L’Arcivescovo Repole, “Torino ha bisogno di profezia”

Messaggio alla Città – Nell’omelia della Festa di San Giovanni Battista, lunedì 24 giugno, l’Arcivescovo ha richiamato il primato dell’uomo sulle regole dell’economia. GALLERY 

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foto Renzo Bussio - La Voce e Il Tempo

Pubblichiamo il testo dell’omelia che l’Arcivescovo Repole ha pronunciato nella Messa per la festa di San Giovanni Battista, patrono di Torino, lunedì 24 giugno in Cattedrale. 

Quando diciamo di qualcuno che è un profeta o di una persona che è profetica, generalmente intendiamo dire che è capace di intravedere e di predire il futuro. E questo perché nella Bibbia spesso i profeti sono stati degli uomini capaci di vedere più in là dei loro contemporanei e di indicare ciò che il loro tempo non era capace di indicare. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti della profezia. Per la Bibbia la profezia consiste nel percepire la presenza di Dio in mezzo alla vicenda dell’umanità. Per la Bibbia la profezia consiste nel leggere la storia con gli occhi e con lo sguardo di Dio e vedere che l’umanità è indirizzata a Lui e soltanto a Lui. E, in questo senso, a ragione, il Nuovo Testamento ci presenta, tra il resto, Giovanni il Battista come un profeta, come l’ultimo dei profeti, come dirà Gesù «colui che è il più grande tra i nati di donna».

Egli ha vissuto il momento di trapasso dall’epoca dell’attesa all’epoca del compimento. Ed è stato profeta perché ha letto il suo tempo e lo ha interpretato come il tempo unico, singolare della visita definitiva, escatologica di Dio, che ha mandato il suo Figlio nel mondo per salvare il mondo, per esprimere tutto il suo amore nei confronti del mondo. E Giovanni il Battista, questo Figlio Gesù Cristo, lo ha additato e ha disposto l’umanità ad andare incontro a Lui. È stato un profeta e lo è stato con la forza della sua testimonianza: per dire la verità, per dire che Cristo è la verità, ha pagato con la sua vita. Ma non solo. Lui, che ha indicato il Figlio di Dio, lo ha cercato fino in fondo; è stato un cercatore di Dio fino alla fine dei tempi.

Noi oggi celebriamo la solennità di Giovanni il Battista come patrono di questa nostra Chiesa che è in Torino e della Città di Torino. E lo celebriamo per ricordare anche quest’anno, anche oggi, che abbiamo bisogno in questo tempo, in questa nostra civiltà, in questa nostra Città, di uno sguardo profetico che sappia leggere la realtà dal punto di vista degli occhi di Dio. So benissimo che abbiamo la necessità di molti altri sguardi per leggere quello che accade nel mondo, per leggere quello che succede nelle strade e nelle case della nostra Città. Abbiamo bisogno di uno sguardo sociologico, così come abbiamo bisogno di una lettura economica, di una visione politica e oggi sempre di più anche geopolitica, visto che ci sono degli scenari mondiali che toccano anche le nostre città.

Abbiamo bisogno di tutto questo, ma tutto questo non è sufficiente, perché queste visioni alla fine sono soltanto quantitative: riescono a leggere le statistiche, ma non sono capaci di cogliere l’unicità di ciascuna donna e di ciascun uomo. Non possono permetterci di vedere quello che si agita nel cuore di ognuno, in una maniera unica e irripetibile; di scorgere quelle lacrime uniche che a volte cadono dagli occhi delle donne e degli uomini; di vedere il sorriso di gioia che si stampa sui volti di donne e uomini in carne e ossa.

Questi sguardi quantitativi non ci aiutano a vedere tutto quel fascio di desideri e di attese che c’è in ognuno di noi e che tutto questo mondo non sarà mai capace di colmare. C’è bisogno per questo dello sguardo della profezia, dello sguardo degli occhi di Dio, che ci fa dire che ognuno – non importa se è ricco o se è povero, non importa se ha delle qualità oppure ne è privo, non importa se è abile o se è disabile – ognuno, per il fatto stesso che è uomo/che è donna, è un figlio/una figlia amato/amata teneramente da Dio.

È di questo sguardo che anche oggi, anche nella nostra Città, abbiamo bisogno; forse soprattutto oggi, perché mai come in questo tempo si sta verificando il pericolo che le donne e gli uomini vengano percepiti non più come fine di tutta la realtà economica, lavorativa, sociale e politica, ma vengano percepiti come strumenti, come mezzi. E allora c’è bisogno dello sguardo della profezia, c’è bisogno di ritrovare gli occhi di Dio su di noi e sulla nostra città.

Viviamo un tempo di sviluppo tecnico che non si è mai verificato nella storia. Eppure – lo sappiamo tutti – questo a volte ci impaurisce, perché non sempre siamo padroni della tecnica che produciamo. A volte è proprio questa tecnica che ci rende strumenti e mezzi. Un filosofo illustre, Immanuel Kant, nella «Critica della ragion pratica», nell’imperativo categorico dice qualcosa che abbiamo forse dimenticato troppo in fretta: «Agisci sempre pensando che l’umanità, nella tua persona e nella persona di chiunque altro, sia un fine e mai un mezzo»… un fine e mai un mezzo! Lo dice ereditando il meglio della tradizione cristiana, lo dice facendosi espressione del meglio della ragione degli uomini.

Ma questo oggi, a volte, può rischiare di essere compromesso. Qualche volta rabbrividisco un po’ pensando che leggiamo i libri della storia e, giustamente, rimaniamo sconcertati dal fatto che nella vicenda della nostra umanità ci sia stata la schiavitù. Ma rabbrividisco perché penso che forse non abbiamo gli stessi occhi lucidi per vedere le schiavitù di oggi, anzi, che qualche volta alcune ideologie sono così potenti e così annebbianti da non farci vedere le nuove schiavitù di oggi. E allora abbiamo bisogno anche oggi della profezia, dello sguardo e degli occhi di Dio.

Voi sapete che in questo anno, qualche volta, mi sono permesso di intervenire su alcuni temi che riguardano la nostra Città, che toccano le ferite di donne e di uomini della nostra Città. Il tema del lavoro, della chiusura di alcune industrie. Il tema della povertà: i nostri rapporti Caritas ci hanno detto che oramai ci sono donne e uomini che, pur avendo un lavoro, bussano agli sportelli delle nostre parrocchie. Il tema della fragilità dei più giovani, che sono soggetti a lavori precari che non permettono loro di costruire una vita, di

guardare al futuro con fiducia, soprattutto quella precarietà che viene dal non ritrovare più un senso per cui vivere.

Mi sono permesso qualche volta di intervenire, ben sapendo che non sono un politico, non sono un sindacalista, non sono un economista. Sono semplicemente un cristiano, un figlio della Chiesa e rappresentante di questa Chiesa che è in Torino, che ha ancora il dovere di riprodurre oggi la profezia di Giovanni il Battista e, in definitiva, la profezia di Gesù, quello sguardo di Dio che è capace di incontrare gli occhi di ciascuno di noi e di dirci, anche senza parlare: “Tu sei figlio/tu sei figlia, amatissimo/amatissima. Questa è la tua più grande, più profonda, indelebile dignità”. Finché c’è bisogno di ricordare questo sguardo degli occhi di Dio, c’è bisogno dell’umile servizio della Chiesa.

+ Roberto Repole, Arcivescovo di Torino 

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