“Le donne cattoliche della Resistenza”

Storia – I gruppi di donne impegnate nella Resistenza, sorti a Milano nel novembre 1943, si diffondono celermente in tutta la Penisola. A Torino tra le fondatrici c’è la giornalista cattolica Anna Rosa Gallesio Girola. In Piemonte «i gruppi contavano oltre 30 mila organizzate»

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Mentre il figlio, don Jose Cottino, è deportato nel «lager» in Germania, la mamma, Teresa Pezziardi Cottino, «abitando in una mansarda di Palazzo Reale di Torino, occupato dai tedeschi, con la sporta della spesa smistava la stampa clandestina e riusciva a far entrare e uscire i giornali sotto gli occhi degli invasori».

Lo ha raccontato la signora Maria Maddalena Brunero Garena il 10 marzo 2014 in Consiglio comunale a Bologna parlando de «Le donne cattoliche della Resistenza»: «Durante quel tristissimo periodo, le donne non accettarono il fascismo e militarono in vari settori, soprattutto nei “Gruppi di difesa della donna”, organizzazione formata da donne di tutti i partiti, di tutte le categorie sociali, dalle casalinghe alle lavoratrici, dalle contadine alle insegnanti, alle laureale alle intellettuali, dalle religiose alle atee». Donne da ricordare nella «Giornata della donna» dell’8 marzo.

I «Gruppi», sorti a Milano nel novembre 1943, si diffondono celermente in tutta la Penisola. A Torino tra le fondatrici c’è la giornalista cattolica e democristiana Anna Rosa Gallesio Girola che si unisce ad altre  donne di diversi partiti. In Piemonte – secondo la Brunero Garena – «i gruppi contavano oltre 30 mila organizzate». I Gruppi sono riconosciuti dal Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia nel giugno 1944. Ogni partito ha un giornale e pubblicazioni per le donne: «La propaganda tra la gente si faceva con la parola sussurrata al momento opportuno nel negozio, al mercato, in tram e con la distribuzione della stampa clandestina. A casa mia il deposito della stampa clandestina era dietro un grosso ritratto della mia bisnonna in preghiera».

La giornalista Anna Rosa Gallesio Girola (1912-2010)

«La mia mamma, sigaraia alla Manifattura Tabacchi – racconta Brunero Garena – prese parte a tutte le azioni per contrastare la produzione destinata ai tedeschi. Con la loro ferma condanna del nazifascismo, pur non predicando l’odio, le donne cattoliche furono ispiratrici di forza e coraggio». La Repubblica di Salò ordina di consegnare le armi: «Noi disobbedimmo e per timore che, durante una perquisizione, i nazifascisti dessero fuoco alla casa canonica e alla chiesa dove eravamo rifugiati, un mattino quando ancora era buio, il babbo e io in bicicletta raggiungemmo la frazione di Mezzi Po. Scendemmo sul greto e papà gettò le armi nelle acque del Po perché non nuocessero più a nessuno». Maria Maddalena è arruolata da Emma Filippello, presidente diocesana dell’Azione Cattolica: «Luoghi di raduno erano le parrocchie, le case private, la sede dell’Azione Cattolica in corso Oporto (poi corso Matteotti), «ma cambiavamo spesso sede. Proprio le parrocchie divennero i centri per i “Gruppi”. Si faceva un vero e proprio tesseramento con l’immagine del volto di Cristo e un numero progressivo. La mia parrocchia di Torino, San Gioacchino, fu quasi completamente distrutta dai bombardamenti, specie quello del 13 luglio 1943, che mise in ginocchio la città: erano rimasti i muri perimetrali e la navata centrale, ridotta a un mucchio di macerie, aveva per volta il cielo».

La collaborazione con le donne degli altri partiti si attua dapprima in campi come l’assistenza, la raccolta di viveri e indumenti specie di lana da mandare ai partigiani in montagna, l’aiuto alle loro famiglie. Fra le donne a contatto e a supporto dei partigiani merita ricordare: Augusta Grosso in Val Chiusella; Ada Sibille in Valle di Susa; Maria Tettamanzi in Val d’Ala; Anna Fanton in Valle di Lanzo; Laura Bovetti nel Canavesano. Molto attive nei «Gruppi di difesa della donna» Piera Verretto, Clelia Guglielminetti, Edvige Cinato. Nasce in quel periodo il Centro italiano femminile (Cif). Nel 1944, quando l’Italia è distrutta dalla guerra e necessita di una ricostruzione materiale e morale, sorgono tanti movimenti femminili. I tempi sono maturi perché la donna prenda coscienza dei suoi diritti e doveri. Parlando ai laureati cattolici, Pio XII afferma: «Non lamento, ma azione, è il precetto dell’ora!». In un memorabile discorso del 1945 Pacelli esclama: «La vostra ora è suonata, donne e giovani cattoliche. La vita pubblica ha bisogno di voi, a ognuna di voi si può dire: “Tua res agitur”». A Torino il Cif sorge dopo l’insurrezione dell’aprile 1945 e i comitati si diffondono a macchia d’olio nella.

Oltre ad Anna Rosa Gallesio Girola, ci sono: Olga Ferrato, nome partigiano «La Grisa», con il marito comandante Bellero e i suoi tre figli partecipa attivamente alla lotta partigiana, ricordando sempre la preghiera del partigiano Teresio Olivelli, ucciso a Hersbuch e ora beato: «Dio della pace e degli eserciti, che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore». Poi Lina Bellando che nella sua merceria tiene i contatti con i partigiani di Condove; Giuseppina Bertoglio Bosio, infermiera a Rosone nella Valle dell’Orco, cura i feriti e seppellisce i patrioti caduti in montagna; l’insegnante Felicita Boaglio, staffetta del Cln di Cavour; le sorelle Isabella e Rina Rivoira, proprietarie della cascina «La Morra» sulla provinciale Villafranca-Cavour che ospitano due medici ebrei e coloro che chiedono asilo; Agnese Ghione, domestica, che collabora con la figlia crocerossina del notaio Bollati a curare i partigiani feriti.

Un capitolo straordinario scrivono le suore di numerose Congregazioni religiose, che lavorano negli ospedali, negli istituti, ovunque ci sia bisogno. In un paesino del Trevigiano, dove era nata, muore a 101 anni suor Luciana (Anna) Goso: «Con il candore di una bimba e il coraggio di guerriero salvò Borgone di Susa dalle rappresaglie e dalla distruzione ponendosi per due volte davanti alle bocche di fuoco, pronte per lo sterminio». Né si può dimenticare la sarda suor Giuseppina Demuro, l’«angelo delle Nuove» che fornisce all’esterno i nomi delle prigioniere politiche per dare notizie, viveri e denaro alle famiglie. Dall’eroico cappellano, il francescano Ruggero Cipolla, arrivano i nomi dei prigionieri per aiutare le famiglie che rischiano di morire di fame. Anche i sacerdoti e religiosi sono eroi della Resistenza fino al sacrificio della vita offrendosi spesso come ostaggi al posto di un giovane o di un padre di famiglia.

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