La tragedia degli Yanomami in Amazzonia

Intervista – La testimonianza di Padre Corrado Dalmonego, missionario della Consolata, per tre giorni a Torino, da anni nello Stato di Roraima in difesa dei popoli indigenti: “sono vittime di una ‘violenza totale’ che colpisce tutta la loro vita (dalla distruzione della foresta alle malattie) e la loro sfera spirituale”

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Per tre giorni a Torino, in occasione dell’ampliamento del Polo culturale dei Missionari della Consolata con una nuova sala per le mostre temporanee inaugurata con Mater Amazonia (che fu allestita nei Musei Vaticani dai missionari della Consolata nel 2019-2020), padre Corrado Dalmonego ha presentato la situazione sempre più drammatica degli Yanomami, gli indigeni brasiliani minacciati dai cercatori d’oro.

Padre Dalmonego, Missionario della Consolata, antropologo, è stato uditore al Sinodo dei Vescovi per l’Amazzonia e da oltre 15 anni vive in Brasile, prima nella Missione Catrimani che i religiosi fondati dal Beato Allamano hanno avviato nel 1965 nelle terre Yanomami, oggi a Boavista, capitale dello Stato di Roraima, sempre impegnato con i confratelli e con la Chiesa locale nella promozione e difesa dei popoli indigeni. Opera che è da anni sostenuta nella diocesi di Torino dal Co.Ro. (Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile) fondato nel 2000 da Carlo Miglietta (www.giemmegi.org) che promuove e coordina iniziative di informazione, sensibilizzazione e sostegno economico. Abbiamo chiesto a padre Dalmonego di raccontare le condizioni attuali della popolazione Yanomami, una situazione per la quale nel gennaio 2023 era stata dichiarata l’emergenza umanitaria.

Padre Dalmonego, in questi giorni ha presentato la realtà in cui vivono i popoli indigeni e il titolo dato alla sua testimonianza è «Yanomami: ancora siamo vivi. Dalla violenza totale alle azioni di emergenza», perché?

Anzitutto devo dire che gli Yanomami non vorrebbero che fosse così. Vorrebbero che si raccontasse e vorrebbero raccontare loro stessi una realtà diversa, positiva, una cultura che ha molti aspetti belli. «Questo è quello che gli altri ci fanno», mi dicono quando parlo di loro. La situazione è conosciuta anche mondialmente, ma la crisi umanitaria non si arresta e per questo è «violenza totale».

Chi sono questi «altri» che minacciano il popolo Yanomami?

Gli Yanomami vivono in una terra demarcata che dovrebbe essere protetta, parliamo di 9 milioni di ettari nel Nord del Brasile, e che dalla fine degli anni ’80 è invece invasa dai garimpeiros, i cercatori d’oro. Un’invasione che in 37 anni è cresciuta esponenzialmente, si è passati da 15 ettari invasi nel 1987 a 3.278 ettari generando una devastazione (disboscamento, miniere a cielo aperto gli aspetti visibili), che non si arresta. Nel 2023 l’attività mineraria nella terra indigena è aumentata del 7%, un incremento inferiore a quanto si era verificato nel 2022, ma questa non è una grande consolazione perché comunque l’attività illegale continua a funzionare intensamente. Oggi si stima che i garimpeiros presenti illegalmente nelle terre Yanomami siano oltre 20 mila su una popolazione di 30 mila indigeni. Sono numeri che poi si traducono in vita, anzi in indici di morte. Perché i garimpeiros distruggono l’ambiente e di conseguenza la vita di chi si nutre di quello che l’ambiente produce, ma diffondono anche nelle comunità indigene malattie verso le quali non hanno difese e generano problemi sociali, violenza, diffusione di alcol e uso di armi. La presenza dei garimpeiros rende anche insicuro il supporto sanitario alle comunità e le cure sono sempre più inaccessibili per le comunità indigene.

Proprio per le conseguenze della diffusione di malattie nel gennaio  2023, dopo il cambiamento del governo, era stata dichiarata l’emergenza umanitaria e sanitaria di rilevanza nazionale, quali effetti ha avuto?

