Mercoledì 5 marzo 2025 è stata, a suo modo, una mattinata storica per Mirafiori: accompagnato dal presidente di Stellantis, John Elkann, il cardinale Arcivescovo di Torino Roberto Repole ha visitato il complesso industriale, le linee di montaggio della Fiat 500 elettrica, lo stabilimento delle trasmissioni elettrificate. Voluto dal fondatore Giovanni Agnelli, progettato nel 1937 dall’architetto Vittorio Bonadè Bottino e inaugurato da Mussolini nel 1939 e nel 1956-58 raddoppiato, Mirafiori ha 86 anni ed è una «cattedrale operaia» prossima alla chiusura, si dice da molte parti.
La prima fortuna di Agnelli si chiama «Grande guerra» – «A Natale è tutto finito e saremo a Vienna» ma i soldati italiani non metteranno mai piede nella capitale austriaca. Agnelli suggerisce di non farsi troppe illusioni: la guerra sarà più lunga e logorante di quanto blaterano sulle piazze gli interventisti. Da quando spirano venti di guerra la Fiat si attrezza per non essere colta alla sprovvista; guadagna la fiducia dei responsabili; converte la produzione: autocarri e armamenti al posto delle automobili. Come per gli Stati Uniti, la Grande Guerra è una manna per la Fiat che finisce con un portafogli ben pasciuto: moltiplica per sette il capitale.
Il 15 maggio 1939 il duce inaugura il nuovo stabilimento Fiat – Sulla pista di prova un enorme cartello proclama: «Duce! A questa nuova fabbrica tu porti oggi la nuova vita, animatore di ogni nostro lavoro e di ogni vittoria. Gratitudine e fede dei 50 mila lavoratori Fiat». Mussolini comincia malissimo perché si presenta a bordo della concorrente Alfa Romeo facendo imbufalire padroni, dirigenti e maestranze. Torino manifesta indifferenza per il dittatore con un’accoglienza ancora più glaciale di quella del 23 ottobre 1932 quando parlò agli operai del Lingotto. E dire che il sen. Giovanni Agnelli e il prof. Vittorio Valletta precettano le migliaia di dipendenti e che le note informative della polizia segreta dovrebbe indurre il dèspota a maggiore cautela. Nonsi leva alcuna ovazione. Non risulta la presenza del cardinale arcivescovo Maurilio Fossati.
Prigioniero di una bolsa retorica, Mussolini esordisce con un attacco infelice per il tono e il contenuto: «Lavoratori della Fiat, non mi soffermerò sui problemi economici, perché ho già avuto modo di esporli nel mio recente discorso di Milano». Pausa in attesa dell’ovazione che non arriva. Commette un’altra un’imprudenza: «Ve lo ricordate voi?». Silenzio cimiteriale. Perde le staffe e urla: «Se non lo ricordate, rileggetelo». Abbandona il palco per alcuni istanti ma vi ritorna, spinto da Achille Starace, segretario del Partito fascista e comandante della Milizia. Saluta romanamente la massa di infedeli e se ne va in una nuvola d’ira. La sera in albergo lo sentono borbottare: «Torino, porca città!».
Mirafiori scrive buona parte della storia industriale di Torino – Nel 1939 produce 53 mila automobili, occupa 57 mila dipendenti, ha un fatturato di 2 miliardi di lire. Con la sciagurata entrata nella Seconda guerra mondiale (10 giugno 1940) si registra un forte aumento dell’industria militare per cannoni, automezzi, aerei e armi. Il 5 marzo 1943 dall’officina 19 gli operai escono in sciopero contro la guerra, la fame, il fascismo. La ribellione si estende alle fabbriche del Nord: centomila lavoratori incrociano le braccia. Anche gli scioperi collaborano a dare una spallata al regime e rappresentano il primo, corale episodio della Resistenza.
Nel 1945 Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta sono accusati di compromissione con il regime. A favore del senatore, Fossati scrive a mons. Giovanni Battista Montini in Segreteria di Stato «per un’operazione di giustizia. Si deve discutere la proposta di epurazione del sen. Agnelli, cui Torino e l’Italia debbono il meraviglioso sviluppo della Fiat. Non si comprende come si possa onestamente intaccare il senatore che consacrò la vita a favorire lo sviluppo di un’industria che ha dato pane a centinaia di migliaia di operai e che costituisce un lustro per il Paese. Ha favorito la resistenza all’occupazione nazifascista. Ha favorito la lotta partigiana. Contribuì generosamente a provvedere viveri alla cittadinanza: debbo alla Fiat se ho distribuito oltre seimila minestre gratuite al giorno ai poveri. Credo di interpretare il pensiero della parte sana della cittadinanza, se oso pregarla a spendere una parola perché la passione non soffochi la richiesta di giustizia e un cittadino, che ha consacrato tutta la vita a dare lavoro agli operai e benessere alla Nazione, sia colpito da un verdetto che sarebbe danno al Paese». Agnelli è assolto ma il 16 dicembre 1945 muore.
