
«L’educazione è affare di cuore», e non di manette, verrebbe da aggiungere. Lo affermò più di 160 anni fa don Giovanni Bosco, amico e maestro dei giovani, che tra gli altri ebbe il grande pregio e la grande intuizione di far mettere in agenda all’Italia appena unita il problema, appunto, dei giovani e della loro educazione. Basava l’educazione sul «sistema preventivo» perché giovani e ragazzi avevano e hanno bisogno di «ragione, religione, amorevolezza».
Il Ddl sulla criminalità giovanile del 23 luglio 2026: cosa cambia per i minori
Ora il 23 luglio 2026 il Governo Meloni ha approvato un disegno di legge che modifica le regole sull’imputabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni, introducendo una presunzione «di capacità di intendere e di volere fino a prova contraria». Il provvedimento – presentato dal Governo come ulteriore ed ennesimo intervento contro la criminalità giovanile e per dare la fantomatica sicurezza ai cittadini – dovrà affrontare l’iter parlamentare prima di entrare in vigore. La proposta ha acceso un duro confronto politico tra maggioranza e opposizioni e un duro scontro con gli elementi più responsabili del mondo cattolico.
Le dichiarazioni del Ministro Carlo Nordio
Il ministro di Grazia e Giustizia Carlo Nordio, autore del ddl, parla di «presunzione relativa e non assoluta in quanto soggetta a prova contraria. La norma non abbassa l’età per la imputabilità del minore, che rimane di 14 anni: viene invertito l’onere della prova». Secondo la norma in vigore, per i ragazzi di 14-18 anni è il giudice a verificare, caso per caso, la capacità di intendere e volere. Con il nuovo testo questo presupposto è considerato esistente salvo che venga dimostrato il contrario, invertendo di fatto l’onere della prova.
La posizione di Giorgia Meloni e le misure del Governo
A illustrare la filosofia del provvedimento è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». E ricorda le misure già adottate dal governo, dall’arresto per i minori in possesso di un’arma alle norme più severe contro la diffusione dei coltelli e all’inasprimento delle sanzioni per i danneggiamenti di gruppo. Definisce il ddl «un nuovo passo nel contrasto alla violenza giovanile. La riforma punta a colpire chi sfrutta i minori per attività criminali e chi ritiene di poter agire impunemente».
L’analisi di Save the Children sui minori e le sentenze
Attualmente è il giudice – spiega «Save the Children», organizzazione non imputabile di faziosità – a verificare, caso per caso, se il ragazzo o la ragazza possegga la maturità di comprendere il significato delle proprie azioni e le loro conseguenze. Questo principio riconosce che ogni adolescente segue un percorso di crescita diverso e non tutti raggiungono la stessa maturità negli stessi tempi. Limitare la discrezionalità del giudice significa indebolire uno degli elementi fondamentali della giustizia minorile, nata per rispondere alle esigenze evolutive dei giovani e non per applicare automaticamente le stesse regole previste per gli adulti».
«Save the Children» afferma che i dati mostrano che i casi in cui i giudici riconoscono l’immaturità del minore sono molto limitati: «Le sentenze di non luogo a procedere emesse dal Giudice per l’udienza preliminare per accertata immaturità sono passate da 256 nel 2004 a 110 nel 2014 e a 60 nel 2024. Due anni fa il Tribunale per i minori ha disposto solo 4 proscioglimenti per lo stesso motivo. Di fronte a numeri così contenuti, non è ragionevole irrigidire il sistema perché la giustizia minorile è diversa da quella degli adulti».
La finalità educativa della giustizia minorile
È vero che la violenza giovanile rappresenta una sfida complessa – afferma l’organismo internazionale che, da oltre 100 anni, lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio – «e non può essere affrontata prendendo come modello la giustizia degli adulti. Considerare come regola imputabile ogni minorenne che abbia compiuto 14 anni trasmette un messaggio rischioso: che gli errori degli adolescenti debbano ricevere la stessa risposta penale prevista per una persona adulta, senza tenere conto della fase di sviluppo che ragazzi e ragazze attraversano».
Il sistema italiano di giustizia minorile è stato costruito su un principio diverso: il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile. L’obiettivo non è trattare un adolescente come un «adulto in miniatura», ma comprenderne il percorso di crescita e favorirne il reinserimento nella società: «La sfida non è aumentare il numero dei minorenni processati ma fare in modo che siano sempre meno i ragazzi e le ragazze che commettono un reato».
Il punto di vista del mondo educativo e della Chiesa
«Non trattiamoli da adulti in miniatura. Così il governo affonda i più deboli. Servirebbe invece un investimento educativo capillare in tutto il Paese», afferma in un’intervista a «La Stampa» mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio, elemento di punta dell’episcopato italiano e vicepresidente per il Sud della Conferenza episcopale.
La proposta di Don Luigi Ciotti e la «città educativa»
Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, che ha un’esperienza cinquantennale tra i giovani che si drogano e delinquono, da sempre afferma che è in gioco la dimensione dell’educare che non va delegata solo alla famiglia o alla scuola: il fenomeno «merita un momento di grande e seria riflessione che raccolga i nodi e le contraddizioni e cerchi di capire cosa si può fare. Occorre prendere coscienza che è un problema accentuato dalla dimensione virtuale che amplifica e penetra in tutti i contesti. Quello che dicevamo anni fa rispetto agli adolescenti oggi viene tutto anticipato a 10-12 anni».
Il presidente di Libera è convinto che «la scuola, per quella che è la sua parte, e la famiglia in primo luogo sono i principali responsabili di un cammino educativo ma non possono essere i soli. Il sogno che deve diventare impegno di tutti è la città educativa. È la dimensione dell’educare che deve chiamare in gioco tutte le forze». Insomma, sulla criminalità e violenza giovanile siamo tutti coinvolti, genitori ed educatori, magistrati e operatori, politici ed esperti, in sostanza tutti gli elementi e le forze vive della società e della Chiesa.
Pier Giuseppe Accornero


