La voce dei profeti in questo mondo inquieto

Estate – Il grido dei profeti è nel respiro del vento. Quando il sole picchia come se non ci fosse un domani, fabbriche ed uffici chiudono, è il tempo di sentire ciò che non arriva, nel resto dell’anno, alle nostre orecchie, nel frastuono del quotidiano rincorrersi delle emozioni per non essere prigionieri delle ombre del futuro

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Il grido dei profeti è nel respiro del vento. Quando il sole picchia come se non ci fosse un domani, fabbriche ed uffici chiudono, è il tempo di sentire ciò che non arriva, nel resto dell’anno, alle nostre orecchie, nel frastuono del quotidiano rincorrersi delle emozioni per non essere prigionieri delle ombre del futuro.

Il mondo è impazzito: anche quel tragico burlone di Trump ha capito chi è Putin e, forse, farà il passo più importante che porta la pace a Kiev. Papa Leone alza la voce anche per una Gaza devastata, violata, affamata che attende giustizia, vita e gli ultimi ostaggi; in Iran dopo le bombe Usa ci sono fermento e silenzio indecifrabili.

Nell’Europa «del due di picche» c’è la guerra dei dazi e ci sono le divisioni di sempre su tutto. C’è chi corre e chi frena.

Nell’Italia, eternamente divisa tra buoni e cattivi, malata delle paure di una nazione nata troppo in fretta, che mai ha cancellato dal suo Dna il paraocchi dell’ideologia, l’odio di chi fatica a dialogare, la paura dell’altro, forse, ci saranno nuovi barlumi di speranza e il Giubileo dei Giovani a Roma scopre luci e strade nuove.

Ma bisogna «ascoltare». Si può fare sempre, ma d’estate, quando molti suoni e rumori si affievoliscono (dallo sferragliare di tram e treni, alle auto, ai computer), è più facile.

Quella dei profeti, come scrive Giuseppe Cavallotto, ex rettore dell’Urbaniana, ex vescovo di Cuneo e Fossano, grande biblista, è una parola puntuale. Arriva in tempo, è diretta a persone concrete, non è anonima, non è astratta. È scomoda e lacerante, colpisce e ferisce come una lama a doppio taglio. Ma come nota Italo Calvino «non finisce mai di dire quello che ha da dire», in ogni periodo della storia.

Ora ha, molto spesso, la voce del Papa, ma anche quella di chi costruisce, a volte nella colpevole indifferenza, la pace ed una nuova giustizia sociale. A volte ha le tonalità di chi «urla nel deserto», ma i suoni giusti di chi sa che i bombardieri non portano armonie, ma sangue e morte nella valle dell’Eufrate come sulle sponde del Mar Morto.

Quella voce «è come un martello che spacca la roccia», ma è l’unica alternativa alla palude di oggi.

Siamo d’estate. Ogni passeggiata è un tuffo tra le certezze di ieri e il rigoglioso rinnovarsi della natura. Nell’ombra sovrana, le ricchezze del sottobosco inesplorato, tra le felci e il mirtillo, tra i mughetti e il narciso. C’è l’orchidea e una soffusa atmosfera quasi strana nella sua naturalezza. Camminiamo e sentiamo il temporale formarsi: le nuvole fondersi, dividersi, affastellarsi; il vento sembra cattivo e minaccioso; un silenzio e una luce irreali riempiono angoli di mondo. Ecco, le prime gocce e quell’odore di «polvere bagnata». Gli uccelli cercano riparo come cani, gatti e tutti gli altri animali. È allora che emergono, uno ad uno, rumori che non abbiamo sentito per anni: il fragile stormir delle foglie, lo scricchiolio degli alberi, l’acqua scorrere lungo la strada sterrata. Certo, le liste d’attesa sono ancora lunghe, nonostante lo sforzo della Regione; le scuole si svuotano per l’inverno demografico; le fabbriche sono un’altalena di illusioni; l’inflazione semina rinunce; il lavoro è spesso precario e malpagato; gli stipendi fermi da 10 anni; il domani dei giovani ha troppe nubi, mentre ci saranno corse gratis almeno per gli studenti; i biglietti, tutti, aumentano ma quella voce continua a parlare e, giorno dopo giorno, raggiunge risultati.

Quanto sembrano vacue certe (tante) conversazioni sulle tv o le schermaglie politiche! Quante falsità imbrattano le nostre vite, così tante che alla fine non sappiamo più dove sta il bene e il male. Certo, questi sono anni vissuti pericolosamente e chissà per quanto ancora dovremo lottare e non solo contro chi vuole sovvertire il mondo. Ma, immersi come siamo nel mare delle chiacchiere, di tanto in tanto, «quel grido» può indicare la strada giusta, quella vera: per ascoltare noi, gli altri, quelli che la pensano diversamente da noi, senza rabbia, senza accanimento, anche quelli che chiedono aiuto, dentro e fuori di noi, dentro e fuori casa. Ascoltare i suoni dell’estate si può, anzi si deve.

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