La Torino “invisibile”, oltre mille senza dimora

Ultimi dati – Secondo le ultime rilevazioni Istat nel capoluogo piemontese sopravvivono 1036 persone senza dimora. Torino è al terzo posto, dopo Roma e Milano. La Caritas Diocesana: “tra i nuovi poveri aumentano i giovani, le persone straniere e anche le famiglie”

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I portici di corso Vinzaglio (foto Caritas Ambrosiana)

Anche chi di noi è più distratto si sarà accorto – passeggiando sotto i portici di Torino in corso Vinzaglio, in corso Vittorio o nei giardini pubblici delle periferie – dell’aumento delle persone senza fissa dimora, donne e soprattutto uomini che al crepuscolo cercano un riparo per la notte.

Un «popolo di invisibili», come viene spesso definito sui giornali, ma che si fa sempre più visibile nelle nostre città. Lo evidenzia l’Istat, Istituto nazionale di statistica, che il 25 marzo ha diffuso i primi risultati della «Rilevazione sulle Persone senza dimora» condotta contemporaneamente nella notte dello scorso 26 gennaio in 14 città metropolitane della Penisola (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia) raggiungendo persone «che  vivevano in strada, in sistemazioni di fortuna o erano ospiti delle strutture di accoglienza notturna». Dalla fotografia di quella notte sono risultate 10.037 uomini e donne prive di una casa: la maglia nera va a Roma con 2.621 persone, segue Milano (1.641) al terzo posto Torino con 1.036 senzatetto e Napoli con 1.026 (la ricerca realizzata in collaborazione con la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora – Fio.PSD – è sul sito www.istat.it).

Dei 1.036 senza dimora che «sopravvivono» a Torino 664 sono ospitati nelle strutture di accoglienza, mentre 372, circa il 36%, trascorrono la notte in strada o in ripari improvvisati. Il sistema cittadino dispone di 770 posti letto, un numero inferiore rispetto al fabbisogno complessivo, ma la nostra città – come si evince dai dati l’Istat – continua ad essere un grande laboratorio di welfare. È la Torino città dei santi sociali che continua ad essere attenta ai più fragili. «Un’eredità che si riflette ancora oggi in una forte capacità di collaborazione tra soggetti pubblici e privati», commenta Wally Falchi, responsabile del Centro di ascolto della Caritas diocesana Le due tuniche, antenna ed àncora delle povertà cittadine, «il sistema dei servizi per le persone senza dimora è caratterizzato da un articolato lavoro di rete che coinvolge istituzioni, enti del terzo settore, realtà ecclesiali, volontariato e la Fio.PSD-Ets».  In particolare, la Caritas diocesana opera in stretta sinergia con il Comune, le aziende sanitarie locali e numerose cooperative e associazioni, contribuendo alla costruzione di percorsi di accompagnamento integrati. «Un modello di collaborazione che consente di condividere informazioni e risorse, coordinare gli interventi evitando sovrapposizioni, cercare di costruire risposte più efficaci e personalizzate, intercettare anche le situazioni di maggiore marginalità», prosegue Falchi, «e, nonostante le criticità, questa rete rappresenta uno dei principali punti di forza del territorio torinese, rendendo possibile affrontare in modo più strutturato e umano il fenomeno della grave emarginazione adulta in crescita in questi anni dove caro-vita, mancanza di  lavoro e casa sono le cause della crescente marginalità.  Negli ultimi anni osserviamo tra i nuovi poveri un aumento di giovani, persone straniere e anche famiglie, non solo individui isolati».

Una realtà che interpella profondamente la comunità civile ed ecclesiale, spia delle trasformazioni profonde della nostra società. «Ogni giorno con i nostri volontari rileviamo un incremento della fragilità sociale, aggravata da fattori economici, sanitari e relazionali. Sono uomini e donne soli o con alle spalle legami familiari spezzati, in condizioni sanitarie precarie, spesso con disagio psichico e dipendenze che sviluppano strategie di sopravvivenza autonome che rendono difficile l’aggancio ai servizi che molto spesso rifiutano. Rifiuto che nella maggior parte dei casi non va interpretato come mancanza di volontà, ma come espressione di fragilità, sfiducia o bisogni non adeguatamente intercettati. È uno dei limiti del sistema attuale che non prevede interventi integrati e personalizzati», avverte Wally Falchi.

E in molti casi, la condizione di senzatetto è il risultato finale di un percorso di impoverimento progressivo.

Quali interventi mettere in campo che vadano oltre il soccorso per tamponare l’emergenza? «L’ Housing First, ad esempio, modello di intervento sociale consolidato che capovolge l’approccio tradizionale all’homelessness dove la casa viene fornita come punto di partenza immediato per favorire l’inclusione sociale e il benessere della persona», conclude Falchi, «raccontava lo scorso dicembre una persona senza dimora seguita dal nostro Centro: ‘dalle stelle alle stalle non ci vuole niente, il contrario è molto difficile e duro: un mese fa mi è stato riconosciuto il diritto per emergenza abitativa per ottenere una casa. Non vedo l’ora! Si avvicinano le feste, fino a qualche tempo fa per me questo periodo era terribile: cominciavo a pensare agli affetti, alle persone care con cui non riuscivo a ricostruire un rapporto, mia figlia per prima. Mi piacerebbe passare questo Natale con lei e la sua famiglia, tutti insieme, nella mia nuova casa’. E così è stato e di qui la vita di questo padre è ripartita».

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