Le spie dei Papi

Da Pio XII a Benedetto XVI – Quella delle spie è pratica antica. Nel mirino sono entrati ed entrano non solo cittadini, diplomatici, politici, informatori ma anche i pontefici. Anzi i Papi del Novecento sono stati tutti spiati, soprattutto Giovanni Paolo II, polacco che veniva da un Paese comunista

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Papa Giovanni Paolo II a Torino il 13 aprile 1980. Sulla papamobile il cardinale Ballestrero, allora Arcivescovo di Torino - Archivio storico "La Voce e Il Tempo"

Quella delle spie è pratica antica. Il «cavallo di Troia» insegna. Nel mirino sono entrati ed entrano non solo cittadini, diplomatici, politici, informatori ma anche pontefici. Anzi i papi del Novecento sono stati tutti spiati, soprattutto Giovanni Paolo II, polacco che veniva da un Paese comunista. Gli USA – tramite la NSA, l’agenzia di informazioni segrete del Pentagono – spiano l’Unione Europea, Italia compresa, attraverso il programma «Boundless Informant, Informazioni senza confini», anche se in misura minore rispetto alla Germania, molto più strategica delle Penisola. Lo confermò il settimanale tedesco «Der Spiegel» che pubblicò anche un grafico delle intercettazioni.

PIO XII (pontefice 1939-1958)

È il pontefice che «vanta» il primato di essere stato spiato dai nazisti tedeschi, dai fascisti italiani, dai franchisti spagnoli, dai comunisti sovietici e dai capitalisti americani. Il KGB – famigerato servizio segreto comunista, del quale è stato per 16 anni ufficiale l’attuale dittatore della Federazione Russa, Vladimir Putin – ascolta la conversazione del 31 luglio 1944 dei senatori americani William Christian Bullitt junior e Glen Hearst Taylor con Papa Pacelli. Taylor: «Sconfiggeremo la Russia con la stessa rapidità con cui abbiamo sconfitto la Germania», ma trascorrono 45 anni prima del crollo del Muro di Berlino (1989) e dello sfaldamento dell’URSS (1991). E Pio XII concorda: «Questo pericolo per la cultura cristiana dev’essere annientato». Risponde Bullit: «La cosa migliore è creare una serie di Stati nel suo territorio, altrimenti quella immensità sarà sempre una minaccia per l’ordine internazionale». Pacelli aveva un’innata idiosincrasia per i comunisti e il comunismo, sorta quando era nunzio a Monaco e a Berlino e un rivoluzionario comunista lo aveva minacciato con una poistola.
Hanspeter Oschwald e Werner Kaltefleiter nel libro «Spione in Vaticano» confermano che Pio XII è nel mirino di Adolf Hitler, che ordina di rapirlo, deportarlo nel Baden Wuerttemberg e di ucciderlo. Karl Friedrich Otto Wolff, Obergruppenfuehrer di Stato Maggiore delle SS nel 1972 scrive: «Ricevetti da Hitler in persona l’ordine di rapire Pio XII». L’odio del Führer verso Pacelli è dovuto al fatto che considerava il Pontefice «antinazionalsocialista» – ma era più anticomunista – e «amico degli ebrei». Grazie a Pio XII e dietro la sua spinta i cattolici salvarono migliaia e migliaia di ebrei, cosa che lo Stato di Israele, molti ebrei e la storiografia ufficiale volutamente dimenticano. La testimonianza di Wolff è contenuta nelle carte della causa canonica di Pacelli che, inspiegabilmente, è ferma da molti anni.