Nel dopoguerra la Fiat è un impero dove non tramonta mai il sole – Conquista il monopolio dell’auto in Italia. La politica di Valletta «dalla culla alla tomba» e «del bastone e della carota» serve soprattutto per ridurre il conflitto sociale nelle fabbriche e tenere lontani il più possibile i comunisti dal potere. Constata lo storico Gianni Oliva: «La Fiat considera la città come luogo di espansione produttiva e mostra indifferenza ai problemi della qualità della vita. Gli amministratori non hanno né la capacità né la volontà di esercitare un ruolo direttivo e applicano la politica del “laissez-faire”». La multinazionale costruisce in Italia e all’estero aerei civili e militari, auto, autobus, autotreni, camionette, carri armati, filobus, frigoriferi, lavabiancheria e altri elettrodomestici, furgoni, macchine sollevamento terra, motori per navi, tramvai, trattori, treni, veicoli per trasporto truppe. Gli Agnelli si destreggiano tra industria, finanza, assicurazioni, autostrade, infrastrutture, edilizia, supermercati, giornali, editoria e altro ancora.
«Noi fabbrichiamo automobili, le fabbrichiamo in Italia e a Torino» parola di Gianni Agnelli nel 1988. Sono gli anni in cui gli Agnelli fanno gli imprenditori, generosamente aiutati dallo Stato. Diventano finanzieri globali, abili nel maneggiare affari e compravendite, sempre più indifferenti al destino degli italiani, che hanno comprato le Fiat e li hanno sovvenzionati, e alle sorti del Piemonte e di Torino, entrati con la loro «fuga» in una spirale di decadenza. Mirafiori, nel massimo sviluppo, ha 2.956.000 di metri quadrati; 37 porte; 12 chilometri di perimetro, 40 di catene di montaggio, 223 di nastri trasportatori, 11 di gallerie, 15 di binari, 3 di piste di prova. Dopo la morte di Gianni nel 2003 e di Umberto Agnelli nel 2004 comincia l’impero di Sergio Marchionne che abbandona Confindustria nel 2012 – vuole avere le mani libere in tutto – e cancella la Fabbrica Italiana Automobili Torino (Fiat) e la trasforma in Fiat Chrysler Automobiles (FCA). La Fiat americana è un antico sogno dell’Avvocato. Paolo Fresco, presidente Fiat, rievoca: «Agnelli mi disse “Quando sarò morto venda la Fiat agli americani”». Nel bene e nel male per un secolo «mamma Fiat» segna la vita della gente e munge dalle casse dello Stato. Secondo l’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, lo Stato ha dato alla Fiat 7,6 miliardi di euro (1977-09), a fronte di 6,2 miliardi di investimenti. Sino alla fuga nel XXI secolo. Dopo la perdita della capitale nel 1864, la spoliazione ben più grave e traumatica di Torino è quella perpetrata da Agnelli-Elkann-Marchionne. Nel 2020-21 FCA è venduta ai francesi di Peugeot e l’Iveco (autocarri) ai cinesi. Elkann si dedica alle speculazioni finanziarie; dalla cassaforte Exor succhia una montagna di miliardi. La nuova società Stellantis ha sede in Olanda e cervello decisionale a Parigi.
La mannaia cade su stabilimenti e personale in Italia e a Torino, nonostante i discorsi a vanvera e le promesse al vento dei «padroni-tagliatori di teste». Il matrimonio FIAT-Chrysler serve a vendere più Jeep americane in Italia; quello con i francesi è una disfatta per la Penisola. L’azienda, creata a Torino, per la quale hanno lavorato centinaia di migliaia di dipendenti e che ha sfamato milioni di persone, è tutta in mano agli stranieri. Carlos Tavares prosegue la politica di distruzione. A costoro si può applicare la famosa massima di Publio Cornelio Tacito nel «De Agricola»: «Fecero il deserto e lo chiamarono pace!». La famiglia Agnelli-Elkann da decenni è in lite rabbiosa per l’eredità. La Procura scopre che l’Avvocato esportò illegalmente miliardi e miliardi. Nota Giampiero Aureli su «Pannunzio Magazine»: «È veramente vergognosa la posizione servile di tanti giornalisti, che mascherano le squallide operazioni come formidabile valore aggiunto per l’Italia. L’impero massmediatico Fiat fa digerire all’opinione pubblica la cessione delle industrie». La classe politica lascia gli Agnelli-Elkann liberi di agire nell’esclusivo interesse dei loro portafogli. Nel documentatissimo libro «La disfatta del Nord» Filippo Astone scrive: «La Fiat è sempre stata generosamente finanziata dal denaro pubblico. Non c’è mai stata funzione che procedesse senza contributi pubblici». Sperimenta un nuovo robot? Paga lo Stato. Installa una nuova linea di montaggio? Paga lo Stato.
