L’Ausiliare di Kiev: “Preti in guerra, decisione drammatica”

Intervista esclusiva – ll Vescovo mons. Yazlovetskyi racconta la tragedia del popolo ucraino, i giovani che muoiono in guerra, la pressione sul clero perché si unisca ai combattenti

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«Quando la nuova legge sulla mobilitazione per il reclutamento dei civili (approvata dalla Verkhovna Rada, il Parlamento monocamerale ucraino, ndr) entrerà in vigore, il 18 maggio, anche i preti dovranno andare a combattere, non saranno più esonerati e – tra le molte conseguenze – i tanti progetti di aiuto alla popolazione che stanno portando avanti non potranno proseguire. Sono tanti i sacerdoti coinvolti ad esempio nei programmi messi in campo dalla Caritas, ma anzitutto c’è l’impegno nel culto, nel sostegno spirituale di tutta la popolazione che verrebbe meno lasciando ancora più nella disperazione la gente che vive ormai da più di due anni il dramma della guerra. Sarà un cambiamento drammatico che tocca tutti, perché tutte le confessioni religiose saranno coinvolte – i latini, i greco-cattolici, le Chiese ortodosse, le comunità protestanti -, tutti i ministri di culto con sole eccezioni legate alle età, al numero dei figli o alle condizioni di salute. Una decisione drammatica».

Non usa mezzi termini mons. Oleksandr Yazlovetskyi, Vescovo Ausiliare della diocesi di Kiev-Zhytomyr e presidente della Caritas-Spes per commentare la nuova legge che riforma le regole per il reclutamento dei civili nelle forze armate ucraine sulla quale lo scorso 3 aprile una delegazione di vescovi della Chiesa cattolica latina e delle Chiese protestanti dell’Ucraina ha incontrato il presidente Volodymyr Zelensky.

All’incontro – di cui ha dato notizia la Conferenza episcopale ucraina – avevano preso parte il vescovo di Kharkiv-Zaporizhsky Pavlo Honcharuk, il vescovo di Odessa-Simferopol Stanislav Shirokoradiuk, il vescovo di Kamianets-Podilskyi Leon Dubravskyi, il vescovo di Mukachevo Mykola Luchok, il vescovo di Kyiv-Zhytomyr Vitaly Kryvytskyi, e il presidente della Conferenza episcopale mons. Vitaly Skomarovskyi.

«La legge in questione è stata formulata», spiega mons. Yazlovetskyi, «perché ormai dopo due anni di guerra è emersa la necessità di definire nuove regole, di normare alcune situazioni che con lo scoppio del conflitto si sono determinate, scelte che sono state fatte. In particolare, sono state definite ufficialmente le categorie di persone esonerate dall’essere arruolate. Prima della guerra i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi non svolgevano servizio militare e quando è scoppiata, per rispetto a questi ruoli, nessuno è stato chiamato alle armi. Ora, invece, questo esonero viene meno per tutti coloro che hanno dai 25 ai 60 anni, che non hanno disabilità o hanno meno di 3 figli.

Stiamo ancora cercando di far sentire la nostra voce perché per tutte le confessioni religiose questa situazione è inaccettabile e con gravissime conseguenze, certamente sproporzionate rispetto al numero di quanti diventerebbero soldati. Abbiamo fatto i conti e sarebbero 13 mila persone in tutto: che sono poche rispetto ai risultati in guerra, mentre sono tante per gli aiuti che possono dare tra la gente. Oltretutto non si capisce perché altre categorie come i circensi sarebbero escluse dalla mobilitazione per il carattere umanitario della loro professione che quindi non è riconosciuto per noi sacerdoti e, altra contraddizione, resterebbero comunque ancora vacanti per la Chiesa cattolica di rito romano alcuni posti come cappellani militari».

«Con lo scoppio della guerra infatti», precisa, «alcuni sacerdoti avevano chiesto di poter fare i cappellani militari per essere di conforto al fronte, ai soldati, ma i posti sono numericamente ripartiti in base alle confessioni religiose di appartenenza e per occuparli è previsto un titolo di studio che sia ‘riconosciuto’ dal governo. E chi ha studiato nel seminario diocesano non ce l’ha».