GIOVANNI XXIII (1958-1963)

«Durante la guerra, quando Angelo Giuseppe Roncalli era delegato apostolico in Turchia e Grecia (1935-1944), visitò i feriti tedeschi e inglesi. Questo bastò a metterlo sotto osservazione». Lo scrivono Oschwald e Kaltefleiter: «Le spie decifrarono i codici di Roncalli, intercettarono i suoi telegrammi e le conversazioni radio». Lui se ne accorse e in Bulgaria (1925-1935) sovente utilizzò l’incomprensibile dialetto bergamasco per dribblare le spie. Secondo questi autori, tre telegrammi del cardinale segretario di Stato Luigi Maglione vengono intercettati. Secondo altri, un tecnico vaticano addetto a decifrare i messaggi avrebbe consegnato ai nazisti codici e informazioni ottenendo 100 dollari a settimana.
Ottimi rapporti c’erano fra l’ambasciatore tedesco Franz Jozef von Papen e Angelo Giuseppe Roncalli che salvò «24 mila ebrei, che scamparono ai campi di sterminio grazie a permessi e lasciapassare procurati dal delegato apostolico». Per questo Roncalli è stato proposto come «Giusto fra le nazioni» ma non è stato ancora proclamato dopo anni.

Sul pontificato giovanneo dagli archivi della CIA sono usciti alcuni documenti sulle posizioni del Papa e dei suoi collaboratori nelle vicende italiane e internazionali: il centrosinistra, il disgelo fra Vaticano e URSS, l’ostpolitik vaticana destano preoccupazione nella CIA e nell’amministrazione USA, imbevuti di anticomunismo sfegatato. Il 7 marzo 1963 Giovanni XXIII riceve il genero di Nikita Krusciov, Adjubei con la moglie Rada. Alla CIA arriva un dossier sui possibili risultati della visita e su eventuali vantaggi. Chiosa il dossier: «La visita è un’anticipazione dell’instaurarsi di relazioni diplomatiche tra Urss e Vaticano. Questo sembra essere un irrevocabile itinerario». Era il 1963, ma passeranno 27 anni prima che tra URSS e Santa Sede ci siano relazioni diplomatiche «limitat» e 47 anni prima che diventino «complete». Ma va ricordato che la Santa Sede non ha mai riconosciuto l’URSS. La stampa di destra definisce «troppo benevolo» il Papa verso la sinistra italiana e che è «colpa di Roncalli» l’avanzamento del Partito comunista nelle elezioni politiche del 28 aprile 1963. La CIA segue anche la sua salute. Due documenti, del 30 e 31 maggio 1963 – Roncalli muore il 3 giugno 1963 – recitano: «Nelle ultime ore le condizioni sembrano migliorate: è lucido e consapevole della serietà delle sue condizioni».

PAOLO VI (1963-1978)

Nel mirino della CIA finisce Giovanni Battista Montini, che il 21 giugno 1963 è eletto Paolo VI e che è l’artefice – con il fedele Agostino Casaroli, prima «ministro degli Esteri» del Vaticano e poi cardinale segretario di Stato – della «Ost-politick, Politica verso l’Est», iniziata da Papa Roncalli. Montini, dopo la trentennale esperienza in Segreteria di Stato e come cardinale arcivescovo di Milano, fu beneficamente stimolato dal Concilio Vaticano II e dalla normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Democratica Tedesca e con i Paesi comunisti, perseguita da Willy Brandt, borgomastro-sindaco di Berlino e poi cancelliere della Repubblica Federale. I documenti conciliari – soprattutto «Nostra aetate», «Ut unum sint», «Gaudium et spes» stimolano non alla condanna – neppure del comunismo – ma al dialogo. Grazie a queste aperture – Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII e Paolo VI – la Chiesa cattolica nell’Est Europa – Bulgaria, Cecoslovacchia, Est-Germania, Jugoslavia, Polonia, Romania, Ucraina, Ungheria e anche in minima parte in URSS, – rinasce e torna a respirare e i pastori imprigionati sono liberati. Tutto questo è fumo negli occhi degli americani e dei loro spioni. Montini muore il 6 agosto 1978.

