Le suore del Cottolengo in prima linea nel Tigrai

Etiopia – La testimonianza di una religiosa che nella missione di Adua soccorre le vittime della guerra che conta due milioni di sfollati e 400 mila persone a rischio carestia: “dal 4 novembre 2020 in pochi giorni intorno a noi era come un cimitero a cielo aperto, il nostro ospedale (Kidane-Mehret) ha sempre funzionato, abbiamo soccorso i feriti rimasti rimasti per giorni senza cibo né acqua. Oggi l’emergenza Covid, mancano vaccini e medicine”

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Non hanno ancora smesso di soffiare i venti di guerra nella regione del Tigrai in Etiopia dove dallo scorso novembre si è consumata una vera e propria guerra civile che ha causato un’emergenza umanitaria oscurata dallo stesso Governo etiope che con la censura cerca di bloccare la stampa e la diffusione di notizie.

Dopo il cessate il fuoco proclamato unilateralmente dal primo ministro etiope Abiy Ahmed a fine giugno e il ritiro delle truppe federali da Makelè, la capitale del Tigrai, le forze di difesa tigrine hanno ripreso il capoluogo, respinto la tregua e proseguito la controffensiva verso Sud e Ovest riprendendosi buona parte del territorio nel frattempo isolato da Addis Abeba. Tre regioni etiopi hanno rafforzato l’esercito nazionale sul fronte occidentale, secondo il sito Sada El Balad, aggiungendosi alle milizie Amhara e si preparano allo scontro. Debretsion Gebremichael, leader del partito del Fronte di liberazione popolare del Tigrai (Tplf) la scorsa settimana ha annunciato alle agenzie di stampa il rilascio di mille prigionieri di guerra dell’esercito federale.

Altri 5.000 arrestati restano in mano ai tigrini che vogliono processare gli ufficiali per le atrocità contro i civili. Intanto Amnesty International ha denunciato arresti arbitrari di massa di etiopi di origine tigrina ad Addis Abeba, soprattutto attivisti e giornalisti, alcuni dei quali picchiati e trasportati a centinaia di chilometri dalla capitale. Il governo federale ha inasprito la censura sospendendo la licenza al giornale indipendente online Addis Standard. In particolare nella regione settentrionale etiope, oltre all’emergenza umanitaria con due milioni di sfollati e 400 mila a rischio carestia, la stessa vita quotidiana è messa a dura prova da settimane di sospensione dell’energia elettrica e dal blocco dei collegamenti. La Croce Rossa internazionale ha lanciato l’allarme: «Uffici e banche chiusi, persone senza soldi per comprare cibo e prezzi alle stelle». La scorsa settimana l’unica azienda produttrice di ossigeno in Tigrai ha chiuso e i malati di Covid non ricevono neppure gli aiuti di base in ospedale.

Al Cottolengo di Torino abbiamo incontrato una delle due suore cottolenghine che dal 2014 operano ad Adua nel Tigrai presso la missione «Kidane Mehret» insieme alle suore Salesiane dove sono presenti un’ampia scuola, una clinica per la riabilitazione e un ospedale da tempo in costruzione ed entrato in funzione lo scorso dicembre proprio a seguito dell’emergenza generata dalla guerra civile in Tigrai.

Quando è iniziato il conflitto?

Dal 4 novembre 2020 in pochi giorni, intorno a noi, era come un cimitero a cielo aperto. Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di avere paura e di realizzare ciò che stava accadendo, qualcosa di terribile che è difficile descrivere con le parole. L’unica nostra preoccupazione è sempre stata quella di portare in salvo più persone possibili, di rimanere dalla parte dei poveri e degli ultimi nel nome di quella carità che è il carisma di noi suore del Cottolengo. La città di Adua è stata bombardata, i soldati eritrei hanno bruciato tutte le fiorenti coltivazioni, la principale fonte di sostentamento per la popolazione locale e per l’economia della Regione. Sono state bombardate le scuole, le università e gli ospedali, eccetto due, quello dove operiamo noi chiamate a collaborare dalle nostre sorelle Salesiane e quello della capitale Makelè. La gente si è chiusa in casa, ma i soldati prelevavano i giovani e li giustiziavano in strada, violentavano donne, saccheggiavano tutto. Questo è il dramma che ancora oggi si sta consumando tra la nostra gente. Non era neanche possibile recuperare i corpi, chi si avvicinava ai cadaveri dei propri cari, straziati dalle iene, veniva fucilato all’istante. Solo dopo settimane, in assenza dei militari, era possibile recuperare i resti per poter celebrare il funerale.

