Le crisi di Mirafiori dagli anni Ottanta ad oggi

Analisi – A dicembre 2023 l’Arcivescovo Repole lancia il grido di dolore e di allarme su quello che era il principale stabilimento europeo. Carlos Tavares, ad di Stellantis, non risponde, come tacciono il Governo, la Regione, il Comune. Il Gruppo agevola in tutti i modi la fuoriuscita del personale…

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«Torino vive una particolare incertezza sui destini dello stabilimento di Mirafiori, ridotto a piccoli numeri di occupazione. A tutti i livelli Torino sente il bisogno di parole chiare su progetti del gruppo automobilistico: credo che sia giusto chiederle».

A dicembre 2023 l’arcivescovo Roberto Repole lancia il grido di dolore e di allarme su quello che era il principale stabilimento europeo. Carlos Tavares, amministratore di Stellantis non risponde, come tacciono il governo, la regione, il comune. L’azienda agevola in tutti i modi la fuoriuscita del personale, offre scivoli economici di anni supportati e pagati dallo Stato. Una cosa pazzesca: lo Stato paga per chiudere uno stabilimento. La rivista «Torino storia» ipotizza come anno di chiusura il 2027: «La Fiat è morta, rimane solo lo splendido Museo dell’auto, come caro ricordo». Lo stabilimento da decenni è in declino per volontà autolesionistica dei padroni.

Il 2 febbraio scende in campo Alessandro Svalto Ferro, direttore dell’Area Sociale della diocesi: «Le dichiarazioni di Carlos Tavares sul futuro a rischio dello stabilimento di Mirafiori preoccupano molto la Chiesa torinese. Se a Natale l’arcivescovo domandò pubblicamente di chiarire i progetti dell’azienda, la risposta che giunge da Stellantis comunica una sensazione di grande incertezza. Con il pensiero ai lavoratori, alle loro competenze che è un valore per il territorio, alle famiglie e al sistema delle imprese che ruotano attorno a Stellantis, auspichiamo che il gruppo compia ogni sforzo per conservare e sviluppare la presenza a Torino. Tavares indichi le condizioni che consentono la tenuta e lo sviluppo di Mirafiori e la valorizzazione del sistema dell’auto torinese». Per tutta risposta Tavarès dice che Mirafiori chiuderà. In compenso il gruppo nel 2022 ha fatto 189,5 miliardi di ricavi netti, più 6 per cento sull’anno precedente.

Quando nel luglio 2021 Stellantis decise di destinare a Termoli, e non a Mirafiori, il super-polo delle batterie per auto elettriche l’allora arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia intervenne dicendo che è «Stellantis a perdere un’occasione preziosa» e a chiedere a gran voce un ruolo per Mirafiori. Durante il suo episcopato torinese Nosiglia intervenne decine di volte sulla crisi del mondo del lavoro che investe piccole, medie e grandi aziende e sull’agonia di Mirafiori.

Inutile negarlo: il «made in Italy» arranca. Già mettere un nome inglese a un Ministero è un controsenso che il «governo dei patrioti» non capisce. Inoltre questi usano tutti macchine straniere, alla faccia del «made in Italy». Politici e capitani d’industria hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. Il presente e il futuro del più grande gruppo industrial-finanziario – da molto tempo – non è più a Torino, in Piemonte né in Italia. La finanza è l’unico vero mercato globale che interessa a costoro. Anche Moratti e molti altri seguono le orme degli Agnelli

Nel bene e nel male per un secolo abbondante «mamma Fiat» segna, a Torino e in Italia, la vita della gente «dalla culla alla tomba»; fa il bello e il cattivo tempo; dà lavoro e cibo a milioni di persone; munge dalle casse dello Stato. Secondo l’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, lo Stato ha dato alla Fiat 7,6 miliardi di euro (1977-09), a fronte di 6,2 miliardi di investimenti: gli aiuti più consistenti negli anni Ottanta quando tutti i governi sostengono massicciamente le case automobilistiche.

Sino alla fuga nel XXI secolo: dopo la perdita della capitale nel 1864, la spoliazione ben più grave e traumatica di Torino è quella perpetrata da Agnelli-Elkann-Marchionne. Tavares non fa che proseguire la politica di distruzione di quel poco che è rimasto della Fiat. A costoro si può applicare la famosa massima di Publio Cornelio Tacito nel «De Agricola»: «Fecero il deserto e lo chiamarono pace!».

