L’amore di Gesù e dei discepoli

Commento alle Letture della VI Domenica di Pasqua (5 maggio) – Vangelo Giovanni 15, 9-17

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Possiamo dare un titolo a questo Vangelo tratto dal capitolo 15 di Giovanni: «L’amore di Gesù e l’amore dei discepoli». Oggi il nostro evangelista vola molto alto, raggiunge quelle vette di teologia e di spiritualità che gli hanno valso il simbolo dell’aquila. Ci troviamo nel cuore dell’ultimo Vangelo e ci troviamo soprattutto dentro il cuore di Gesù, quel cuore pieno di amore tanto cantato dai maestri spirituali di ogni tempo. Cito all’inizio di questo piccolo scritto ciò che viene attribuito al dialogo tra il Cuore di Gesù e santa Caterina da Siena: «Ho voluto che vedeste il segreto del mio cuore, mostrandovelo aperto perché vedeste che vi amo più di quanto potesse dirvi l’ormai terminata sofferenza» (Dialogo di santa Caterina da Siena).

Il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni si colloca nel contesto dell’ultima cena dove nel dramma che si consuma a causa del tradimento e della consegna di Gesù ai suoi nemici, brilla ancora di più l’amore di Gesù per i suoi discepoli, per tutti i suoi discepoli. L’amore di Gesù per i discepoli è attinto dall’amore del Padre per Gesù. L’evangelista racconta di questo amore che non è nascosto, impercettibile, impalpabile ma di un amore che ci mette la faccia, di un amore che ha il volto, le parole, gli sguardi di Gesù. E per ciò stesso è un amore che per essere tale deve continuare attraverso i discepoli che si amano gli uni gli altri così come sono stati amati. Dietro le altezze di questo messaggio evangelico siamo chiamati a scendere e scoprire la grande sfida dell’amore fraterno lì dove sono i nostri volti, lì dove usiamo le nostre parole, lì dove compiamo i nostri gesti.

Il senso di questo Vangelo non può e non deve essere trasportato su nel cielo, in un piano per così dire irraggiungibile. Il senso di questo Vangelo cammina con noi, si fa strada nelle concrete scelte di ogni giorno: lì dove il nostro amore ci mette la faccia, si compromette e si ammacca. Paragono la nostra capacità di amare ad una vettura composta dal motore e dalla carrozzeria: il motore è l’amore e la carrozzeria sono le scelte di ogni giorno: ebbene al termine dei miei giorni voglio consegnare al Signore il motore dell’amore così come Lui l’ha donato a me anche se la carrozzeria può essere ammaccata. Non si piò amare e rimanere ai margini, defilati, indifferenti potremmo dire intatti: nell’avventura del «grande» comandamento nessuno è spettatore, nessuno esegue un ordine come un servo ma tutti sono protagonisti come nell’amicizia che se non è reciproca non è amicizia.

Il riferimento all’amore del Padre e all’osservanza dei comandamenti è un richiamo continuo in questi versetti, dove emerge con chiarezza che i discepoli di Gesù continuano la sua opera non con grandi slogan, non con grandi eventi ma con la pubblicità dell’amore vicendevole che giocoforza diventa un comandamento. Il senso del comando di Gesù, del comandamento non ha nessun altro significato che questo: la strada della gioia, della gioia piena non ha alternativa: o passa dall’amore o non trova altra via. Il mondo che soffre di questa mancanza di gioia non aspetta da noi altri slogan, altre trovate magari anche altri argomenti apologetici: il mondo aspetta dai discepoli la consolante presenza dell’amore tra il Padre e il Figlio che si può ammirare ancora nelle parole, nei gesti, negli sguardi di coloro che si dicono suoi amici e che lo sono veramente.

padre Andrea MARCHINI

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