Dopo 4 anni di omissione di attenzione da parte del governo di Bolsonaro al dramma degli Yanomami, con il Governo Lula è stata dichiarata l’emergenza sanitaria e il 27 febbraio 2024 è stata istituita la casa del governo a Roraima con il compito di coordinare le azioni dei vari organi federali su questa emergenza, ma ad un anno e mezzo siamo ancora in situazione di calamità. Si tratta di azioni sia di aiuto alla popolazione che di contrasto all’illegalità di difficile coordinamento. Ad esempio i garimpos (i luoghi di estrazione) sono raggiungibili per via aerea è ora c’è un controllo dello spazio aereo, ma non è tale da riuscire a essere totalmente efficace. Sono stati fatti corsi di formazione per coloro che devono lanciare allarmi su ambiente, territorio e salute. «Non riusciamo a dormire per il rumore, abbiamo paura  ma non vogliamo arrenderci. Questi macchinari ci fanno morire, i nostri bambini si ammalano» è solo uno dei tanti audio che ci arrivano e spesso chi manda questi allarmi per poterlo fare deve collegarsi alla rete Internet dei garimpos correndo ulteriori rischi. Sono modalità di contrasto ma non sufficienti. Quanto poi a metà dell’anno scorso l’attenzione internazionale è diminuita chi era stato allontanato è ritornato, perché gli interessi sono tanti. Accanto ai garimpeiros ci sono organizzazioni internazionali criminali per cui si parla sempre più di «narco-garimpo». C’è una commistione di traffici illeciti articolata: non solo oro ma anche droga che arriva da altri paesi e armi. Nei garimpos si nascondono spesso gli evasi dalle carceri e questo fa crescere la violenza. Per fortuna in aprile sono ricominciate quelle operazioni di polizia che da luglio dello scorso anno erano scemate e pare che Lula abbia preso a cuore la situazione, ma siamo pur sempre nella complessità della realtà politica del Brasile, ambigua, fragile, contradditoria. I gruppi illegali non temono, sono forti e anche la polizia militare pare essere coinvolta. Il flusso di oro e cassiterite continua a raggiungere i luoghi di smercio via fiume o per via aerea sfruttando aeroporti clandestini alla frontiera con Venezuela e Guyana inglese. L’esercito nonostante fosse stato incaricato di combattere tutto questo fino ad ora ha agito con molta timidezza.

Secondo il ministero le riduzione dei garimpeiros era stata dell’80% ma poi allentati i controlli sono tornati e voi lo avete rilevato dalle conseguenze…

Sì perché il ritorno dei garimpieros coincide con il peggioramento delle condizioni di salute soprattutto per l’acqua che viene inquinata. Da gennaio 2093 a ottobre 2023 più di 200 Yanomami sono morti per malattie evitabili, legate all’acqua sporca. Sono stati smontati ospedali (che erano stati trasformati in magazzini illegali, ndr), gli ambulatori non sono stati riforniti. I pazienti non riescono a raggiungere i presidi sanitari… servirebbero elicotteri. Ma quanti ce ne sono e con quali costi? Ci sono state riforme, ma sono investimenti ‘lenti’. La casa di appoggio alla salute indigena Yanomami l’anno scorso svolgeva attività diagnostica: erano state incontrate 800 persone lo scorso anno ora sono 500; si è alleggerita la pressione ma non basta ridurre le emergenze, bisogna supportare le comunità. Nel 2022 erano stati rilevati 15 mila casi di malaria, nel 2023 25 mila tra gennaio e ottobre. Nelle condizioni in cui siamo, resta il dubbio: sono aumentati i casi o si è riusciti a fare più diagnosi? Lo stesso discorso si fa per le sindromi respiratorie in aumento. Poi c’è difficoltà per l’invio di alimenti che non arrivano alle popolazioni più carenti. Il governo, a fronte dei gravi casi di malnutrizione – i cercatori d’oro allontanano o uccidono gli animali che sono la fonte di vita – e dell’aumento di morti conseguente, aveva stabilito una distribuzione di supporto ma questi alimenti non riescono ad arrivare a tutti…

Ci sono anche le conseguenze dell’inquinamento da mercurio legato all’attività estrattiva…

Una recente ricerca condotta da Fiocruz e Isa rivela che in alcune comunità il 92% della popolazione è contaminata da mercurio che determina problemi neurologici, sterilità, cecità, morte. Si prevede che questi danni neurologici potranno determinare difficoltà a muoversi, serviranno sedie a rotelle. Una situazione assurda per un popolo che vive e si sostiene di caccia e pesca e per il quale la mobilità è fondamentale.

Complesse le conseguenze, complessi gli aiuti, ma i Missionari non si arrendono anche nel denunciare senza mezzi termini…

Per questo parlo di violenza totale perché tocca tutte le realtà, anche quella spirituale. Attaccare la foresta vuol dire toccare tutto il mondo dei simboli e significati della loro vita, compreso il mondo invisibile. Nonostante tutto gli Yanomami sono ancora vivi e continueremo a sostenerli.

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