L’addio all’industriale Alberto Balocco

Fossano – Il 29 agosto, il vescovo mons. Piero Delbosco, nel Duomo della città, ha celebrato i funerali dell’industriale Alberto Balocco, mancato, a soli 56 anni, la settimana precedente in un incidente in montagna. Il tragico episodio rappresenta l’ultima tappa di un corposo elenco di industriali piemontesi morti prematuramente

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Alberto Balocco

Lunedì 29 agosto, il vescovo di Fossano, mons. Piero Delbosco, nel duomo della città ha celebrato i funerali dell’industriale Alberto Balocco, mancato, a soli 56 anni, la settimana precedente in un incidente in montagna, colpito da un fulmine mentre compiva un’escursione in bicicletta nei pressi del Colle dell’Assietta, a cavallo delle valli di Susa e del Chisone. L’incidente mortale ha coinvolto anche il suo compagno di gita, il torinese Davide Vigo.

Insieme alla sorella Antonella, Alberto rappresentava la terza generazione della famiglia fossanese che iniziò a produrre dolci già nel 1927. Il loro padre Aldo, scomparso ad oltre 90 anni nei mesi scorsi, aveva trasformato l’impresa artigianale paterna in un’importante e moderna industria, contribuendo, insieme alla Maina, a fare di Fossano una delle capitali italiane dei prodotti da forno, in particolare dei panettoni.

Questo tragico episodio rappresenta l’ultima tappa, in ordine temporale, di un corposo elenco di industriali piemontesi morti prematuramente, quando per età ed esperienza avrebbero ancora potuto dare molto ai loro cari e all’economia nazionale.

A 48 anni nel 2011 morì per un infarto, mentre si allenava in bicicletta in Sudafrica, Pietro Ferrero, figlio primogenito di Michele, il fondatore dell’omonima impresa dolciaria che da Alba si è diffusa in tutto il mondo.

Sempre in tempi recenti, nel 2008, quando aveva 51 anni, Andrea Pininfarina, anche lui esponente della terza generazione a capo di un’azienda, inizialmente familiare e poi nota mondialmente, ebbe un incidente mortale, nei pressi di Torino, mentre si recava al lavoro alla guida della sua motocicletta, investito da un auto che non rispettò uno stop.

Anche la forse più importante famiglia imprenditoriale del Piemonte, gli Agnelli, è stata colpita da lutti prematuri, a partire dal suicidio di Edoardo, il figlio maschio di Gianni, avvenuto gettandosi da un viadotto dell’autostrada Torino – Savona, a pochi chilometri da Fossano, nel 2000, a 46 anni (l’ipotesi formulata da alcuni che non si trattasse di un suicidio non ha mai trovato reali riscontri). La sua fine è stata preceduta da quella del cugino Giovanni Alberto, figlio di Umberto, nel 1997, a soli 36 anni, per un tumore incurabile. Anche il loro nonno Edoardo, figlio di uno dei fondatori della Fiat, Giovanni, morì presto, nel 1935 quando aveva 43 anni, a causa di un incidente che coinvolse l’idrovolante su cui viaggiava, che era appena ammarato nel Golfo di Genova. Anche il figlio meno noto di Edoardo, Giorgio, scomparve a soli 36 anni nel 1965, ma lui non ebbe mai incarichi operativi nel gruppo. Pure suo nonno, il padre di Giovanni, che si chiamava anche lui Edoardo, imprenditore torinese già ben prima della nascita dell’impresa automobilistica, morì presto, a 40 anni, nel 1871.

Due esponenti della famiglia Rivetti, Silvio e suo nipote Marco, figlio di suo fratello Franco, morirono prematuramente. Silvio nel 1961, dopo aver compiuto da appena due giorni 40 anni, per un incidente automobilistico sulla Milano – Torino, avvenuto nei pressi di un cantiere di ampliamento; Marco per malattia nel 1996, a 53 anni. I tre fratelli Silvio, Franco e Pier Giorgio Rivetti si staccarono dai lanifici biellesi, appartenenti alla loro vasta e storica famiglia imprenditoriale, per rilevare una di quelle loro aziende, il Gruppo Finanziario Tessile (Gft), trasformandola, da ditta nazionale, nel colosso mondiale dell’abito confezionato, con i marchi Facis, Cori, Sidi, Stone Island, ecc., … inaugurando così la grande stagione delle produzioni industriali di capi firmati da noti stilisti, quali Armani, Valentino, Chiara Boni,… vestiti non più realizzati in numeri limitati, ma in quantità a disposizione di portafogli più diffusi.

La perdita di un familiare ancora giovane è sempre un dramma, ma quando la persona svolge pure un importante ruolo economico, la sua scomparsa interroga anche la comunità civile, per le conseguenze economiche e sociali che questa fine potrebbe determinare sul territorio sul quale l’impresa impatta. Il passaggio generazionale nella direzione (o nella proprietà) di un’azienda più o meno familiare non è mai scontato, ma l’auspicio è che, comunque, si trovino sempre soluzioni che garantiscano continuità e sviluppo.

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