GIOVANNI PAOLO II (1978-2005)

In tema di spie, sospetti e trame ordite ai danni del Vaticano e di Giovanni Paolo II, il libro del giornalista Marek Lasota «Karol Wojtyla spiato» appare eloquente già nel titolo. Il regime polacco, inizialmente fu ingannato dai modi affabili con le autorità comuniste di Karl Jozéf Wojtyla, cardinale arcivescovo di Cracovia. Quando è eletto Papa, il 16 ottobre 1978, qualcuno a Varsavia pensò che sarebbe stato meno pericoloso a Roma come papa che non a Cracovia come arcivescovo. Si racconta che a Mosca, Leonid Il’ič Brežnev, il collerico e potente segretario del Partito comunista sovietico, andò in bestia e se la prese a morte con Władysław Gomułka, segretario del Partito comunista polacco, che non aveva sventato la minaccia.

Ci furono vari tentativi dei servizi segreti polacchi e sovietici per infiltrare qualche spione nella cerchia del Papa e furono oggetto di «operazioni speciali» il segretario particolare mons. Stanislaw Dziwisz e don Adam Boniecki, caporedattore dell’edizioni polacca de «L’Osservatore Romano». Un giovane studente della Compagnia di Gesù avrebbe ricevuto dal comando di Varsavia l’ordine di spiare Wojtyla. Quel giovane in clergyman, Tomasz Turowski, in realtà era un maggiore dei servizi segreti comunisti infiltrato tra i gesuiti. È stato anche ambasciatore a Mosca e a L’Avana. Il suo nome compare nella lista degli 007 del regime stilata a Varsavia  dall’Istituto della memoria nazionale. Secondo lui – intervistato poi da «Panorama» – tra le spie in Vaticano c’era anche un prete che ha lavorato con Papa Francesco ma non ne rivela il nome. Lasota elenca tra gli spioni i sacerdoti Wladyslaw Kulczycki, Mieczyslaw Satora, Boleslaw Sadus (nome in codice « Brodecki»), Chris Michalowski, Zygmunt Siudmak, Joseph Szczotkowski (nome in codice «Rosa»).

BENEDETTO XVI (2005-2013)

Joseph Louis Ratzinger non ha mai goduto di buona stampa. Lo chiamarono «nazista» perché, da adolescente, fu obbligato – come tutti i coetanei a entrare nella «Gioventù hitleriana». La Stasi, potente polizia politica della Germania comunista, lo teneva d’occhio come docente di Teologia, come cardinale arcivescovo di Monaco di Baviera, come prefetto della congregazione per la Difesa della dottrina della fede. Otto cartelle della Stasi descrivono Benedetto XVI  come fine teologo ed evidenziano il suo rigido anticomunismo e antimarxismo.

IL PASTORE PAOLO RICCA  

Su «Il venerdì» di «la Repubblica» (14 settembre 2012) la giornalista torinese Vera Schiavazzi intervista il pastore protestante Ricca che ammette: «Sì, ero la talpa dei protestanti in mezzo ai vescovi». All’annuncio del Concilio (1959) l’Alleanza riformata mondiale, una delle grandi sigle del protestantesimo, si preoccupa: «Ci vuole uno di noi che ci aggiorni su quanto verrà discusso». Paolo Ricca è accreditato come giornalista: «Agli inizi la Sala stampa era blindata, non trapelava nessuna notizia. In apparenza era come se in Concilio non accadesse nulla, mentre noi sapevamo benissimo che era in atto uno scontro molto duro tra progressisti e conservatori». I conservatori alla Marcel Lefebvre volevano la condanna dei comunisti e si opponevano al dialogo ecumenico. Ma i progressisti e Giovanni XXIII e Paolo VI pensavano a un Concilio di proposte e non di condanne. Ricca invia un bollettino quindicinale all’Alleanza che lo distribuisce alle Chiese riformate. Il suo maestro, il teologo luterano Oscar Cullmann – amico e ammiratore di Paolo VI e dell’arcivescovo di Torino Michele Pellegrino – fu prodigo di informazioni che alimentavano la penna di Ricca e di altri giornalisti come Henri Fresquet di «Le Monde».

Pier Giuseppe Accornero

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