L’Arcivescovo Repole racconta il teologo Ratzinger

Torino – Martedì 3 gennaio l’Arcivescovo Repole ha celebrato una Messa in suffragio di Benedetto XVI presso il Santuario della Consolata. «La Voce e il Tempo» l’ha intervistato sulla teologia del Papa emerito

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L’Arcivescovo di Torino mons. Roberto Repole è docente di Teologia Sistematica. Con questa intervista a «La Voce e il Tempo» evidenzia alcuni tratti della teologia di Joseph Ratzinger, che nel 2005 divenne Papa Benedetto dopo una vita dedicata alla ricerca e alla riflessione sui contenuti della fede cristiana.

«Per inquadrare il valore teologico di Benedetto XVI – esordisce Repole – si può partire dal suo testamento spirituale, reso noto nei giorni scorsi: è un testo che contiene una osservazione molto significativa del Papa emerito circa la sua gratitudine nei confronti del padre, che gli ha insegnato a credere. Ratzinger precisa che la sua fede, essendo salda, ha sempre operato come segnavia in mezzo alle sue acquisizioni scientifiche. Questo ci dice qualcosa di molto profondo su chi sia il teologo cristiano: è innanzi tutto un credente, che sulla base della propria fede cerca di offrire il suo contributo di riflessione speculativa, razionale».

Papa Benedetto XVI

Come inquadrare il teologo Ratzinger?

Va inquadrato in quel grande momento della riflessione teologica che è stato il Novecento, un secolo popolato da tanti grandi teologi e particolarmente ricco, soprattutto nella capacità di ritornare alle fonti (la Scrittura, la Patristica, la grande Teologia medievale) e di dialogare con la modernità. Non si può leggere Ratzinger isolandolo dal Novecento e dal riferimento agli altri teologi. Se pensiamo alla Germania, da cui lui proveniva, operavano in questo Paese colossi del calibro di Karl Rahner o Hans Küng, con il quale Ratzinger ebbe un rapporto dialettico lungo tutta la vita. Nello stesso contesto si può ricordare Semmelroth o Walter Kasper. Nel mondo svizzero c’era Hans Urs von Balthasar. Nel mondo francese Henri-Marie de Lubac, Jean Daniélou, Yves Congar, Marie-Dominique Chenu… In qualche modo furono tutti interlocutori di Joseph Ratzinger.

Su quali temi si concentrarono i suoi studi?

Si farebbe un torto a Ratzinger se lo si rinchiudesse in un ambito specifico della teologia. Come altri maestri del Novecento, è stato un teologo a tutto tondo: ha trattato tutti i temi fondamentali della teologia, a partire dal rapporto fra la ragione e la fede, fra la filosofia e la teologia. Ha offerto un ripensamento grandissimo sul tema della Rivelazione di Dio e di come concepirla. Ha certamente offerto anche una riflessione sulla teologia in quanto tale, cioè su Cristo, sulla Cristologia e sulla teologia trinitaria, ma anche sull’uomo, sul suo destino e sulla Chiesa, cui dedicò molto lavoro. Non si può certo dimenticare che, già Papa, ha pubblicato ancora dei volumi notevoli su Gesù Cristo.

Che cosa si può dire di specifico sul suo pensiero, che in qualche modo abbia fatto scuola?

Possiamo indicare alcuni contenuti, senza pretesa di esaustività. Uno è certamente la riflessione condotta da Ratzinger sulla Rivelazione di Dio. Prima del Concilio Vaticano II, si poteva essere indotti a pensare che la Rivelazione fosse l’insieme degli insegnamenti provenienti da Dio. Il contributo di Ratzinger, insieme ad altri, fu quello di mettere in evidenza che il cuore della Rivelazione è l’autocomunicazione di Dio stesso, avvenuta in modo definitivo in Gesù Cristo. È stato un tema centrale della sua riflessione teologica. Merita ricordare che durante i lavori del Concilio Vaticano II, partecipati da Ratzinger in molti modi, il futuro Benedetto XVI esercitò un peso molto forte, tra il resto, nel processo di elaborazione della costituzione dogmatica Dei Verbum: trovò spazio in questo percorso uno «schema tedesco», elaborato da Ratzinger insieme a Rahner, nel quale si ripensava appunto la Rivelazione.

Quali altri temi?