Da un lato il supporto spirituale rischia di venire meno a chi combatte e dall’altra verrebbe meno anche quello a chi resta, supporto spirituale e non solo perché anche molti operatori umanitari non sarebbero più esentati: «Abbiamo sottolineato», aveva commentato il vescovo Vitaly Kryvytskyi, che dirige la Commissione per i rapporti Chiesa-Stato presso l’Episcopato ucraino, a margine della riunione con il presidente Zelensky, «che se si mobilitano i parroci o i responsabili del settore umanitario, in particolare la Caritas e tutte le sue divisioni, allora inizieranno grossi problemi, se alcune persone chiave, e talvolta anche gli stessi lavoratori, lasciano questo servizio e vengono portati al fronte».

«La gente ha bisogno dei sacerdoti, cerca conforto in questa situazione», prosegue mons. Yazlovetskyi, «in questo tempo pasquale le chiese erano piene, le persone hanno bisogno di tenere viva la speranza nella pace. E noi cerchiamo con ogni mezzo di raggiungere tutti, ci eravamo attrezzati nel tempo del Covid e così ora con YouTube e con la Rete cerchiamo di mantenere i contatti anche con le piccole parrocchie, perché nessuno si senta abbandonato. La gente ha bisogno di essere ascoltata da noi sacerdoti, consolata: ho incontrato una donna tempo fa – ma gli esempi sarebbero tanti – che era entrata in chiesa ed era arrabbiata con Dio perché aveva perso in guerra il suo unico figlio, lei diceva di non essere credente, ma che suo figlio non sarebbe stato contento se lei non avesse pregato per lui. Gente che dice di perdere la fede, ma in realtà vive la fede di chi soffre, di chi è toccato dal dolore e cerca Dio e noi dobbiamo sostenere questo. Come cerchiamo di sostenere con i vari progetti tutte le sofferenze che la guerra porta con sé:  le persone, i giovani che tornano feriti, invalidi, con problemi psichici e psicologici legati ai traumi, famiglie disgregate, i bambini che nella loro crescita pagheranno le conseguenze di una situazione di continua paura, anche quando sembra si sia fatta l’abitudine.

Poche settimane fa camminavo per strada e ho sentito un’esplosione, ho istintivamente cercato un riparo, ma poi mi sono accorto che la gente continuava quasi come se niente fosse e questo non è un buon segnale… C’è tanta stanchezza, c’è il rischio di sentirsi abbandonati, di rassegnarsi. Anche gli aiuti internazionali diminuiscono, rispetto agli inizi, c’è la rete della Caritas con la quale si portano avanti progetti di ricostruzione, ci sono gli sfollati che non hanno più nulla e ai quali serve tutto…  Sentiamo che in Europa adesso ci si preoccupa di più della difesa degli Stati, dell’allargamento del conflitto e anche questo pesa, mentre ci conforta la vicinanza di Papa Francesco, che ogni domenica si ricorda della guerra che viviamo. Per noi è un incoraggiamento molto prezioso».

E sul tema degli aiuti che non solo vengono meno, ma non riescono a raggiungere il fronte, esprime la sua preoccupazione mons. Maksim Ryabukha, vescovo ausiliare dell’esarcato greco-cattolico di Donetsk (che comprende le regioni Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Dnipro, con città sotto occupazione russa e altre a pochissimi chilometri dal fronte), che risiede a Zaporizhzhia e che in questi giorni è in Italia per rilanciare l’appello per i due preti redentoristi, greco-cattolici, che sono stati prelevati dai russi il 16 ottobre del 2022 e da allora fatti prigionieri e di cui non si hanno più notizie.

«Mi preoccupa», spiega mons. Ryabukha, «il divieto di accesso a tutti gli organismi internazionali e di solidarietà come la Caritas lungo tutto il confine che si trova a 20 chilometri dai luoghi di combattimento. Significa che ci sono città fuori area di aiuto». «Adesso non è il tempo di pensare ai rischi. Le uniche domande che ci facciamo in questo momento è come sostenere, accompagnare e supportare la vita».

«I russi stanno prendendo di mira non solo obiettivi militari. Colpiscono i civili e le infrastrutture. L’80 per cento delle fonti energetiche in Ucraina sono state distrutte o rovinate. Da religioso, mi chiedo: di umanità è rimasto qualcosa nei cuori del popolo russo? In guerra non esistono situazioni semplici, noto però una distruzione sempre più massiccia. Fino a che non c’è una solidarietà comune internazionale in grado di sostenere e difendere la vita, la vita sarà distrutta, passo dopo passo».

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