«Ci schierarono nel campo di segala, sul ciglio della strada. I tedeschi gridavano ed erano quasi tutti ubriachi. Il comandante stava dietro a don Caustico, primo della fila. Appena schierati, don Mario alzò la mano su di noi per benedirci e in quell’attimo il comandante fece partire una scarica contro il sacerdote, seguito dagli altri che sparavano all’impazzata».
Gino Mansani aveva 34 anni e sentiva la morte vicina in quell’orribile mattina di ottant’anni fa, il 30 aprile 1945, quando 66 persone inermi vennero trucidate da un reparto nazista del I Reggimento corazzato dei Cacciatori delle Alpi che si scatenarono «come belve» contro la popolazione. Tra le vittime don Mario Caustico, 32 anni, salesiano, cappellano partigiano, seviziato e fucilato.
L’eccidio di Grugliasco (Torino) è una delle vicende più crudeli e tragiche di tutta la Resistenza e tra le più gravi accadute in Piemonte. A Boves nel Cuneese le stragi furono due: il 19 settembre 1943 le SS bruciarono il paese e uccisero 32 cittadini, tra i quali il parroco don Giuseppe Bernardi e il viceparroco don Mario Ghibaudo di 23 anni, per i quali è in corso la causa di beatificazione. Le SS tornarono il 31 dicembre 1943 e massacrarono altre 59 persone. A Cumiana (Torino) le SS italiane, inquadrate sotto il comando tedesco, il 3 aprile 1944 massacrarono 50 civili e un partigiano dopo due giorni di intensi contatti fra i partigiani della Val Sangone e il tenente SS Anton Renninger per giungere a uno scambio di ostaggi.
Mario Francesco Giuseppe Caustico nasce a Capriglio (Asti), il 14 settembre 1913 da Giorgio e Giovanna Vigna, una solida famiglia contadina con tre figli. Don Giovanni Bosco lo affascina. Entra fra i Salesiani e il 3 luglio 1938 è ordinato sacerdote a Maria Ausiliatrice dal cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati. Lavora tra i giovani negli oratori di Avigliana, Torino-Valdocco, Cuorgnè, «Oratorio Michele Rua» di Torino-Borgata Monterosa. Durante la guerra di Liberazione, la V divisione del «Corpo volontari della libertà», partigiani operanti nella Valle di Susa, chiede con insistenza un sacerdote come cappellano. Il superiore don Luigi Ricceri – che sarà rettor maggiore dei Salesiani (1965-1977) – lo manda a chiamare. «Quando devo partire?». «Al più presto, domani stesso, se non hai nulla in contrario».
Il 25 aprile 1945 la 46ª divisione «Rinaldo Baratta» dei «Volontari della libertà» riceve l’ordine di marciare su Torino e presidiare l’Aeronautica Fiat ed è informata che il I reggimento corazzato dei Cacciatori delle Alpi marcia su Collegno e Grugliasco. Don Caustico si offre subito e ottiene di andare a trattare con loro. Raggiunge il comando tedesco a Rivalta ma la situazione precipita. I1 comandante gli straccia le credenziali, lo fa prigioniero e lo obbliga, con la bandiera bianca in mano, a marciare in testa alla colonna, tra cui ci sono reparti di SS.
Si tratta di un vile e diabolico tranello, messo in atto dai tedeschi. La cittadina, come tutta Italia, è in festa per la Liberazione dalla dittatura fascista. A sera i nazisti occupano il paese, saccheggiano negozi e case al grido «Covo di banditi. Distruggete tutto», rastrellano uomini, giovani e ragazzi, anche di 14-17 anni. Li ammassano nella «Casa del popolo» e per tutta la notte li sottopongono a violenze e sevizie. Vani i tentativi del parroco don Giacomo Perino e di padre Raimondo, superiore dei Maristi, «di ammansire il comandante, una vera belva, assetata di sangue» dicono i superstiti: «Peccato non conoscere il nome di questo prode seguace di Hitler. Sappiamo che qualche giorno dopo si toglierà la vita ad Agliè: non riesce a sopravvivere all’onta della sconfitta militare e politica del suo Paese. Sembrava una belva, era furiosissimo. Voleva passare alla storia quale debellatore del partigianesimo».
Le ore trascorrono tra violenze e torture. Don Caustico protesta e prende le difese dei prigionieri. Ricorda il superstite Giovanni Facchin: «Particolarmente contro di lui i tedeschi sfogarono il loro furore». Chiede di essere ricevuto dal comandante ma è pestato a sangue: i compagni capiscono che non c’è più nulla da fare. La loro sorte è segnata. Molti si confessano e ricevono l’assoluzione.
La mattina del 30 aprile i prigionieri sono portati in piazza. Don Caustico è a piedi nudi, la talare insanguinata, il volto tumefatto per i pugni e le violenze. «Ci hanno fatto rimanere con le mani alzare sul capo per parecchie ore – racconta Facchin -. Non potevamo muoverci. Ci hanno divisi in tre gruppi». I prigionieri sono trascinati ai margini di un campo di segala: legati a catena, con cinghie e fili di ferro, con il viso rivolto alla campagna e le spalle al plotone di esecuzione, ognuno con il suo giustiziere. Vicino alla chiesetta di san Giacomo costringono il prete a scavarsi la fossa, ma don Mario non ce la fa più. Il comandante dà il «puntatarm». Don Caustico trova la forza di incitare i compagni al coraggio, al perdono, alla speranza, alza la mano per un’ultima benedizione. Sono le 10,30 di lunedì 30 aprile 1945: da cinque giorni l’Italia si credeva «liberata». Tre dei 21 condannati del gruppo di don Caustico si salvano: Gino Mansani, Giovanni Facchin e Pasquale De Santi. Mansiani si trascina vicino a don Caustico: «Non preoccuparti per me. È finita! Salvati! Il Signore ti accompagni!». I testimoni concordano: «Don Caustico era un vero sacerdote, voleva bene a tutti e si sacrificava per gli altri dimenticando sé stesso».
Pier Giuseppe Accornero