Trattando della Rivelazione, Ratzinger aveva una consapevolezza: che la Rivelazione di Dio ha effetto nella misura in cui viene accolta dall’uomo. Ecco l’altro argomento fondamentale: la questione della Fede. Ratzinger la affrontò dichiarando apertamente la sua preoccupazione nei confronti delle ideologie dell’epoca moderna, in particolare l’ideologia scientista e tecnica (denunciata nell’Introduzione al Cristianesimo, 1968) che riduce la verità ai fenomeni osservabili dalla scienza e alle azioni che l’uomo può compiere attraverso la tecnica. Secondo Ratzinger la teologia dialoga e si lascia interpellare dalla scienza e dalla tecnica, anche per ripensare i propri contenuti, ma la prospettiva della Fede è altra e differente; una prospettiva che pone la propria fiducia in ciò che non viene fatto dall’uomo e neanche sarebbe fattibile dall’uomo. La Fede riconosce di dover riporre la fiducia ultima in Dio. Ratzinger ha speso molte energie per spiegare che questa Fede non è antitetica alla dimensione razionale dell’essere umano: è piuttosto un allargamento della ragione, che non si accontenta di osservare i fenomeni sensibili e riconosce di doversi interrogare sul senso ultimo delle realtà. Quando la scienza riduce tutto al visibile e all’esperibile, diventa ideologica. Nello stesso tempo, la Fede apre nuovi orizzonti di comprensione della realtà. Egli la prospettò, non a caso, come uno «stare e comprendere».

Quali contributi da Ratzinger sui temi della Chiesa?

L’Ecclesiologia è stato un altro suo grande campo di lavoro e di riflessione. Con i suoi studi, Ratzinger ha certamente contribuito alla riflessione sulla Chiesa e ha aiutato a una lettura non parziale del rinnovamento ecclesiologico scaturito dal Concilio Vaticano II. Il Concilio (Lumen Gentium), per parlare della Chiesa, aveva introdotto la fondamentale categoria del «popolo di Dio»: fin da subito Ratzinger, come altri teologi (per esempio de Lubac in Paradosso e mistero della Chiesa), notarono che questa categoria è fondamentale, ma non è l’unica con la quale descrivere la Chiesa. Ce ne sono altre e tutte si controbilanciano per mantenere il mistero della Chiesa: una realtà umana, ma anche divina. Ratzinger, nel post-Concilio, avvertì forte il rischio che si affermasse una lettura meramente sociologica del «popolo di Dio»: insistette, attraverso alcuni testi teologici, nel mostrare come la specificità della Chiesa è di essere popolo di Dio in forza del corpo di Cristo. Il suo testo Il nuovo popolo di Dio è da questo punto di vista molto significativo. Uno dei risvolti è stato quello di farci comprendere meglio perché l’Eucaristia è così centrale nella vita della Chiesa.

Altri contributi, prima del Concilio e subito dopo, sono stati offerti da Ratzinger rispetto alla collegialità episcopale: la concezione emersa al Concilio era di tipo universalista, non pienamente conforme alla prospettiva della comunione delle Chiese del primo millennio. C’è un testo su episcopato e primato, scritto insieme a Karl Ranher, dove Ratzinger si mostra molto lucido su questo punto.

Nel suo lavoro di Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e poi come Papa, Ratzinger ha offerto ulteriori contributi di ecclesiologia, alcuni probabilmente segnati dai nuovi ruoli e da nuove paure che emergevano, soprattutto paure che il Concilio fosse interpretato staccandolo dalla grande Tradizione della Chiesa.

E siamo agli anni del Papa teologo.

Di nuovo, senza pretesa di esaurire l’argomento metterei in evidenza tre cose che secondo me resteranno del pontificato di Benedetto XVI. La prima è il lavoro svolto dal Papa per mettere in guardia la Chiesa sul pericolo del relativismo culturale, figlio delle ideologie che abbiamo menzionato.

La seconda è aver centrato un punto nevralgico, a mio giudizio, per il presente e per il futuro della Chiesa, soprattutto in Europa: la questione di Dio. Benedetto XVI aveva piena coscienza del fatto che la prima grande svolta conciliare è stata quella di ricollocare la Chiesa nell’orizzonte del Dio rivelato, che si è offerto in Gesù Cristo e nel dono dello Spirito. Come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi come Papa, Ratzinger ha detto e ripetuto che la grande questione per la Chiesa è rimanere ancorata a questo Dio. Fa pensare il fatto che su questo punto il Papa ritrovò un terreno d’incontro con Johann Baptist Metz, teologo tedesco, con il quale in precedenza aveva avuto divergenze.

Una terza sottolineatura nasce da quel grandissimo documento che è stata l’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate: in esso il Papa ha affermato che c’è sempre un’eccedenza della carità divina nei confronti di tutti i possibili tentativi della giustizia umana. È una lezione che andrebbe recuperata e tenuta ben presente, soprattutto nella dimensione sociale del Magistero della Chiesa. C’è un sovrappiù, mai realizzabile dalla società umana in se stessa, che il Cristianesimo può offrire.

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