La famiglia Agnelli-Elkann da decenni è in lite rabbiosa per l’eredità. Dalle inchieste della Procura di Torino si scopre che l’Avvocato sportò illegalmente miliardi e miliardi. Vende tutte le attività industriali; si dedica alle speculazioni finanziarie; dalla cassaforte Exor succhia una montagna di miliardi. Nel 2020-21 FCA è venduta ai francesi di Peugeot e l’Iveco ai cinesi. Stellantis, con sede in Olanda e cervello decisionale a Parigi, non accetta tagli in casa di Marianna: Macron non lo permetterebbe. La mannaia cade su stabilimenti e personale in Italia e a Torino, a cominciare da Mirafiori, nonostante i discorsi a vanvera e le promesse al vento dei «padroni-tagliatori di teste». Il matrimonio Fiat-Chrysler serve a vendere più Jeep americane in Italia; quello con i francesi è una disfatta per la Penisola.

Nota Giampiero Aureli su «Pannunzio Magazine» (9 gennaio 2021): «È veramente vergognosa la posizione servile di tanti giornalisti, che mascherano le squallide operazioni come formidabile valore aggiunto per il sistema Italia. L’impero massmediatico Fiat fa digerire all’opinione pubblica la cessione delle industrie. La mancanza per decenni di una politica industriale e l’indifferenza della classe politica lasciano Agnelli-Elkann liberi di agire nell’esclusivo interesse dei portafogli. La loro è l’unica dinastia europea che non investe nel proprio prodotto, non si preoccupa di perdere il controllo della propria casa e non arrossisce neppure di vergogna. Nel documentatissimo libro «La disfatta del Nord» Filippo Astone svela i meccanismi di corruzione, clientelismo, malagestione: «La Fiat è sempre stata generosamente finanziata dal denaro pubblico. Non c’è mai stata funzione che procedesse senza contributi pubblici». La Fiat sperimenta un nuovo robot? Paga lo Stato. La Fiat istalla una nuova linea di montaggio? Paga lo Stato. Nel 1990-2000 due terzi dei fondi immessi nell’azienda provengono dallo Stato. La Fiat riceve 7,1 miliardi: 5 in aiuti di Stato e 2,1 aumenti di capitale sottoscritti dagli azionisti che incassano però 2,85 miliardi di dividendi.

La Fiat negli ultimi decenni ha privilegiato la delocalizzazione al Centro-Sud e all’estero (Russia, Polonia, Brasile) e ha pesantemente penalizzato l’area torinese-piemontese. Pima attira a Torino e in Piemonte centinaia di migliaia di immigrati dal Sud e poi apre gli stabilimenti di Cassino (Frosinone), Pratola Serra (Avellino), Termoli (Campobasso), Val di Sangro-Archi (Chieti), Termini Imerese (Palermo), Melfi (Potenza), Pomigliano d’Arco (Napoli). Solo per costruire Melfi il Gruppo ottiene 3.300 miliardi di lire dallo Stato. Ha chiuso il Lingotto e la Lancia a Torino e a Chivasso (Torino), le fabbriche di Verrone (Biella), Rivalta (Torino), Desio e Arese (Milano).

A Mirafiori sono rimaste poche migliaia di lavoratori – una bazzecola rispetto agli oltre 60 mila dei primi anni Ottanta – su una superficie di 2 milioni e mezzo di metri quadrati, un’enorme «cattedrale operaia» semivuota e invecchiata, il collasso del mondo produttivo e dell’indotto. I dipendenti vivono in perenne cassa integrazione.

Le avvisaglie della catastrofe risalgono agli anni Ottanta quando le tavole urbanistiche del piano regolatore mostrano l’area di color salmone – residenze e servizi – e non più violetto, destinazione industriale. La Cgil-Fiom, allarmata, chiede spiegazioni e le rispondono che si tratta di un banale errore, uno scambio di pennarelli. Alla luce delle successive «cure da cavallo», si è capito che non fu un abbaglio ma una precisa scelta di Gianni e Umberto Agnelli.

Pier Giuseppe Accornero

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