dopo. Ciò che occorre è quindi un imponente piano di testing sulla popolazione scolastica: ripetuti test rapidi e molecolari a tutto il personale e agli studenti delle superiori. È il Piano approvato il 30 dicembre scorso dalla Regione Piemonte: test antigenici o molecolari mensili per tutto il personale delle scuole di ogni ordine e grado, 83 mila persone circa, più 50 mila studenti di seconda e terza media: costo stimato e finanziato in bilancio di 7.080.000 euro. La strada non può essere che questa, ma va ampliata, nella consapevolezza dei costi logistici e organizzativi che comporterà. Devono essere due le corsie del senso di marcia: test generalizzati anche agli studenti delle superiori e intanto subito un programma vaccinale del personale della scuola e degli studenti della secondaria di secondo grado che sono quelli che si muovono di più. Senza questo, temo che la riapertura di gennaio – ammesso che non slitti ancora – possa essere seguita dopo poche settimane da una nuova, obbligata chiusura.

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