La vergogna del caporalato è nelle nostre campagne

Non solo al Sud – Non c’è bisogno di arrivare ai livelli di tragedia della Calabria (quattro braccianti bruciati vivi dal «datore di lavoro») per sollevare il velo sulla vergogna del «caporalato» che sfrutta la manodopera agricola dei migranti quasi a livelli di schiavismo, non solo nel meridione d’Italia, ma nel civile Nord, anche in Piemonte

143

«L’uccisione di quattro braccianti stranieri, bruciati vivi dopo essere stati rinchiusi in un minivan in una stazione di servizio lungo la Statale Jonica 106, all’altezza del comune di Amendolara, in provincia di Cosenza, è una tragedia che scuote profondamente le coscienze e lascia sgomenta l’intera comunità nazionale». È il commento di Coldiretti nazionale, che «esprime il più profondo cordoglio e la vicinanza alle famiglie delle vittime, colpite da un episodio definito di una gravità sconvolgente.

Coldiretti ricorda «di essere stata tra le prime organizzazioni a sostenere l’introduzione della legge contro il caporalato». Un impegno che «è proseguito negli anni anche attraverso iniziative di monitoraggio, studio e sensibilizzazione». Tra le attività portate avanti viene ricordata «la collaborazione con la Fondazione Osservatorio Agromafie, guidato dall’ex magistrato torinese Giancarlo Caselli».

A livello regionale, Emilio Capacchione, segretario generale Fai Cisl Piemonte (la Federazione agricola e alimentare) interviene sul capolarato in Piemonte, un fenomeno spesso sottovalutato. «Il nostro territorio con i suoi frutteti del Saluzzese, i vigneti delle Langhe, le campagne del Cuneese e dell’Astigiano, attira ogni anno decine di migliaia di lavoratori stagionali, in grande maggioranza migranti. E dove c’è vulnerabilità e c’è domanda di manodopera flessibile, il rischio di sfruttamento si fa concreto. Le zone più critiche sono il distretto della frutta di Saluzzo, nel Cuneese, e le Langhe con i loro vigneti di pregio, come il Barolo e il Barbaresco». A Saluzzo arrivano ogni anno 13 mila lavoratori stagionali. Nelle Langhe, invece, inchieste recenti hanno documentato situazioni gravissime. Turni fino a 15 ore. Paghe tra i 3 e i 5 euro all’ora. Alloggi indegni. Episodi di violenza e minaccia. «Un dossier ha stimato un giro d’affari illegale di 40 milioni di euro, in due anni, in quella sola zona, legato al lavoro irregolare. Parliamo di territori che producono eccellenze enogastronomiche mondiali» prosegue Capacchione «È un paradosso inaccettabile. Le vittime sono quasi sempre lavoratori migranti in condizioni di estrema vulnerabilità. Persone con permessi di soggiorno precari, in attesa di una risposta alla domanda di asilo, spesso indebitate per il viaggio che hanno compiuto fin qui. Non hanno alternative, non conoscono i propri diritti, non parlano l’italiano. I caporali sfruttano esattamente questa fragilità. Organizzano trasporti, alloggi fatiscenti, anticipano denaro a tassi usurai. E poi trattengono buona parte del salario».

In prima linea nell’accoglienza dei braccianti stranieri la Caritas e varie associazioni della diocesi di Saluzzo che si occupano di allestire posti letto dignitosi e assistenza. Il segretario generale Fai Cisl Piemonte ricorda «che il Piemonte viene indicato come modello positivo a livello nazionale, perché qui si è scelto di lavorare insieme, e questo fa la differenza». Nel 2020 è stato varato il ‘Protocollo Saluzzo’, un progetto pilota per il distretto frutticolo saluzzese per fornire servizi di sostegno ai lavoratori stagionali: un tavolo a cui  aderiscono Prefettura, Comuni, Regione, associazioni, Caritas e sindacati realizzando un sistema pubblico di accoglienza. Offre posti letto, servizi di orientamento, mediazione interculturale, assistenza sanitaria, lettura dei contratti. È stato indicato come esempio virtuoso dal commissario governativo contro gli insediamenti abusivi. Poi sono arrivati il Tavolo regionale permanente sul caporalato, istituito nel 2024, e il progetto «Common Ground» finalizzato a combattere lo sfruttamento lavorativo.

Capacchione, intervistato da «Conquiste del lavoro» il il 29 maggio scorso conclude così: «La Fai Cisl è presente nei territori più esposti. Fa informazione. Accompagna le persone. Segnala le irregolarità. Ma non basta la presenza: servono strumenti nuovi. Insieme alla Cisl Piemonte abbiamo avanzato proposte concrete come la costituzione di Osservatori territoriali che facciano rete per l’accoglienza, sul modello Saluzzo, e che raccolgano segnalazioni sulle violazioni, ispirandosi al modello già sperimentato a Torino per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre, attraverso la contrattazione provinciale e gli Enti bilaterali si possono proporre corsi di lingua e lettura del contratto per i lavoratori immigrati. Il sistema agricolo piemontese per migliorare su questo versante, deve aderire alla Rete del lavoro agricolo di qualità istituita presso l’Inps, in modo da certificare e valorizzare le aziende agricole virtuose che operano nel pieno rispetto delle norme contrattuali, previdenziali e fiscali».

Dopo l’uccisione dei quattro braccianti, il consigliere della Regione Piemonte Mauro Calderoni (Pd) chiede nuove politiche e nuovi strumenti per l’organizzazione del mercato del lavoro. «Pensare che bastino i controlli» sostiene «significa ignorare le cause strutturali che alimentano sfruttamento e illegalità. Servono nuove politiche e strumenti per l’incontro tra domanda e offerta di impieghi, maggiore presenza pubblica nell’intermediazione, sistemi trasparenti di reclutamento della manodopera, alloggi dignitosi per i lavoratori stagionali e filiere che riconoscano il giusto valore al lavoro. Lavoriamo da mesi a una presa di posizione del Consiglio regionale del Piemonte che speriamo venga condivisa da tutte le forze politiche».

Alice Ravinale e Giulia Marro, consigliere regionali di Avs, Alleanza verdi e sinistra, in una nota, affermano che «Dietro lo sfruttamento ci sono organizzazioni criminali italiane e straniere che prosperano sulla vulnerabilità di persone rese ricattabili anche dalle attuali norme sull’immigrazione. Ma il profitto più grande non si ferma certo ai caporali. Attraversa intere filiere produttive e, nel caso dell’agricoltura, arriva fino alla grande distribuzione organizzata che scarica la pressione economica sull’ultimo anello della catena, comprimendo diritti, salari e condizioni di vita».

Un problema di sistema dunque, sostengono le consigliere, e come tale va affrontato. «Dal Consiglio regionale ci stiamo provando con un lavoro specifico avviato un anno fa in Commissione Legalità. Nato dalla volontà condivisa delle diverse forze politiche di costruire strumenti concreti per prevenire le condizioni che favoriscono lo sfruttamento lavorativo: dalle politiche abitative ai trasporti, fino alla possibilità di penalizzare economicamente le filiere che non garantiscono il rispetto dei diritti dei lavoratori. Nei prossimi giorni la Commissione Legalità discuterà la relazione finale del gruppo di lavoro dedicato proprio al contrasto dello sfruttamento lavorativo».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome