L’addio a David Sassoli, politico di razza

Presidente dell’Europarlamento – “L’ho incontrato, la prima volta, sulle pendici delle colline di Mondovì. Erano gli anni 90: c’era stato un rapimento. Lui inviato del Tg1, io della Tgr.  Era un collega garbato, buono e tenace. Abbiamo condiviso il microfono per le dirette (c’era solo quello!), la tensione della cronaca, l’ansia di informare…”

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David Sassoli

L’ho incontrato, la prima volta, sulle pendici delle colline di Mondovì. Erano gli anni Novanta: c’era stato un rapimento. Lui inviato del Tg1, io della Tgr a servizio del 2 e del 3, allora come ora «badilante della notizia».  Era un collega garbato, buono e tenace. Abbiamo condiviso il microfono per le dirette (c’era solo quello!), la tensione della cronaca, l’ansia di informare.

Quante telefonate quando conduceva il Tg1, da vicedirettore, da collega. Era professionale ma anche ironico, semplice, con l’orto della sua casa a Sutri che coltivava nei ritagli di tempo.

Una moglie, Alessandra, conosciuta al liceo, due figli, la passione per il giornalismo, l’occhio alla politica che gli ha regalato 850 mila preferenze in Europa. Sarebbe venuto a Torino e all’Università del Dialogo, all’Arsenale della Pace. Il covid ha cancellato tutto lasciando solo un «collegamento». L’ultimo saluto a Torino.

David Sassoli – Presidente del Parlamento Europeo, morto l’11 gennaio per una malattia che l’aveva colpito al sistema immunitario – aveva una lunga storia, dipanata tra i Tg e le vite degli altri. Era uno di quei giornalisti che non hanno mai ferito nessuno nei sentimenti, anche nelle situazioni molto difficili. Era semplice, uno di noi, genuino, verace, coinvolgente, ostinato. E, diciamola tutta, anche quando ha avuto ruoli grandi ed impegnativi, non ha mai perso il suo stile di uomo normalmente immerso nel mondo del potere europeo, non ha mai dimenticato le sue battaglie per entrare nel circolo dei giornalisti e, soprattutto, non ha mai smesso di difendere i più deboli, gli ultimi, i dimenticati. E lo ha fatto con disarmante umiltà anche se era, ed è stato, «un cavallo di razza» dell’informazione. Grazie David! Ho visto altri perdere equilibrio, sobrietà, equidistanza e mescolare sentimenti che non sono propri di un giornalista. Lui, no! E poco importa se ora, qualche imbecille presunto no vax, lo offende via social con frasi che si commentano da sole.

Da volto familiare del Tg1 a Presidente del Parlamento Europeo: la sua è stata una vita divisa fra il giornalismo e la politica, a cavallo fra Firenze, Roma e Bruxelles fino a diventare, nel 2019, Presidente dell’Europarlamento.

Nato nel capoluogo toscano il 30 maggio 1956, ha frequentato da giovane l’Agesci, Associazione guide e scout cattolici italiani. Il padre era un parrocchiano di don Milani e lui ha cominciato, fin da giovane, a lavorare per piccoli giornali e in agenzie di stampa prima di passare a «Il Giorno» e poi fare il grande salto in Rai. Fiorentino di nascita, ma romano di adozione, era diventato un volto noto alle famiglie italiane soprattutto per la sua conduzione del Tg della rete ammiraglia della Rai, di cui è stato anche vicedirettore durante l’era di Gianni Riotta.

L’aria del bravo ragazzo, il look che rifletteva le sue scelte, da sempre nel centro sinistra, ha scritto pagine di una bella informazione e fa parte di una stagione di anchormen che la nostra generazione non dimenticherà mai: erano gli anni delle grandi svolte politiche, delle crisi a raffica, dell’euro e di tante illusioni e lui stava in tv a sfogliarci le vicende del mondo. E lo ha fatto benissimo.

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