Come avete organizzato i soccorsi visto che l’ospedale dove voi siete operative (Kidane-Mehret) è l’unico rimasto in funzione nel raggio di decine di chilometri?

Le suore Salesiane nei mesi precedenti prevedendo che in vista delle elezioni ci sarebbero stati disordini, erano riuscite a far arrivare numerose scorte di cibo in grado di sostenere medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori e tutti coloro che vivevano nella Missione. Prima dello scoppio del conflitto prestavamo servizio, come Health Center, nell’ala abilitata dell’ospedale ancora in costruzione. A inizio dicembre 2020, vista la situazione di grave emergenza causata anche dal fatto che gli altri ospedali nei dintorni erano stati distrutti e saccheggiati, il nostro ospedale è stato l’unico che poteva accogliere le tante donne incinte, le famiglie che assistono i malati e gli innumerevoli feriti offrendo loro assistenza e cibo. Sono arrivati in nostro aiuto tanti medici e personale sanitario dagli ospedali distrutti, dalla Croce Rossa Internazionale e da Medici senza frontiere, giunti con poderosi aiuti, sia di medicine che alimentari con una capillare organizzazione. Non potevamo uscire in quanto i militari presidiavano la zona montana con gli aerei, poi hanno bruciato e fatto sparire le ambulanze, fra cui la nostra, e tutte le automobili in modo da impedire i soccorsi. Le persone raggiungevano, quindi, l’ospedale a piedi percorrendo anche diverse ore di cammino sotto il sole cocente. Molti sono arrivati stremati e non ce l’hanno fatta. Abbiamo salvato persone ferite rimaste per giorni e giorni senza cibo e acqua, arrivando sin da noi, come un miracolo. Sono state saccheggiate e chiuse tutte le banche, eccetto quelle del Governo; siamo rimaste senza energia elettrica e, inizialmente, con l’acqua che avevamo abbiamo potuto soccorrere la gente; siamo rimaste isolate, senza alcun mezzo di comunicazione, ma l’ospedale ha sempre cercato di funzionare e di salvare più persone possibili anche quando sembrava impossibile. Ci siamo sempre sentite sostenute dall’affetto e dalla preghiera delle nostre Famiglie Cottolenghina e Salesiana, come da tutti i volontari e gli amici.

Qual è stato il momento peggiore in questi terribili mesi?

La scorsa primavera abbiamo usato tutte le scorte di cibo per le persone ricoverate in ospedale che aumentavano a dismisura, e per la gente dei dintorni che non aveva più nulla. Non sapevamo più come fare, avevamo solo la forza e la fiducia dell’abbandono nella Divina Provvidenza, come ci insegna il Cottolengo… e il Suo aiuto non si è fatto attendere. È arrivata la Croce Rossa internazionale con camion pieni di farina di diversi tipi di cereali e altri alimenti, in particolare per i bambini. Le diverse comunità religiose in loco si sono occupate di sfornare instancabilmente il pane e così abbiamo sfamato migliaia e migliaia di persone che, sfollate, arrivavano da ogni parte del Tigrai.

E l’emergenza Covid?

All’inizio del conflitto il Covid non è arrivato in Etiopia, in quanto il Paese è stato chiuso, la gente viveva isolata, non c’erano più collegamenti né interni, né verso l’esterno. Con le prime aperture, invece, ha iniziato a diffondersi anche il virus che ha peggiorato la situazione. Spesso i malati di Covid venivano lasciati isolati a morire da soli. I contagi stanno ancora aumentando, anche perché non ci sono né vaccini né medicine.

Non avete mai temuto per la vostra incolumità?

Inizialmente non venivano toccati gli stranieri, ma lo scorso 25 giugno per la prima volta è stata uccisa in un agguato una volontaria spagnola di Medici senza frontiere che stava portando aiuti ad Adua. Da allora le associazioni internazionali hanno immediatamente ritirato i propri volontari e operatori che sono tornati solo con la presunta fine delle ostilità a inizio luglio. C’è stata una tregua per cui la situazione è migliorata ma solo per poche settimane, ora il conflitto si sta di nuovo acuendo. Queste notizie sono fonte di paura per tutti noi, che continuiamo con fiducia ad essere al servizio degli ultimi. Questa pandemia ci fa comprendere che siamo tutti sulla stessa barca, che solo l’aiuto reciproco e il dialogo potrà essere vincente anche se al momento, in Etiopia e non solo purtroppo, la guerra con tutto il suo carico di odio e di violenza, sembra essere senza via di uscita. Ma noi continuiamo a pregare, a sperare e ad amare.

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