L’abdicazione di Vittorio Emanuele III e la fine dei Savoia

Ottant’anni fa – Il 9 maggio 1946 re Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio Umberto. Un atto che segna la fine della casata dopo mille anni di vita e un lungo declino

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L’atto di abdicazione è vistosamente sbagliato e corretto a mano. Doveva essere ben emozionato, ottant’anni fa, il 9 maggio 1946, il re Vittorio Emanuele III nell’abdicare a favore del figlio Umberto – principe luogotenente del Regno – e, ridotto a conte di Pollenzo, frazione del comune piemontese di Bra (Torino), fugge ad Alessandria d’Egitto, ospite del re Farouk I, dove muore il 28 dicembre 1946.

Il 13 giugno 1946, dopo i risultati del referendum Monarchia-Repubblica, Umberto II va in esilio a Cascais in Portogallo dove muore il 18 marzo 1983. L’abdicazione avviene a Villa Rosebery di Napoli dove il sovrano vive. Con essa cerca di influenzare il voto e di salvare la monarchia dopo il fascismo e dopo la «fuga di Pescara» dell’8 settembre 1943. L’atto è firmato su carta bollata da 12 lire e in serata l’ex-sovrano si imbarca con la moglie Elena sull’incrociatore «Duca degli Abruzzi».

L’abdicazione conclude la casata dopo mille anni di vita e il lungo declino: cominciato con la nomina nel 1922 di Benito Mussolini a capo del governo; continuato con il totale cedimento alla dittatura fascista e la firma delle vergognose leggi razziali nel 1938; e concluso con la ritirata dell’8 settembre 1943 («la fuga di Pescara») dopo l’armistizio, lasciando le Forze armate e il Paese nel caos. Il sovrano si era già spogliato dei poteri nominando il figlio Umberto «luogotenente del Regno». Il 12 aprile 1944 aveva annunciato alla radio che l’abdicazione sarebbe scattata non appena gli Alleati fossero entrati a Roma, cosa che avviene il 5 giugno. Il sovrano rinuncia anche al titolo di «re». All’inizio è riluttante sull’abdicazione e anche i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale preferirebbero non modificare una situazione molto intricata. L’abdicazione è criticata dalla stampa di sinistra: per l’Unità è «un atto ignobile e grottesco»; Avanti! Lo bolla «re fascista», come Umberto è «principe fascista». Più moderato il quotidiano democristiano Il Popolo. Ma la decisione non frena l’impegno della Democrazia Cristiana nel referendum istituzionale. I filo-monarchici lo giudicano «un atto tardivo».

In questa vicenda Pio XII è un osservatore diplomatico: pur nutrendo simpatie per la monarchia vede la necessità di un cambiamento per garantire stabilità, vuole impedire un governo comunista e guarda con crescente favore alla DC. Il 28 dicembre 1939 Papa Pacelli aveva effettuato una storica visita al Quirinale incontrando la regina Elena e Vittorio Emanuele III: «Non mi sono inginocchiato e non ho baciato l’anello». L’incontro celebrava la concordia tra Stato e Chiesa dopo il Concordato del 1929 e il Pontefice auspicò con forza la neutralità italiana nel conflitto da poco scoppiato. Considerando la monarchia un argine all’instabilità, il Vaticano al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sostiene indirettamente la monarchia, ma la priorità di Pio XII è la vittoria della DC alla Costituente per arginare le sinistre e la Chiesa si prepara a collaborare con la Repubblica.

Il principe di Napoli viene al mondo alle 22:45 dell’11 novembre 1869 nel forte napoletano di Sant’Elmo. Generato da «sangue vecchio e stanco», sarà uno dei Savoia più longevi per età (1869-47) e per regno (1900-46). Corporatura gracile, gambe corte, busto sproporzionato, mento largo e duro, tremito delle mascelle, favella brusca, istintivo riserbo e malcelata insicurezza. Si ferma a un metro e mezzo, tanto che devono abbassare il minimo di altezza delle reclute per «non scartare» il re-comandante in capo: mille nomignoli, il più grazioso è il torinese «re cit, re piccolo». Educazione rigidamente militarei, sempre in uniforme, il «re-soldato» conduce una semplice vita borghese: non fuma, non beve, è frugale a tavola; a letto e in piedi prestissimo; poco credente, va a Messa se è indispensabile per gli obblighi di Stato. Un giorno alla reggia di Racconigi (Cuneo) riceve le educande di un istituto religioso: ordina di far entrare le ragazze e di tener fuori le suore. Veste da generale e partecipa a inaugurazioni, esposizioni, posa di prime pietre, parate, manovre militari, taglio di nastri, convegni. Detesta l’ostentazione, inorridisce quando sente date errate, sorride raramente. Legge giornali, dispacci e relazioni prima che l’autista lo porti da Villa Ada al Quirinale. Il 24 ottobre 1896 sposa Jelena Petrović-Njegoš che da ortodossa diventa cattolica per sposarlo con cerimonia civile al Quirinale e religiosa nella basilica romana Santa Maria degli angeli.

Il 23 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria e il 24 Vittorio Emanuele III proclama: «L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria. Soldati, a voi il compito di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la Nazione pose ai confini della Patria nostra; a voi la gloria di compiere l’opera con tanto eroismo iniziata dai padri». È davvero un «re-fante» che dorme su una branda sotto una tenda militare. Ma dopo la Grande Guerra (1914-18) al Quirinale siede un sovrano imbelle, massone e mangiapreti: «re sciaboletta» ha la gravissima colpa di non essersi opposto alla rivoltante dittatura fascista, alle vergognose leggi razziali e antiebraiche, al connubio tra fascismo e nazismo, alla losca alleanza tra Benito Mussolini e Adolf Hitler. Durante il regno dalla stampa, da uomini di cultura e da politici riceve epiteti passati alla storia. Quelli celebrativi sono legati alla Grande Guerra, alla sua assidua presenza al fronte e alla sua «alta guida» delle operazioni belliche che portano il Regno alla vittoria sul tradizionale nemico dell’unità italiana: «Re soldato», «Re di Peschiera», «Re della vittoria», «Re Vittorioso». Lo chiamano anche «Re socialista» ma di socialismo non ha niente. Per il suo appoggio a Giovanni Giolitti è «Re borghese». Ma dopo l’8 settembre fascisti e repubblichini lo chiamano «Re fellone».

Pier Giuseppe Accornero

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