La Fiat negli ultimi decenni delocalizza al Centro-Sud e all’estero (Russia, Polonia, Brasile) e penalizza pesantemente l’area torinese-piemontese. Pima attira a Torino e in Piemonte centinaia di migliaia di immigrati e poi apre gli stabilimenti di Cassino (Frosinone), Pratola Serra (Avellino), Termoli (Campobasso), Val di Sangro-Archi (Chieti), Termini Imerese (Palermo), Melfi (Potenza), Pomigliano d’Arco (Napoli): per costruire Melfi ottiene 3.300 miliardi di lire dallo Stato. Chiude il Lingotto e la Lancia a Torino e a Chivasso (Torino), le fabbriche di Verrone (Biella), Rivalta (Torino), Desio e Arese (Milano). Il «made in Italy» arranca. Già mettere un nome inglese a un Ministero è un controsenso che il «governo dei patrioti» non capisce. Politici e capitani d’industria hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. La finanza è l’unico vero mercato globale che li interessa.
Le avvisaglie della catastrofe negli anni Ottanta quando le tavole urbanistiche mostrano Mirafiori color salmone – residenze e servizi – e non più violetto, area industriale. La Cgil-Fiom, allarmata, chiede spiegazioni e rispondono che si tratta di un banale errore, uno scambio di pennarelli. Alla luce delle successive «cure da cavallo», si è capito che non fu un abbaglio ma una precisa scelta. Secondo Stellantis, Mirafiori occupa 12.500 lavoratori. Nel novembre 2025 nella Carrozzeria Mirafiori «partirà la produzione della Nuova Fiat 500 ibrida: affiancandosi alla 500 elettrica, garantirà volumi produttivi molto significativi»: 600 mila auto l’anno. Stellantis, grazie anche a FIAT, ha marchi storici e affermati: Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroën, Dodge, DS Automobiles, FIAT, Free2move, Jeep, Lancia, Leasys, Maserati, Opel, Peugeot, Ram, Vauxhall.
Dopo la visita, Repole confida: «Ho incoraggiato Stellantis al rilancio, dopo anni di crisi: si è impegnata a non abbandonare Torino e a sviluppare Mirafiori». A dicembre 2023 l’arcivescovo lancia il grido di dolore e di allarme. L’ amministratore delegato Carlos Tavares tace; tacciono il governo, la regione, il comune. La Fiat agevola la fuoriuscita del personale, con aiuti dello Stato. Una cosa pazzesca: lo Stato paga per chiudere uno stabilimento. La rivista «Torino storia» ipotizza come anno di chiusura il 2027. Nel 2024 Repole interroga Stellantis: rilancio o ridimensionamento? Alessandro Svaluto Ferro, direttore della Pastorale sociale e del lavoro, commenta: «La risposta di Stellantis comunica una sensazione di grande incertezza». In compenso nel 2022 ci sono 189,5 miliardi di ricavi netti, più 6 per cento.
Fossati e il coadiutore Felicissimo Stefano Tinivella stringono un patto di ferro con la Fiat di Valletta. Non vanno a Mirafiori, ma ci va la «Madonna pellegrina» festeggiata dagli operai. Michele Pellegrino libera la Chiesa torinese da questo innaturale giogo. Gianni Agnelli esce dall’incontro con lui borbottando: «Io faccio le macchine, lei fa il prete». Anastasio Alberto Ballestrero interviene a difesa dei posti di lavoro nel 1980 durante il più grande sciopero, concluso dalla «marcia dei quarantamila». Severino Poletto e Cesare Nosiglia intervengono più volte sulla crisi del lavoro che investe piccole, medie e grandi aziende. La prima visita di un Papa a uno stabilimento Fiat è il 19 marzo 1990: Giovanni Paolo II, accompagnato dal vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi e da Agnelli, è alla Lancia di Chivasso. Giovanni Saldarini e Agnelli invitano Wojtyla a visitare una mostra di icone russe al Lingotto. Benedetto XVI (2010) e Papa Francesco (2015) sono a Torino ma non visitano nessuna fabbrica.
Pier Giuseppe Accornero


